VINCITORI SEZIONE TEATRO

2° Premio Internazionale IL LABIRINTO
Il concorso è indetto e organizzato dalla Associazione Onlus Mecenate
e dal Labirintismo Movimento Artistico e Letterario
 
                                                             DA PIAZZA VASARI AL WEB
Dalla sala Montetini di Arezzo, dalle Giubbe Rosse di Firenze fino al Teatro della Bicchieraia, e dopo le Logge Vasari per il 6 ° Concorso Mecenate, la Mecenate festeggia nel web, poichè  il Premio IL LABIRINTO è un concorso  multimediale. Tutti gli autori partecipanti al Concorso sono stati inseriti nel sito del Labirintismo e le loro opere rimaranno sempre on line in www.labirintismo.it  Il concorso si ispira alle tematiche dell movimento d'avanguardia artistico-letterario Labirintismo, che è "un modo di concepire la vita attraverso l’arte. Dato che l’uomo moderno si è inevitabilmente arroccato nel proprio labirinto interiore, impastoiato dal male di vivere, l'arte deve porsi come mezzo conoscitivo e terapeutico per far uscire l’io dal labirinto (.....)Il Labirintismo è una visione della vita attraverso l’arte, che deve liberare l’uomo dalla dominanza del proprio Super-io(dal Manifesto del Labirintismo).
                                                        Il TEMA DEL CONCORSO E’  IL LABIRINTO UMANO DELL’INCONSCIO
                                            L'arte è il filo d'Arianna che permette l'esodo dal labirinto: è il labirinto zero (M. Badiali)

 

GIURIA DEL PREMIO

COMMISSIONE DI GIURIA
 La Giuria e’ composta dai soci della Onlus Mecenate e fondatori del Labirintismo

GIURIA TEATRO- prof. Badiali Massimiliano (Presidente), dr.ssa Barbara Cantellli, dr. Denny Bonicolini.

 

1° PREMIO

Noemi Israel di Trieste

Nel labirinto di una scrittura

LUCREZIA
FIGARO
Dulcamara
Maschere:
Arlecchino, Brighella, Zanni, Colombina, Mirandolina e Tiberino

Al centro, verso sinistra, una specchiera con lampadine bianche e la seggiola. A destra, una dormeuse di velluto bordeaux con spalliera sul lato corto (solo da una parte). Buttati sopra la dormeuse, una redingote di velluto blu coi bottoni d’oro e un mantello nero, anch’esso di velluto, con fodera di raso. Un paravento poco distante. Un attaccapanni nero laccato. Un borsone scuro di qualità modesta sul fondo, con qualche capo di biancheria sporca che straborda. Una maglietta sul pavimento. A fianco della specchiera, un’altra seggiola. A destra la porta. Accese solo le luci della specchiera.
Figaro si sta struccando fiaccamente davanti allo specchio. Indossa un’ampia camicia bianca di seta, calzoni beige a “coulotte”, un giustacuore corto di raso blu, calze lunghe bianche fin sotto i calzoni, mocassini neri di tipo ecclesiastico. Ha i capelli lunghi fino alle spalle, raccolti da un fiocco di raso nero. Sente dei passi. Qualcuno sta bussando alle porte vicine. Il suono è lontano e man mano si avvicina. Bussano anche alla sua porta. Figaro si volta e guarda chi c’è.


LUCREZIA: (indossa un abito nero da sera, corto al ginocchio, e scarpe eleganti col tacco a spillo. I capelli sono raccolti da un’acconciatura alla moda. Sul braccio tiene il soprabito scuro e in mano una pochette di raso nero. Col fiato corto) Finalmente. Ho bussato anche agli altri camerini, ma sono tutti andati via. Temevo di non trovarti più. (Lui la scruta con diffidenza) È piccolo questo teatro. (Figaro riprende a struccarsi, fissandola nello specchio) Sei bravo. (Lui piega appena in avanti il capo. Lucrezia si siede sull’altra seggiola) Molto bravo. (Figaro posa il dischetto di cotone) Infatti sono qui a proporti un lavoro. Una scrittura. (Lui resta immobile) Privata.
FIGARO: (si volta di scatto verso di lei) Non accompagno donne sole!
LUCREZIA: (schermendosi) No, non è come pensi. (Silenzio e imbarazzo) Però, che reazione... qualcosa mi dice che ti hanno già offerto cose del genere. (Figaro versa ancora crema sul dischetto e prosegue la pulizia del viso) Va be’, non importa. La mia, è una scrittura seria. (Lascia dieci banconote da cento, disposte a raggiera, vicino alla trousse) Sono mille. Per tre ore. Un giorno la settimana. Mi sembra non male, considerato che ti pago anche la prova. (Figaro guarda i soldi e ascolta con più interesse) Non voglio prestazioni di alcun tipo. Mi capisci, vero...? Ti scrivo io un copione, tu lo studi e poi me lo reciti, una volta alla settimana.
FIGARO: (grugnando) Non sono sicuro di riuscire a imparare a memoria le battute. Lavoro anche altrove.
LUCREZIA: Lo so. Sei un cuoco.
FIGARO: Chef. Quasi.
LUCREZIA: Quasi?
FIGARO: Secondo, ma con un po’ di fortuna... la prossima volta divento primo.
LUCREZIA: E il teatro?
FIGARO: Oh, arrotondo. (Abbassando il tono della voce) Contingenze...
LUCREZIA: Qual è il tuo vero nome?
FIGARO: (sbuffa spazientito, con le mani appoggiate alle cosce. Lei fa il tono professionale) Senti Figaro, il giovedì pomeriggio so che non lavori da nessuna parte.
FIGARO: Ah, invadente, la signora, fa indagini per conto suo.
LUCREZIA: Giovedì andrebbe bene anche a me. Qui ci sono otto pagine. (Le mette sul ripiano) Se mi reciti le battute come Figaro, sei perfetto. Ti scrivo l’indirizzo. (Tira fuori carta e penna) Puntuale, per favore.
FIGARO: (si pulisce le mani e prende in mano il copione) Che roba è?
LUCREZIA: Non è difficile. Ci vediamo giovedì. (Si alza. Fa per uscire).
FIGARO: E se non vengo?
LUCREZIA: Uhm... mancia. (Lui incassa la frecciata) Ad ogni modo, giovedì, vedi di far sparire questo tono sgarbato, perché è proprio per sentire il contrario che ti pago. Intesi? (Figaro si trattiene, inspira a fondo e si alza in piedi. Lei gli dà la mano e sorride) Ciao. Studia, eh!
FIGARO: (meno ruvido) Farò quello che posso. In genere, sono molto occupato. (Lucrezia se ne va e lo lascia solo sul palcoscenico, I suoi passi si odono anche quando è dietro le quinte. Figaro torna al suo posto, prende in mano il copione e dà una rapida scorsa. Incredulo) Mille cucuzze per prendere un tè ed essere gentili?! (Scoppia a ridere e risfoglia il copione) L’ha pure sottolineato. «Comportarsi con signorilità e stile». (Si fa una risatona) Chissà che problemi ha questa signora? È una scena talmente banale, insulsa. (Riguarda velocemente le pagine) Mai guadagnato così facile. Qui in teatro non facciamo mille in tutta la compagnia, in tre mesi! Il mondo deve essere pieno di maschi imbecilli. (Rivolto alla sua immagine nello specchio) Grazie... grazie... grazie... (Si manda un bacio e infila il gruzzolo nella tasca dei calzoni. Poi inizia a leggere con più attenzione) Però, se ha scelto me e paga in anticipo, forse è una persona seria. (Pausa) Nessuno paga in anticipo, mai. (Pausa) Certo, potrei non andare. (Pausa) Mancia, dice. Ma non accetto mance senza merito. Sarebbe come... un’elemosina. (Con una smorfia schifata). No, questo mai. Sono un gentiluomo, anche se povero. (Pausa) Tre ore di recita. In un mese fanno più dello stipendio che prendo in cucina. Devo prepararmi bene. (Si slega i capelli, si sbottona il giustacuore, che lancia sulla dormeuse) Quando mi ricapita di raddoppiare le entrate così facile? Posso finalmente mettere via qualcosa per me. E poi? (Cercando nello specchio il da farsi) Me ne vado. Sì, sparisco. (Riconta le banconote) Ha detto che sono bravo. E paga anche la prova. (Riprende in mano il copione) Studierò. Non mi va di fare brutta figura.


Buio. Musica di Simeon ten Holt (Canto Ostinato dalla Sezione 60 in poi, escludendo il I Tema) fino a dove indicato.
Le luci lentamente scoprono la scena.
Un tavolo rotondo di legno e due seggiole. Sopra al tavolo, due tazze da tè, il samovar, la zuccheriera e un vassoio d’argento colmo di dolcetti.
Lucrezia sistema due cucchiaini e le salviettine. Indossa lo stesso abito di prima. Guarda l’orologio e si dirige verso la quinta di destra.


LUCREZIA: Vediamo se è puntuale. (Esce e rientra indietreggiando con Figaro davanti a sé, che indossa un abito grigio scuro con camicia bianca e scarpe nere e ha i capelli sciolti. Lui avanza baldanzoso e si guarda attorno. Soddisfatta) Cinque esatte.
FIGARO: Sarei salito anche prima.
LUCREZIA: E perché non lo hai fatto?
FIGARO: Perché mi piace aspettare. (Lucrezia sorride) Ho una bella notizia.
LUCREZIA: Davvero?
FIGARO: A-ha. (Ruba di strada un dolcetto e se lo mangia) Ti farà piacere.
LUCREZIA: Cosa aspetti a dirmela?
FIGARO: No, sennò poi non ti interessa più di me.
LUCREZIA: (gli versa il tè nella tazza e gliela porge, mettendogli in bocca un altro dolcetto) Dimmela. (Figaro prende la tazza, beve un sorso, ma si nega e lascia la tazza sul tavolo).


Avanzano entrambi sul proscenio, sul quale (circa a metà) è collocato un piccolo cubo nero di legno. Si fermano a contemplare l’orizzonte.


FIGARO: È bellissimo, qui.
LUCREZIA: Ti piace?
FIGARO: Sì.
LUCREZIA: Ho scelto questo appartamento per la vista e la terrazza.
FIGARO: Solo tu, in questa città, potevi trovare una porta sull’infinito. (Appoggia il piede sul cubo e il gomito sul ginocchio).
LUCREZIA: Come sei lirico.
FIGARO: La bella notizia è... che oggi, ieri, l’altro ieri e tutti i giorni prima non ho fatto che pensare a te.
LUCREZIA: Bella per te, allora.
FIGARO: No, anche per te. Appena ho potuto mi sono precipitato qui.
LUCREZIA: E con ciò?
FIGARO: Non mi andava di essere altrove. Sono una nota di colore e sto bene a casa tua.
LUCREZIA: Sei davvero tanto allegro?
FIGARO: Felice? Sì.
LUCREZIA: E cosa ti rende così felice?
FIGARO: Vedere... guardare... sentire... e starti vicino.
LUCREZIA: Vuoi ancora un po’ di tè?
FIGARO: Grazie, ma stavolta lo servo io. (Ritornano al tavolo e lui versa a entrambi).
LUCREZIA: (si siedono) A parte gli scherzi, qual era la buona notizia?
FIGARO: Non mi credi, vero?
LUCREZIA: Penso ci sia dell’altro.
FIGARO: (continuando a sorseggiare) Può darsi. Quanto sarebbe diversa la mia vita se non ti conoscessi! Ci penso spesso. (Pausa) Strano...
LUCREZIA: Cosa?
FIGARO: Come qualcosa di banale, per esempio una data, un compleanno, a volte trasformano l’intero senso di una vita. (Le prende dolcemente la mano) Sono felice perché ci sei. Non è abbastanza?
LUCREZIA: (gioca con la mano di lui fino a intrecciare le dita e, finché sono seduti, rimangono uniti) Sei l’unico che mi parla in questo modo.
FIGARO: Lo so. Gli altri non esistono. (Mangia un dolcetto) Resto con te fino al tramonto.
LUCREZIA: Va bene. (Sorride e allunga la ciotola dei pasticcini) Goloso.

Le luci si abbassano. Le sagome di entrambi si fissano nella penombra. Figaro si alza e lei lo accompagna fuori scena a destra, consegnandogli un altro copione. Lucrezia rientra sul palcoscenico. La luce del crepuscolo che si staglia sulle pareti. Lei si aggira inquieta. Alla fine sparecchia ed esce di scena dalla quinta di sinistra.
Termina la musica.

Buio.
(continua................................................)
 
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2° PREMIO

Antonella Iacoli di Modena

Il lungo sonno incantato

I
L’OTTAVO GIORNO
 
Personaggi
 
Harry un dottore di trent’anni
Jack un capitano di nave di cinquant’anni
May una musicista di quarant’anni
 
Due poltrone vuote e sotto una finestra rotonda un tavolo con bottiglie e bicchieri. Irrompe Harry inseguito dal suono di una sirena da nave.  
Harry(levandosi la giacca e gettandola a terra con dispetto) -Neanche in discussione! Neanche in discussione ha detto invece questa volta lo pianto com’è vero Dio! Basta basta si diventa matti con papà. Si diventa matti ad aspettare che ritorni e quando lo svesto ci vogliono ore, ha quel pudore che fa diventare scemi, proprio, mi guarda con quegli occhi da matto e dice perché non sei a letto! Perché ho perso il sonno a chiedermi dove sei finito vecchio ingrato ecco perché, a domandarmi con chi hai parlato dei tuoi fantasmi e se ti solleverai mai dagli abissi per riconoscermi. Sono io, io! Mi dà del lei certe sere, m’allontana con la mano come con i servi. Che strazio. C’era qualcosa di storto, proprio storto, a colazione, non m’ha messo lo zucchero sui cornflakes e neanche una parola sull’andare a pesca, con chi ci devo andare se ci ha passato una vita in mare, dita di corallo e cervello d’ottone come la campana che sta a prua. Non è colpa mia, mia, se non ho fatto la guerra!-. Si guarda intorno. -Scusa tanto sai se non ho mai preso a cannonate i tedeschi. Neanche in discussione!-.  
Entra May con un grosso pacco in braccio.
May -Con chi parli tesoro?-.
Harry si gira, si risistema i capelli. -Con mio padre-.
May -Vi siete sentiti? Che bella notizia-.
Harry -Ma no volevo dire Jack-.
May posa il pacco sulla poltrona.
May -Non preoccuparti gli passerà al bar-.
Harry -No guarda non aprono fino a stasera-.
May -Sa sempre come fare per rimediare un po’ di stordimento. Ha un’amica con un bungalow giù alla spiaggia. Una della troupe, capisci, girano il film sull’isola-.
Harry -Ha cosa?-. Si tappa le orecchie con le mani. -Non voglio sapere dove va-.
May -Non fare il bambino-.
Harry -Immagino sia la sua natura che ha bisogno di consenso e poi neanche si regge in piedi, parleranno di temporali e di venti equatoriali non è così May?-. Si asciuga gli occhi con la manica della camicia. -Le donne gli fanno l’effetto del seltz, rinfrescante. Nessuno può amarlo come me. Nessuno. Guardami, credi che non vorrà più adottarmi?-.
May -Vorrà cosa?-.
Harry -Non può averlo detto per dire-.
May -Tesoro se fossi in te non ci conterei. Capace d’averlo già scordato. Si dicono tante cose quando s’è bevuto. Ha i suoi fantasmi che lo schiacciano. La tua guancia non è più rossa-.
Harry la tocca. -S’è girato con tutta la forza. La mano calda come un guanto. Parto domani e vedremo se sopravvive!-.
May -Non ho mai sentito di nessuno che se ne va di casa perché litiga con l’ospite all’ora di colazione-.
Harry -Questa è la vostra casa, non la mia-.
May -Sciocchezze. Ti considera il suo delfino-.
Harry(urlando) -Una spettanza vorrai dire! Un frutto che può spremere a piacere prima che maturi e dal momento che adesso sono un uomo non può neanche sopportarlo-.
Il suono della sirena.
May -Dov’è Harry chiede sempre appena sveglio. Gli apro le imposte. Una vecchia abitudine sai-.
Harry -Non mi piace-.
May -Lo farò ugualmente-.
Harry -Che cosa, il bambino?-.
May(scandalizzata) -Harry!-.
Harry -Se non sono bastati cinque… scusa sai ma farli passare per miei non è stata una grande idea, non sono mica prodotti da supermercato che scorrono sul tapis roulant con il loro codice a barra e chi s’è visto s’è visto, sembrano piccoli giudici senza toga e non mi ricordano più tanto Jack ormai ma te. Piccoli giudici musicali. Ah non starmi ad ascoltare. Mi ha scombussolato tutto. Per forza-.
May -Sei sicuro di star bene, sei pallido-.
Harry -I muscoli gli fanno un male cane, l’umidità dei mari, gli ho prescritto antinfiammatori che da solo non prende. Harry chiama con quella voce da tiranno in agonia, e io corro-.
May -Sarai un ottimo padre vedrai-.  
Harry -Che? Aspetta un momento non sono pronto, non lo sarò mai credo. Pronto per uno con trent’anni di meno? Io voglio parlare a un tizio che il mondo l’ha già visto tutto e poi che gli direi, hai sbagliato secolo, torna più tardi? Ho la specializzazione, non hai sentito? Specializzazione in malattie tropicali. Avevi promesso d’aiutarmi e invece te ne stavi lì a bere il te senza dire niente!-.
May -A lui non piacevano. Non sapeva che farsene dei figli-.
Harry -Non mi mollerà mai questo lo puoi immaginare da te. Mica mi deve mollare d’altronde. E poi, poi non troverei più il coraggio di guardarlo in faccia se davvero noi due…-.
May -Li rimetteva giù come se avessero la peste-.
Harry -Senti scordati il bambino-.
May -Non mi meraviglio che t’ha dato lo schiaffo-.
Harry -Non voglio fare niente che l’offenda. Niente di niente-.
May -Qualcuno li deve pure educare i giovani per farli uscire dalla vigliaccheria. Jack aveva i suoi difetti ma sapeva trattare i cadetti, una volta ne buttò in mare uno particolarmente arrogante e da quel momento nessuno fiatò più-.
Harry -Dì, ti sembra incoraggiante? Se prova a farlo lo trascino giù così li raggiunge davvero i suoi cadaveri. Io che conto eh? Eh? Sempre a dirmi di no-. Si lascia cadere nella poltrona libera e allunga le gambe sui braccioli. -Si crogiola nella disfatta, deve morirci qui dentro con me nella fossa. Lo sai perch’è tornato? M’ha scritto una lettera, una cosa che mai nessuno… oh in tutta la mia vita… certe cose malinconiche e struggenti che lasciano di sale-.  
May(distraendosi, a se stessa) -Sono una donna sola-.
Harry -Proprio di sale. Allora l’ho chiamato, papà gli ho detto papà lascia perdere tutto, cioè quel niente che ha perché vive senza comfort, e vieni a stare da noi per un po’, un cambiamento ti farà bene. Non chiede mai dei ragazzi-.
May -Per questo lo lasciai prima che morissero di fame-.

(continua....................)

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