VINCITORI SEZIONE PROSA

6° Premio Internazionale di Arte

Mecenate
 ORGANIZZATO DA

PREMIAZIONE
 
6° Premio Internazionale di Arte MECENATE
 
  AREZZO 20 APRILE 2008
                    
  c/o Caffé Vasari ore 15
   
 PIAZZA GRANDE-PIAZZA VASARI AREZZO

Dalla sala Montetini di Arezzo, dalle Giubbe Rosse di Firenze fino al Teatro della Bicchieraia, quest’anno la Mecenate festeggia nello scenario più suggestivo di Arezzo. Domenica 20 Aprile alle ore 15 sotto le Logge Vasari presso il Caffè Vasari avviene la Premiazione del 6° Premio Internazionale di Arte MECENATE, indetto dalla Associazione Culturale Onlus Mecenate di Arezzo. L’ospite di quest’anno è il noto poeta e cantautore napoletano Luciano Somma, scrittore più cliccato del web con più di mille presenze in siti in rete, a cui verrà consegnata la Chimera come personaggio del Terzo Millennio. Ricordiamo che nelle passate edizioni sono stati presenti Peter Russell, Mario Luzi e Carlo Castellani. Il luogo scelto rappresenta un connubio ideale con la città di Arezzo, di cui la Mecenate è figlia e promotrice d’arte. Verranno premiati circa 50 vincitori provenienti da tutta Italia, vincitori nelle sezioni di Poesia, Narrativa, Pittura, Teatro e Fotografia.

                                                                                                       Dr. Massimiliano Badiali Presidente Onlus Mecenate
 
                                               GIURIA
 
La Commissione di Giuria del Premio Mecenate sezione PROSA è la seguente
  prof. Massimiliano Badiali (Presidente), prof.ssa Isabella Forgione, Roberto Giuseppini, prof.ssa Maria Concetta Rinaldi, dr.ssa Barbara Cantelli-

IL GIUDIZIO DELLA GIURIA E’ INSINDACABILE

Da Sinistra il Vicepresidente prof.ssa Lelia Burroni, il Direttore della Formazione Linguistica prof.ssa Maria Concerra Rinaldi, il Direttore generale-Fotografico Roberto Giuseppini, Il Direttore Musicale-Cimematografico dr. Denny Bonicolini, il Direttore Teatrale-Cinematografico dr.ssa Barbara Cantelli, Il Direttore Fotografico Daniele Locci, il Direttore Lettterario prof,ssa Isabella Forgione, il Presidente dr. Massimiliano Badiali, il Direttore Turistico dr.ssa Elisabeth Veneziano, il Direttore della Formazione Scolastica Chiara della Marta e il Direttore della Formazione Artistica Stefania Liberatori.
                                             VINCITORI
         

Il Presidente di Giuria dr. Massimiliano Badiali premia il 2° e il 3° classificato al Premio Mecenate sezione NARRATIVA

1° PREMIO

Maria Letizia Filomeno di Gallarate (Varese)

L'immagine di te

MOTIVAZIONE CRITICA: Nel racconto vibra un'anima intimista, che rievoca il ricordo dell'amato in una dimensione quasi

E’ troppo silenziosa, questa stanza vuota. Non altrettanto la mia mente, che non smette di pensare, ricordare, elaborare, inseguire parole, ricordi, strofe di una canzone che avevo imparato a memoria – ai tempi di un altro sfortunato amore – e che avevo poi dimenticato, pensando che momenti come quello non sarebbero tornati.  “La tenerezza, la nostalgia...” troppo dolcemente struggente per definire il senso di vuoto, la mancanza, “...il rimpianto, la poesia”. Nelle canzoni i sentimenti riescono ad essere troppo edulcorati, le parole troppo fragili, per descriverne l’intensità. “Quante cose sei, questa sera tu...che sei lontano e non mi pensi più”. Quante cose sei stato, tu, in quelle sere che abbiamo vissuto insieme, ore di sguardi e di silenzi, di passione e tenerezza, in quelle notti di pensieri che non mi lasciavano il tempo di sognare, nei giorni di domande e di dubbi come frecce piantate in mezzo al cuore. Ma ora che sei lontano,  mi chiedo, davvero, cosa sei stato, per me. Ripenso alle parole di Octavio Paz, che ho letto questa sera, in quel volumetto acquistato l’anno scorso, per tremila lire, alle Messaggerie  “...gli Amanti. Sono due figure, una del colore del giorno, l’altra del colore della notte. Sono due cammini. L’amore è scelta. La morte o la vita”. Vivere o morire? Vivere e morire.  Se ci sei ancora, nei pensieri, nel cuore, nelle ombre che proietti sulla mia vita, vuol dire che ho scelto di vivere, di viverti. Che ho dato all’amore un senso, il senso della vita. Ma quante nuvole ancora, nel tuo cielo, quanta imperfezione nelle tue labbra, increspate in un timido, sorriso amaro. Linea d’orizzonte delle tue paro Quanta oscurità, nei tuoi occhi di stelle, che si accendono e si spengono al ritmo delle tue paure, e delle tue testarde certezze. Non è lontana la tua inquietudine dalla disarmonia del mio cuore, l’eco delle domande ormai non più pronunciate, vive come ricordi indelebili.Ti guardo dal mio mondo in costruzione, vittima impotente della tua disillusa ironia. Ti guardo e non posso farne a meno, i tratti del tuo viso mi attraversano la mente. Forgiato a ferro e fuoco, indurito di rancore, il tuo spirito indomito balla, tra pareti di irriconoscenza, tra il desiderio e la paura di apparire, fugge raggi di sole dietro gli scudi dell’impazienza. Succube di te, libero colpevole di dimenticanze, tradito, giocato, messo all’asta senza una parola di spiegazione, senza il conforto dell’ultima carezza. In fuga dalle ombre della foresta che hai attraversato, consapevole d’innocenza, l’animo contorto, ripiegato, accartocciato, dispiegato al sole e poi nascosto, prima che la luce lo rischiari. Il vuoto dove hai teso le mani, inerme, sincero, l’ho sentito sulla pelle come fosse mio, ho letto l’impronunciabile, bisbigliato, tra il luccichío riservato dei tuoi occhi e le frustate delle tue difese, di indistruttibili, distruttivi anticorpi. Fragile il tuo mondo, vibrazioni d’incertezza minano le tue radici, confondono le tue credenze.E tu, forte come roccia solitaria davanti al mare, chiudi gli occhi e non mi vuoi sentire. Niente schiumosa tenerezza d’acque chiare, chiuso come riccio, nel ritornello tambussante ridondante della solita canzone. Ma un giorno mi dicesti che ti piace il mambo Un giorno, la tua carezza mi ha svegliato, io che dormivo del mio sonno assente. Un giorno mi hai chiamato a questo mondo, per farmi morire di nostalgia. Notte e giorno, sul tuo viso maschio, sui segni della vita dove si posa il mio sguardo. Come acqua di rose sulle rughe della fronte, sulle tempie pensierose appoggerei le labbra, su quel punto d’attrazione all’angolo dell’occhio, incontro di romanticismo e di sensualità. Voli della mente in fuga, dietro una risata fredda. Ritirate nella nebbia d’un ottobre spaurito. Sguardi inclinati di sorrisi d’incoraggiamento. Per te, per quella ritrosia nell’accettare complimenti. L’amore che non riconosci, perché ti parla una lingua diversa. L’amore ha molti modi di parlare. A volte resta anche in silenzio. Immagini che hai lasciato scolorire per non sentire l’abbandono rimbombare nella mente. Le corde tagliate senza sapere delle estremità. Le canzoni ascoltate a metà. L’immagine di te immensamente. Il dolce fremito della passione che ti brucia dentro e il ghiaccio alle pareti di cui ti circondi. Sordo alle parole, che ti lancio come sassi,  che ti porgo come doni, o che abbandono sulla riva dei tuoi passi. Perché un giorno passerai. Sulle mie orme. Sordo al mio desiderio di capirti, che è solo amore, non molestia, nè invasione.Lo specchio dentro cui rifletti le tue scene, ripeti i gesti, le parole che ti ho detto nelle notti, in cui, abbracciata a te, provavo a farti stare bene. Per te, brani di canzoni, strofe di poesie, immagini su cartoline dai miei viaggi. Un solo, inarrestabile, pensiero...E le unghie sulla pelle, gli abbracci, le strette di violenza appassionata. Un attimo per perdersi e poi ... ricominciare, la vita che ci assale e tu, non sai non farti male ... stai con me... Un mondo di colori s’è sbiadito, lavato dalle lacrime d’acredine, sciacquato da fiumi dolorosi di notti senza stelle.  Senza più i tuoi occhi accesi, a due millimetri da me. Il dono per il prossimo Natale. Non hai pensato mai, a che colore ha la solitudine? A che sfumatura l’amarezza? A che contrasti la disillusione? Non hai pensato mai, a che colore ha la sofferenza? A che sfumatura l’indifferenza? A che contrasto i nostri corpi ancora avvinti? Che quadri sarebbero, i nostri corpi e le nostre menti? Potessero, anche i nostri animi, stare così intensamente avvinti. Non t’avrei scritto quelle parole, t’avrei guardato negli occhi, per leggere la tua profondità. Lo sai il colore che preferisco, tra tutti quelli dell’arcobaleno, tra paillette e lacche iridescenti, tra ombre e sfumature? Il colore acerbo di questo volto, che, a memoria, sto dipingendo.

 

2° PREMIO

Katia Brentani di Bologna

Spicchi di vita in agrodolce

MOTIVAZIONE CRITICA: Il racconto presenta un linguaggio fresco e discorsivo, che affronta il tema della solidarietà interrazziale e al contempo femminile; la scrittura riesce a creare il confronto fra due mondi diversi con pochi incisivi particolari descrittivi.
 
“Una volta in questo quartiere abitavano persone rispettabili” Frida chiuse stizzita la finestra. L’odore pungente delle spezie saliva dal piano di sotto unito alle note di una ritmata musica araba. Da sei mesi, nel palazzo, abitava una coppia di marocchini. Per la verità il marito da alcune settimane sembrava scomparso. “Probabilmente spaccia cocaina ed è finito in galera” fantasticò Frida togliendo dal congelatore due bistecche , mentre lanciava un’occhiata fugace all’orologio. Guido, suo marito, sarebbe rientrato entro un’ora. Il tempo necessario alla carne per scongelarsi e finire sulla bistecchiera. Controllò di avere dell’insalata già pulita in frigorifero prima di andare in camera e togliersi quei maledetti tacchi alti. Una sonora risata saliva dal cortile unita a voci infantili. Frida si avvicinò alla finestra e scostò la tenda. “E’ arrivata la delegazione al completo” sospirò, osservando il variopinto gruppetto di donne e bambini entrare dal portone. “Beati loro che non fanno nulla, se non chiacchierare e ridere” sbuffo. Gettò la giacca sul letto, iniziando a sfilarsi le calze di nylon. Dopo  una giornata estenuante in ufficio e il traffico convulso, che non aveva davvero migliorato il suo umore, si meritava un lungo bagno caldo.
Quando Guido arrivò, trafelato e in ritardo,  era ancora immersa nella vasca. Saida guardò suo marito Amid allontanarsi con la valigia in mano. “Non si può trattenere l’aquila che vola via” pensò, mentre lacrime dispettose le pungevano gli occhi. Non era quella la vita che avevano immaginato nelle calde notti a Casablanca, quando progettavano il futuro in una terra straniera. La donna bionda, aspettava in macchina. Lei aveva stregato Amid, con la sua pelle diafana e i suoi occhi azzurro mare. Saida rimase affacciata alla finestra a  fissare il marito caricare la valigia e l’auto partire a tutta velocità. Solo quando i fanali posteriori diventarono due minuscoli puntini rossi, si riscosse. Alzò gli occhi, nonostante gli alti palazzi e lo smog, le stelle brillavano alte nel cielo. Monar, il  gatto, si strofinò contro le sue gambe, affamato. “Vieni, ti preparo da mangiare” Saida lo prese fra le braccia, facendo tintinnare i numerosi braccialetti che ornavano il suo polso sottile. Il gatto miagolò e lei lo accarezzò dolcemente, mentre si allontanava dalla finestra cantando una canzone triste. Frida guardò irritata l’ora, mentre la cassiera tentava di spiegare alla signora anziana, con i capelli bianchi e gli spessi occhiali, che mancavano venti centesimi. La signora sorrise, rovesciò il portamonete sul banco e il conteggio dei soldi da parte della cassiera ricominciò. Frida trattenne l’istinto di urlare, Guido la stava aspettando al ristorante. “Devo parlarti subito, è urgente”. Queste le sue parole al telefono. Strano che la invitasse fuori durante la pausa pranzo, doveva attraversare la città nell’ora di punta per raggiungere il suo ufficio. “Forse ha avuto un avanzamento di carriera” pensò, fiduciosa. Da un po’ sognava di sostituire la loro vecchia vasca con una jacuzzi. Per ogni evenienza si era fermata a comprare un profumo per suo marito. La signora finalmente era riuscita a risolvere il suo problema. Frida pagò e uscì in fretta dal negozio. Salì in macchina, gettò l’acquisto appena fatto sul sedile di fianco e raggiunse il ristorante. Guido la stava aspettando seduto a un tavolo vicino alla finestra. Le fece un cenno con la mano. Frida entrò e sfiorò con un bacio leggero la  guancia del marito,  lui sorrise imbarazzato. “Allora?” domandò sedendosi e sbirciando il menù. Il silenzio di Guido iniziava a preoccuparla. “E’ morto il capo e sei rimasto senza lavoro?” scherzò. “Non si tratta sempre di lavoro “ rispose irritato Guido. “Ti senti male?” domandò Frida, allarmata. “Sì” ammise Guido “perché sto per darti una notizia che ti addolorerà, ma non posso farne a meno” “Parla” intimò Frida, accarezzandogli piano la mano. “Mi sono innamorato di un’altra, aspetta un figlio e vado a vivere con lei” disse Guido tutto d’un fiato. “E’ uno scherzo?” Frida allontanò la mano in fretta come se fosse stata colpita da una scossa elettrica. Guido scosse piano la testa. Frida faceva fatica a formulare un pensiero coerente. Innamorato di un’altra? Quando era accaduto? E lei dove si trovava in quel momento per non accorgersi di nulla? E un figlio in arrivo… “Sono io tua moglie è con me che dovevi fare un figlio” le parole uscirono senza che potesse controllarle. Guido la fissò ironico. “Quando? Frida tu non ci sei mai, pensi sempre al lavoro, il figlio l’hai messo nei piani quinquennali e poi te lo sei dimenticato, in fondo questa gravidanza imprevista arriva al momento opportuno” “Per chi?” urlò Frida. Qualcuno dei presenti nel locale si voltò. “Per me” rispose Guido “ per una volta per me. Non ero felice, non so se lo sarò, ma almeno lei si accorge che esisto” Frida provò l’impulso di picchiarlo, insultarlo, scuoterlo per sentirsi dire che era tutto uno scherzo, ma l’espressione ferma sul viso di suo marito la trattenne. Si alzò e nonostante Guido la chiamasse uscì in fretta dal ristorante. Raggiunse casa guidando come un automa. La testa le girava e non riusciva ad infilare la chiave nel portone. “Si sente bene?” Il tono della voce, dolce e sollecito, aveva un timbro straniero. Frida si voltò e vide ferma dietro di lei la donna marocchina che la osservava preoccupata. Indossava un abito colorato e portava i lunghi capelli neri  raccolti in una lunga treccia. Il suo volto era bellissimo. "No” rispose, ora avvertiva anche un leggero senso di nausea. La donna la prese a braccetto e l’accompagnò nel suo appartamento. “Si sieda sul divano, vado in cucina a prenderle una tazza di tè” Frida osservò la stanza, meravigliandosi che lo stesso locale che corrispondeva al suo salotto potesse apparire così caldo ed accogliente. Un gatto, bianco e nero, sonnecchiava su una pila di cuscini. “Beva, la farà stare meglio” la donna appoggiò alcuni bicchieri di vetro riccamente decorati e da una teiera fece scendere calandolo piano dall’alto un liquido ambrato. L’odore della menta invase la stanza. “Tè arabo?” chiese Frida. La donna annuì. “Non mi sono neppure presentata” si scusò  “mi chiamo Frida e abito al piano di sopra” “Lo so” disse la donna marocchina “la vedo passare a volte, io mi chiamo Saida” Frida si meravigliava di trovarsi a proprio agio. Bevve a piccoli sorsi il tè e iniziò a sentirsi meglio. Sulla tavola si trovavano alcuni libri aperti e appunti presi in fretta su un foglio in una lingua straniera. Allora lavorava. “Lei stava lavorando e io l’ho disturbata” “Non si preoccupi, volevo fare una pausa, una traduzione particolarmente difficoltosa” “Mio marito ha un’altra e ora quella donna, di cui non conosco neppure il nome, aspetta un figlio da lui” mormorò Frida d’impulso. Non sapeva perché stava raccontando a una perfetta sconosciuta i suoi problemi. “Anche mio marito mi ha lasciato qualche settimana fa per andare a vivere con una sua collega bionda e con gli occhi azzurri” disse Saida, versando altro tè nei bicchieri. “Come riesce ad essere così calma?” domandò Frida. Saida sorrise. “Non sono calma, io e Amid avevamo fatto molti progetti, ma nella vita  accadono fatti che non possiamo prevedere” disse “l’animo umano  è imperscrutabile” Frida annuì e rimasero in silenzio a sorseggiare il tè. “Ha voglia di aiutarmi a preparare i dolci per il ristorante arabo qui all’angolo?” chiese Saida “i lavori manuali permettono di scaricare le tensioni” Frida pensò che non era una cattiva idea. Allacciò il grembiule che Saida le porgeva e tuffò, con soddisfazione le mani nella farina. “L’avverto sono una pessima cuoca” si scusò ”in compenso sono bravissima a scegliere i surgelati” “Vedrà sarà piacevole” la tranquillizzò Saida, porgendole alcune uova “cominci a romperle” Quando Frida raggiunse il suo appartamento  ormai era  sera inoltrata. Avevano lavorato senza sosta per quasi otto ore e anche se avvertiva la stanchezza fisica, mentalmente si sentiva più serena. Sedendosi sul divano osservò con occhio critico la stanza. Aveva un’aria anonima, pochi pezzi ricercati, i colori tenui, nessun oggetto che rivelasse la personalità di chi ci abitava. Ripensò ai colori accesi, ai tappeti esotici, alle tende vivaci di Saida quasi con nostalgia. Creavano un’atmosfera avvolgente, sapevano di famiglia nonostante le difficoltà, gli imprevisti, gli scherzi del destino. Quando aveva iniziato a scomparire la vera Frida? Da ragazzina adorava dipingere, aveva anche cantato in un piccolo complesso insieme ad alcune amiche del liceo. Già, le amiche…scomparse, dissolte…lei non aveva mai tempo per incontrarle. Lentamente andò in camera e quando aprì l’armadio per appendere la giacca si rese conto che quasi tutto il suo guardaroba consisteva in  abiti neri con qualche rara sfumatura di bianco. Dove era finita la Frida delle lunghe gonne colorate, dei foulard variopinti, dei maglioni fatti a mano? “Ho ucciso una parte di me” pensò “forse la migliore”. Non poteva biasimare Guido, era vero lei in fondo non l’ascoltava davvero, si limitava ad essere contenta di vederselo scodinzolare attorno. Eppure l’amava, in modo sbagliato, ma l’amava. E ora l’aveva perso. Indossò un vecchio paio di jeans e una maglietta scolorita e rimase seduta sul divano a vedere sorgere l’alba. Verso le otto sentì l’odore della menta, invitante, giungere fino a lei attraverso la finestra aperta, come un richiamo. “Ci sono ancora molte cose che devo imparare” pensò “per esempio a non giudicare le persone” Con calma, con quei vecchi vestiti addosso, scese la  rampa di scale che la separava dall’appartamento di Saida e suonò il campanello. In mano stringeva un pacco di biscotti.

 

3° PREMIO

Sandra Frenguelli di Perugia

L'amore non illude

MOTIVAZIONE CRITICA: L'opera affronta la tematica della malattia, la cui sofferenza è lenita grazie alla tenerezza e all'amore. Lo stile è un mélange di delicatezza e realismo.

 

Le 7 del mattino. Fiammetta si è appena svegliata. Sente i passi fedeli della nonna nel corridoio, la porta che si sfessura e la voce invecchiata ma sempre venata di dolcezza: “tesoro buongiorno, sei sveglia?”. “Mmh, mmh” mugola Fiammetta aggiungendo con la voce ancora impastata “…nomma, perché non torni a dormire?”. “Cara, devo controllare che per la tua colazione sia tutto pronto, lo sai che da qualche tempo non ricordo le cose e ogni mattina temo di non aver preparato  tutto la sera precedente, alzati con calma che ti aspetto in cucina”. Norma era fatta così: quella nipote era la sua ragione di vita da oltre vent’anni e nonostante Fiammetta fosse ormai una donna, doveva occuparsi di lei almeno in quelle piccole cose quotidiane che gliela facevano ancora sentire una bambina; prepararle la colazione era tra queste. Ogni sera disponeva tutto sul tavolo: il set all’americana, la tazza coperta con il tovagliolo, il barattolo con i “bucaneve”, i biscotti preferiti di Fiammetta, la zuccheriera ed il bricco pronto sul fornello. Fiammetta doveva solo versare e scaldare il latte. Da qualche tempo però, a seguito di un leggero ictus, Norma aveva vuoti di memoria e così ogni mattina doveva controllare che la sera innanzi avesse fatto tutto, puntualmente scopriva che non mancava niente ma questo non le toglieva il dubbio e così ogni giorno doveva verificare. E sempre per paura di aver dimenticato controllava anche che accanto alla borsa della nipote sulla panca vicino all’uscio ci fosse lo scaldino per le mani nelle giornate fredde ed il foulard di seta nelle giornate calde. Fiammetta infatti soffriva di geloni alle mani l’inverno e di  problemi alla gola l’estate a causa dell’aria condizionata nello studio della casa editrice dove lavorava come lettrice di nuovi testi per l’infanzia da più di un anno. In quel giorno di un freddo febbraio Norma aveva verificato che lo scaldino era al suo posto accanto alla borsa. Ultimo controllo prima di rilassarsi era che in frigo ci fosse lo yogurt che Fiammetta si portava al lavoro per il break di metà mattino. Bene, anche lo yogurt aveva risposto all’appello: Norma si sentiva sollevata e contenta di essere ancora capace di pensare a sua nipote. Fiammetta intanto era giunta in cucina “allora, hai visto che c’è tutto come sempre?”.  “Solo se controllo sto tranquilla, lo sai. E poi ormai Ines starà per arrivare non posso mica farmi trovare in vestaglia, vado a vestirmi…”. A seguito dell’ictus Norma non restava mai sola, Ines oltre a fare i lavori di casa vigilava su di lei facendo stare tranquilla Fiammetta fino al suo rientro a casa. Dopo l’arrivo di Ines, Norma salutò la nipote carezzandole quel viso in cui rivedeva ogni volta lo sguardo della sua unica figlia che se ne andò in un incidente stradale lasciandole Fiammetta di appena sei anni, l’unico amore in cui trovò consolazione e per il quale aveva vissuto. Fiammetta si avvicinò al volto della nonna e come ogni mattina la sfiorò con un bacio, quel bacio sfiorava anche il ricordo della madre di cui ormai non rammentava più il volto ma la cui presenza era sempre stata lì, tra lei e sua nonna con la delicatezza e l’eloquenza di un viso sfiorato da un bacio. Quando sua figlia morì, Norma convertì il dolore da cui era percossa in amore creativo per Fiammetta. L’amore non illude si diceva, anzi crea la realtà. All’epoca aveva ancora il suo incarico da maestra elementare e grazie alla sua esperienza con i bambini, una delle mattine successive alla scomparsa della figlia fece trovare a Fiammetta delle grandi lettere di cartoncino colorate che componevano la scritta “la storia di Norma e sua nipote”. Giocò col suo nome e con il suono della parola mamma che Fiammetta non avrebbe più potuto chiamare. Nella grande fiaba inventata per Fiammetta, Norma divenne Nomma, che nel suono richiamava nonna e mamma, e Fiammetta era Fipote e cioè figlia e nipote. Nella loro favola, Nomma conduceva Fipote in un mondo fantastico in cui i bambini che come Fipote avevano perduto la mamma, acquisivano la grande capacità di generare specie nuove in ogni campo della natura. Ad esempio: la “fracocca” per gustare il sapore della fragola e la polpa dell’albicocca, il “perliegio” per cogliere dallo stesso albero pere e ciliegie o il “ciomela” per una mela al gusto di cioccolato. Questo potere, continuava Norma nel suo narrare fantastico ispirato dall’amore, valeva anche per i sentimenti e le emozioni, Fipote poteva infatti sperimentare la “fidanza” per fiducia e speranza, il “pensagico” per un pensiero magico che unisse illusione e realtà o la “nostalosa” per una nostalgia dolorosa che poteva sempre trovare consolazione nelle braccia di Nomma. Fiammetta quel lontano giorno in cui aveva poco più di sei anni si lasciò condurre nel mondo inventato dalla nonna, indossò con “fidanza” i panni di Fipote e trovò sempre aperte le braccia affettuose di Nomma. Più avanti, nell’adolescenza, cominciò a scrivere dei racconti per bambini che la casa editrice per cui oggi lavorava raccolse e pubblicò nel grande libro dal titolo “Nomma e Fipote”. Adesso che Norma era invecchiata e la sua memoria era stata compromessa dall’ictus, era Fiammetta a generare la realtà dall’amore. Ogni sera Fiammetta, dopo che Norma si era coricata, riponeva lo scaldino accanto alla borsa nelle giornate di inverno e il foulard di seta in quelle d’estate. Disponeva sul tavolo tutto l’occorrente per la colazione e ricordava sempre a Ines di non far mai mancare i “bucaneve” e di comprare sufficienti yogurt perché non mancassero mai alla ronda mattutina della nonna. Norma ogni mattina si lasciava cullare dal “pensiettivo”, quel pensiero protettivo di sua nipote che aveva provveduto a tutto quello che lei aveva dimenticato di fare.  Fiammetta leggendo negli occhi di Norma un’appagata “fidanza” perché tutto era come doveva, vedeva perpetrarsi quel “pensagico” che nella realtà intesseva la storia straordinaria di “Nomma e Fipote” creata dall’amore.
 

4° PREMIO

Mario Aliprandi di Olginate (Lecco)

Raccontami

 

MOTIVAZIONE CRITICA: L'opera affronta il tema di una regressione mentale nel passato, con una fitta rete di ricordi in apparenza banali, che sono linfa di vita per il protagonista.
 
Amore, mia stella ribelle, mi chiedi sempre con occhi stupiti, “ raccontami, raccontami qualcosa della tua vita quando io ancora non ne facevo parte, quando ancora non ti conoscevo.” Sai che in qualche modo ciò è impossibile, perché la mia vita è cominciata con te, perché tu c’eri anche quando non c’eri. Ma mi ci proverò lo stesso. Sono qui, seduto in poltrona in camera mia, nel lettore c’è la nostra canzone e adesso mi rilasserò, smetterò di parlare, tacerò, e lascerò che a parlare siano le parole delle mie emozioni, sperando di emozionare anche te quando mi leggerai. La giornata è quella tipica di un autunno ormai vecchio che tra un po’ lascerà il posto ad un nascente inverno, quell’inverno che tu, solare e freddolosa quale sei, temi. Ti racconterò di una cosa insolita, rara. Poco fa ero alla finestra, con davanti il panorama, le montagne dagli splendidi colori di metà novembre, che quest’autunno insolitamente caldo ci sta regalando, il lago, ed oltre il lago, i treni che in sincrono, si incrociavano in stazione. Ho alzato gli occhi in su, e lì, tra lago e cielo, gli uccelli, che in perfette formazioni militari una via avanti l’altra, traversavano la mia visuale, ritornando come ogni giorno da chissà dove, per andare chissà dove. Ad un certo punto, non so bene perché, forse qualcosa li ha disturbati, impazziti hanno rotto gli schieramenti cominciando a volare per ogni dove, ognuno per conto loro, come se avessero perso l’orientamento, tanto che me li sono ritrovati smarriti, impauriti a sbattere le ali contro i vetri della finestra, sul tetto di casa. E’ stato qualcosa di affascinante e spaventoso allo stesso tempo. Ma la cosa curiosa è che anche i miei pensieri hanno cominciato a muoversi incontrollati,  in modo autonomo, andando a scovare ricordi antichi, lontani. Mi sono rivisto bambino, con le mie timidezze, le mie paure, i miei giochi di latta. Ho ritrovato quell’ometto con i pantaloni corti, le scarpe nuove della domenica.  Ho rivissuto i miei pomeriggi estivi di adolescente trascorsi a casa di nonna Maria, circondato dalle mie tante zie indaffarate, chi a cucire abiti, chi impegnata in altre faccende, e da una miriade di altre donne, in parte loro amiche in parte signore che passavano per la prova di una camicetta o per la messa a punto di una gonna. Io me ne stavo in disparte apparentemente assente, a leggere fumetti sul balcone della sala, ma in realtà attento ad ogni loro parola e soprattutto attento ad ogni loro gesto, attratto dalle forme proibite lasciate scoperte durante un cambio d’abito o che intravedevo da una veste trasparente, ammaliato dalla biancheria intima che furtiva spigolava da un vestito troppo corto. E mentre lo sguardo indugiava colpevole su quelle scene, venivo assalito da turbamenti, emozioni di cui percepivo l’essenza, ma di cui ancora non comprendevo il senso. Poi, mi sono ritrovato piccino in cucina, quando d’inverno, seduto sullo scanno vicino al fuoco, incantato dalle sue magiche fiamme, imitavo nonno Alberto, e con la sua palettina di metallo con cui sistemava la brace, disegnavo effimere figure sulla cenere, ed anche se la mia mano incerta, infantile, non riusciva a trasformarle in piccole opere d’arte come quelle del nonno, riuscivano lo stesso a rilassarmi, a farmi sognare.
Intanto, mia mamma con le zie, in attesa dei lavori dell’estate, e la nonna, trascorrevano le stesse ore a qualche passo da me, ma distanti anni luce, in una dimensione diversa a far rutieddi, a volte di fatti attuali, spesso di racconti passati. Ed io, che ancora una volta non ero poi così assente come il mio silenzio poteva lasciar intendere, assorbivo tutto e mi rendevo conto che spesso erano versioni rivedute di cose già sentite, già dette, che ad ogni passaggio si arricchivano di particolari, di sfumature, il più delle volte prive di fondamento, che li facevano diventare ogni volta storie nuove. Dove non arrivava la realtà, ci pensava la fantasia a colorire tutto, a coprire vuoti di memoria. Io vivevo queste ore, questi momenti di intimi pensieri, sospeso tra i fuochi del camino e il sottofondo delle loro rassicuranti voci. Amore, sono momenti di vita importanti perché hanno contribuito, anche loro a formare l’uomo che sono divenuto. Sono ricordi che porto dentro di me, se ne stanno lì, discreti, vivendo sottovoce, fermo immagini che non potrò più rivivere ma che nessuno potrà portarmi via, come il ricordo della prima neve, del primo bacio, della prima volta che ti ho guardata con amore, il ricordo del tuo primo sorriso.  Così, quella che era una regressione della mente, diventa un’accelerazione, una premonizione, mi vedo con te a passeggiare lungo il mare d’inverno, la spiaggia tutta per noi, il sole tutto per noi. Io felice per la felicità che vedo sgorgare dai tuoi occhi di donna bambina. Abbracciarti in un gesto di intima protezione viene naturale, sentendoci un tutt’uno con il mare, la sabbia, il sole, baciarci una necessità dell’anima. E se tu, tra stelle e lampare, vivi l’incanto di una prima notte di sale, sulla battigia, insieme alle onde s’infrange un ti amo che più tardi all’alba io raccoglierò. Poi, la mano che tiene sollevato il lembo di tenda, ormai stanca, la lascia ricadere, e come gli uccelli ricompongono il loro isoscele che li riporta, come ogni giorno, da chissà dove per andare chissà dove, così la mia mente ritorna alla realtà, al presente, torna ad oggi pomeriggio, a te, che con il tuo vecchio maglione di lana, il cane al guinzaglio, la vaghezza dei tuoi anni negli occhi, corri verso la mia macchina, verso di me. Sul viso tutti i colori della gioia, tutti i segni della paura perché sapevi che con quei pochi passi, prendevi finalmente coscienza della profondità di quel sentimento, di quell’amore, per troppo tempo negato, per troppo tempo temuto, finalmente accettato. Eri bellissima - Ero stregato. Sono qui solo nella mia stanza, intorno a me le solite cose familiari, banali ma rassicuranti. Nel lettore la nostra canzone continua a diffondere le sue note, illudendomi, mia dolce ossessione, che tu sia qui con me. E mi ripeto che va tutto bene, che va bene così, e intuisco allora che l’unica cosa vera, importante e che adesso mi manca, sei tu Laura. E sarà la malinconia di questo istante, ma, mentre in un cielo amaranto si consuma l’ennesimo tramonto, la mia mente non riesce ad elaborare una scena più bella, non riesce ad immaginare qualcosa di più seducente di te, che dall’altra parte del lago, nella tua casa di collina, illuminata solo dai tuoi occhi, quei due gioielli di luce, te ne stai in pantofole struccata, spettinata, brutta e incicciolita diresti tu, con addosso il tuo vecchio ma comodo e caldo maglione di lana. Sei lì che fai i to mester, perché, non trovando la forza di mettere ordine nei tuoi sentimenti, non trovando il coraggio di mettere ordine tra i tuoi desideri, pigramente cerchi di mettere ordine in casa. La malinconia diventa emozione, e l’emozione si fa scascio. Struggente scascio di te.
 

5° PREMIO

Lenio Vallati di Sesto Fiorentino (Firenze)

George

MOTIVAZIONE CRITICA: L'opera racconta un amore che esiste, sopravvive e vive, nonostante l'odio insensato della guerra, simboleggiato da un bambino metafora della speranza e della pace.

 

Ero ancora una bambina quando sono arrivati gli americani. Si sono annunciati con grandi lampi nel cielo e sinistre esplosioni in tutta la nostra città. Io avevo paura e correvo a nascondermi in cantina. Mio padre inveiva contro di loro, li chiamava cani infedeli, gridava che  Allah li avrebbe puniti. Io non odiavo nessuno, ancora non ne ero capace. Avevo sentito dire alla televisione che erano arrivati per portarci la democrazia e la giustizia. A me questo sembrava strano, perché la guerra non mi sembra lo strumento più adatto allo scopo. Comunque tenevo queste considerazioni dentro di me, anche perché nessuno le avrebbe ascoltate. Iniziò un periodo durissimo per la nostra famiglia. Avevo tre fratelli, prima che la guerra iniziasse. Adesso me ne sono rimasti due, uno è morto durante un attentato. Mio padre continua ancora ad inveire contro gli americani. Mia madre è morta quand’ero piccola. E la guerra non è ancora finita. Ogni giorno case che crollano, attentati che insanguinano le strade di Baghdad. Io esco di rado di casa. Sono dominata dalla paura. Attraverso la strada solo per recarmi alla vicina moschea, memore di un attentato che pochi mesi fa l’ha resa un rudere. Ormai non ricordo neppure da quando è iniziata questa guerra. Ricordo solo che un giorno come tanti l’ho visto. Stava ritto, stagliato sulla porta d’ingresso di una casa accanto alla mia. Era alto, capelli nerissimi, la carnagione chiara. Aveva gli occhi azzurri e mi sorrideva. Non ho avuto paura nel vederlo. Aveva uno sguardo così buono che neppure per un attimo ho pensato mi potesse fare del male. Aveva indosso un pesante elmetto e la tuta mimetica. Un compagno gli ha chiesto qualcosa. Lui si è girato, gli ha risposto “okei” ma prima di sparire sulla strada mi ha lanciato un ultimo intenso sguardo. Mi sono sentita trafiggere da quei suoi occhi, ho raggiunto la mia casa barcollando. Non mi era mai successo prima di provare qualcosa di simile. Era un americano, era un nemico, avrei dovuto odiarlo invece di desiderare con tutto il mio cuore di rivederlo. Mio padre aveva brindato con i miei fratelli ed alcuni amici l’undici settembre. Io quella sera avevo pianto al pensiero di tante vittime innocenti. Forse ero indegna del mio paese e della mia famiglia? Forse non ero una buona irachena? Il soldato americano tornò più volte durante la settimana. Era solo. Sembrava mi volesse chiedere qualcosa, ma poi all’improvviso se ne andava dopo avermi fissata a lungo. Mi sentivo fremere di desiderio a quei suoi sguardi. Forse stava cercando qualche terrorista nascosto e voleva indicazioni da me. Forse era me che voleva. Io la notte non riuscivo più a dormire. Ogni piccola esplosione, ogni piccolo rumore mi faceva sussultare. Mi svegliavo di soprassalto, impaurita, e nella penombra intravedevo i suoi occhi azzurri che mi infondevano coraggio. Un giorno mi si fece più vicino e cominciò a parlarmi. Io dapprima non capivo quei termini strani, riuscii solo ad afferrare che si chiamava George ed era del Texas, ma poi, pian piano, i nostri occhi si incrociarono ed  iniziarono a parlare un linguaggio universale che è il linguaggio dell’amore. Sì, adesso lo capivo, mi stava dicendo che avrebbe voluto che terminasse presto quell’assurda guerra per portarmi via con se. Quella guerra che non avrebbe mai voluto che cominciasse. Che da quando mi aveva visto non poteva fare a meno di me.  Cercò anche di abbracciarmi ma io scappai via. Per tre giorni e tre notti maledissi quel mio gesto. Perché ero fuggita da lui? Avevo paura che la sua fosse tutta una finzione? No, ne ero sicura, mi amava. Adesso non tornerà più, mi dicevo. Non avevo il coraggio di pensare a quello che sarebbe successo se mio padre o i miei fratelli avessero saputo qualcosa dei nostri incontri, se ci avessero sorpresi insieme. Mi avrebbero sicuramente uccisa. Il soldato tornò. Gli feci solo capire che era pericoloso vederci, e lui mi accompagnò in un posto sicuro. Mi fece attraversare la strada e mi condusse oltre un portone, giù per una rampa di ripide scale. Una stanzetta con due sedie, un comodino e un lettino ci accolse. Pochi oggetti sparsi intorno. Mi fece capire che lì eravamo al sicuro. Che neppure le bombe ci avrebbero disturbato. Stavo con lui una mezz’ora, poi ritornavo a casa perché mio padre e i miei fratelli di lì a poco sarebbero rincasati. Dovevo preparar loro il pranzo e mettere tutto in ordine. Prima di rientrare mi ravversavo i capelli scompigliati e mi riaggiustavo la veste. Ho continuato a vederlo per diversi mesi. Poi è sparito. Quanto vorrei che mi avesse abbandonata per far ritorno al suo paese! Purtroppo ho motivo di pensare che ben altro gli sia successo. Ho sentito parlare, un mese fa, di un attentato. Di tre soldati morti. Tra questi mi hanno riferito di un ragazzo alto con gli occhi azzurri. Il mio cuore ha capito. La guerra me l’aveva portato via come migliaia di altre persone. Non aveva avuto pietà di me. Io dapprima piansi, poi mi feci coraggio pensando alle sue carezze e alle parole che mi diceva e che ultimamente riuscivo a capire : “c’è una forza grande che piega i destini di ognuno di noi come il vento l’erba dei campi, e niente e nessuno può contrastarla, nemmeno la guerra, nemmeno la morte”. Adesso ho terrore di mio padre. Tra poco non potrò più nascondergli il frutto del nostro amore. Gli racconterò che un soldato iracheno mi ha violentata. No, non lo conosco, non so chi sia, non ne ho idea. Oppure dirò che è stato il figlio del fornaio. Lui non mi smentirebbe, è una vita che è innamorato di me. Accetterebbe di buon grado un figlio non suo pur di starmi accanto. Ti prego, bambino mio, frutto di un puro, grandissimo amore, e al contempo frutto di una guerra assurda, insensata come lo sono tutte le guerre, ti prego, non tradirmi. Somiglia a tua madre, ti prego, prendi da me la carnagione scura della mia pelle e i miei profondi occhi neri. Se tu nascessi con la pelle chiara e gli occhi azzurri mio padre mi ucciderebbe. In tal caso dovrei scappare, ma dove? Dovrei lasciare il mio paese. No, ti prego, non mi tradire. Cammino a fatica, attraverso la strada col fiatone. Ecco, rivedo il portone oltre il quale riconoscerei tra mille la rampa di scale. Adesso è chiuso. Proseguo per l’acciottolato disconnesso verso la moschea. Allah, ti prego, aiutami! Odo degli spari. Alcuni uomini corrono verso di me. Mi appare all’improvviso la sagoma di un cingolato. Poi un’esplosione. Un’altra. Sto per cadere. Calcinacci piovono sulla mia testa. Ti prego, bambino mio, fuggi da questo mio corpo intrappolato dalle macerie. Salvati almeno tu. Sto per essere calpestata dalla gente che fugge senza sapere dove. Cado. Mi rialzo. Caparbiamente, come se una forza sovrumana mi possedesse, riesco a rientrare in casa, sono ansante, le vesti lacere. Ma sono ancora viva. Questa guerra che ti ha ucciso, George, ha voluto risparmiare me. Perché? Forse vuole che un giorno io possa raccontare a tutti di noi due, del nostro grande amore sopravvissuto all’odio insensato degli uomini? Vuole che io sia una bandiera di speranza in questo paese vittima di morte e distruzione?  Non  può esistere un futuro frutto della paura e della menzogna. Solo nella sincerità ritroveremo noi stessi.    Nostro figlio avrà la carnagione chiara come la tua e occhi azzurri come i tuoi, ne sono sicura. E si chiamerà George, come te.

 

6° PREMIO

Stefano Borghi di Cassina dei Pecchi (Milano)

Farfalle

MOTIVAZIONE CRITICA: L'opera affronta il tema della guerra, che miete vittime fra gli innocenti, tarpando le ali alla libertà, attraverso uno  stile che riproduce il fardello del dolore e la denuncia d'ingiustizia.

 “Guarda che spettacolo” dice Chenda, posando il secchio colmo di pesce ancora guizzante pescato al fiume. Mentre guarda all’insù si leva il copricapo e con un fazzoletto rosso si asciuga il sudore. Il cielo è pieno di farfalle. Non sono certo una rarità da queste parti, ma in questa stagione diventano migliaia. Chenda è mia sorella; mi metto al suo fianco e osservo anch’io. Il cielo è oscurato da una miriade di puntini colorati, ce ne sono davvero tante e di tutti i colori. Grosse farfalle Monarca dalle ali arancio e nero ricoprono completamente alberi di Jacaranda e i loro fiori color lavanda per deporre le uova; altre, più piccole e color turchese, volano radenti ai prati, in un movimento irregolare e incessante. Ve ne sono alcune enormi, con trame gialle che spiccano sulle grandi ali. Non è la prima volta che vedo uno spettacolo così, ma non posso fare a meno di restarne rapito e, anche se il sole picchia forte e il caldo umido che genera ti appiccica i vestiti alla pelle, resto volentieri immobile, a farmi cuocere il cervello in mezzo al sentiero che non ha riparo dal sole, pur di osservare questa meraviglia. Chenda guarda senza dire una parola, poi riprende il suo carico e si rimette in marcia con la testa bassa. Mi metto in marcia anch’io senza dire nulla, non sarebbe il momento; so a cosa pensa Chenda. Pensa a Sov, il suo bimbo, mio nipote, scomparso a soli sei anni. Sov era quel che si dice un bel bambino. Sorriso che ti compra e occhi che sanno farsi perdonare qualsiasi cosa. Aveva solo sei anni quando accade il fatto ed era un giorno come questo. Uno di quei giorni dove in cielo ci sono milioni di farfalle. Sov aveva un’autentica passione per le farfalle; ne aveva fatte a decine, ritagliandole da fogli di carta colorata, e le aveva appese vicino al suo letto. Uno dei suoi passatempi preferiti era rincorrerle. Correva per ore e come facessero quelle sue gambette esili come stuzzicadenti a sorreggerlo per così tanto tempo era un mistero. Aveva imparato a stare fermo immobile, in mezzo ai fiori; anzi, ne raccoglieva alcuni e le farfalle finivano per posarsi su di lui. Gli camminavano sulle braccia, sul volto, solleticandolo con le loro zampette. Quando accadeva era il bambino più felice del mondo e alla sera non faceva altro che raccontare ai suoi genitori e al fratello quante farfalle aveva avuto addosso e come le aveva chiamate. Era incredibile, Sov. Per quanto le desiderasse, si limitava a catturarle con un retino e osservarle, per poi lasciarle andare. Il nonno gli aveva spiegato che, se avesse toccato le ali, le avrebbe danneggiate irrimediabilmente e sarebbero potute morire. Il piccolo si guardava bene dal farlo. La farfalla che trovò in un prato quel giorno, però, era a terra, come morta; non si muoveva, non volava. Probabilmente il bimbo pensò di prenderla per vedere se poteva fare qualcosa per lei. Sov non sapeva, non poteva sapere, che quella che aveva tra le mani era una mina. Ve ne sono moltissime da noi, e molte sono fatte a forma di farfalla; alcuni modelli sono persino colorati. Vengono lanciate dagli aerei e planano ovunque. Gli adulti e i ragazzi più grandi non ci cascano più e le evitano, ma i bambini più piccoli… Non scoppiano subito, nella maggior parte dei casi bisogna raccoglierle e muovere le ali. Alcuni riescono persino a portarsele a casa o mostrarle ad altri bimbi. Sov  non la mostrò a nessuno: la tenne per sé, e mosse quelle ali. Probabilmente voleva aiutarla a volare, voleva vederla prendere vita. Ma non ci fu nulla da fare, né per lui, né per la farfalla. Ero poco distante quando lo scoppio mi fece saltare il cuore in gola. In pochi secondi raggiunsi Sov, che si trovava a terra, immobile, avvolto in una nuvola di fumo. Non aveva più le mani e metà del suo bel viso si era dissolto in una macchia di sangue. Guardava il cielo dall’unico occhio rimasto e non diceva niente, non si lamentava, non piangeva. Non lo fece nemmeno quando lo caricammo sul camion, che sobbalzava paurosamente ad ogni buca, sballottandolo qua e là, per una corsa che pareva non avere fine. Arrivò all’ospedale in condizioni disperate e, quando sua madre parlando e piangendo gli chiese se sentiva male e cosa poteva fare per lui, l’unica cosa che riuscimmo a capire del suo delirio fu la parola farfalla. Morì poco dopo. Molti, ricordandolo e prendendo ad esempio altri sopravvissuti, dicono che è stato meglio così: un mutilato semicieco non ha un bel futuro qui da noi. Quando sento questi discorsi non dico niente, preferisco andarmene. Sono passati due anni da quel giorno. Ogni volta che sento uno scoppio o vedo una farfalla penso a Sov. Me lo vedo davanti. Con quel sorriso che ti compra e quegli occhi che sanno farsi perdonare qualsiasi cosa. Me lo sogno di notte, mi viene incontro senza mani e mi dice “Mi dispiace”.  Mi sveglio che ho i brividi. Vorrei urlargli di non essere triste, che non è colpa sua, ma la voce mi muore in gola. Poi non riesco più a prendere sonno. Oggi è festa, è il compleanno del Re; festeggeremo per tre giorni, come prevede la legge. Siamo tutti riuniti e per l’occasione le donne hanno preparato un ricco pasto. C’e carne cotta nel latte di cocco, riso, pesce secco, insalata di mango, frutta e the speziato in abbondanza. Ho mangiato pochissimo. Ho promesso a mia sorella che l’avrei accompagnata al cimitero a far visita al piccolo Sov. Il solo pensiero mi ha chiuso lo stomaco. Solo adesso, che sono qui, sulla sua tomba, provo un po’ di sollievo. Da dove si trova credo che possa vederci, che sia contento di trovarci qui e che sorrida. Sarà perché sui fiori che abbiamo deposto per lui si sono posate decine di farfalle.

 

7° PREMIO

Ferruccio Fabilli (Ferrù d'Effe) di Cortona (Arezzo)

L'airone e la gru

MOTIVAZIONE CRITICA: Lo stile fiabesco c'immerge in un'atmosfera che richiama il mondo dell'infanzia, popolato di purezza e fantasia.

Un florido Airone, con  l’aria del politicante, attaccò bottone con una timida Gru intenta a raccogliere sementi, il cibo per la sua famiglia, in un campo non coltivato a pochi metri dal Lago: <<A volte gli uomini fingono di credere a quello che dicono, come quando parlano della necessità di proteggere il grande Lago,  dove migliaia di uccelli approdano, soggiornano e ripartono rifocillati; poiché  amare e rispettare la vita degli uccelli  non è costruire a ridosso del Lago, non creare percorsi invasivi per umani, non prelevarne l’acqua per irrigare coltivazioni intensive, non scaricare sostanze tossiche…!  Sarebbe bene lasciare crescere la flora delle sponde,  ideale per la vita e la nidificazione, proibire la caccia e altre simili accortezze; insomma lasciare in pace il Lago e i suoi naturali  frequentatori: gli esseri microscopici, gli insetti, i rettili, gli anfibi,  i pesci e gli animali selvaggi! Ecco le vera manifestazioni d’affetto e di protezione!...>> Erano le prime ore di un bel mattino d’estate. Come ogni giorno la Gru faceva le provviste alimentari per casa a poche centinaia di metri dal suo nido e le chiacchiere dell’Airone non la distoglievano dalla sua incombenza. Più per cortesia che per disponibilità a lasciarsi andare a quella  conversazione interessante, ma che lasciava il tempo che trovava, chiese: <<Scusa, ma tu non raccogli sementi?>> <<No.>> Rispose l’Airone interrotto nella sua disquisizione politico-esistenziale. <<Noi aironi ci nutriamo di pesce, di cui stamani mi sono già fatto una ricca pappata e ho nel gozzo la scorta per il nido! Ora sto qui un po’  nel campo a riposare prima di tornare da dove sono venuto.>> <<Scusa la mia curiosità, ma, dal momento che siamo uccelli molto somiglianti, pensavo che ti cibassi come noi gru!...>> <<Fino ad oggi non avevi incontrato aironi?>> <<Ne ho visti passare tanti, ma non avevo parlato con nessuno, né mi ero curata delle loro abitudini. Ma dove hai il nido? Qui nei paraggi, in prevalenza, ci sono  famiglie di gru.>> <<Non so se qui ci siano miei simili. Io appartengo alla variante meno numerosa degli ‘aironi di città’, una specie dedita dal nomadismo. Vengo da dietro quella collina, dove c’è la mia piccola famiglia e pochi altri ‘aironi liberi’.>> <<Che significa: ‘aironi liberi’? Anche noi gru non siamo prigioniere! Ogni famiglia vive accanto all’altro, ci difendiamo tutte insieme da eventuali aggressori (ciò accade quasi sempre…, solo quando c’entra di mezzo la politica, vengono fuori divisioni demenziali,  che durano nel tempo!) e siamo coppie  fedeli per tutta la vita!>>. <<Un airone è libero quando abbandona la tribù e i vincoli servili, vive insieme ai più stretti affetti e si procaccia il cibo senza chiedere favori. Sceglie di vivere dove più gli piace, invece di nidificare nello stagno, pieno di lecchini e spioni; degenerazioni che nascono in una popolazione che rimane a lungo, nel medesimo posto, con pochi inserimenti di soggetti nuovi.  Io sono anche mentalmente un migrante. Agli inizi è sempre dura: vivere in luoghi nuovi - fiumi, laghi o stagni -, difendersi da soli… ma oggi sono felice della mia condizione!>>  Seguì il silenzio.  I due uccelli, all’apparenza soddisfatti della propria vita, trovarono interessante aver fatto la reciproca conoscenza; librandosi in volo si salutarono. La gru con un breve volo, tutta distesa nella sua lunghezza col corpo parallelo al suolo – seguendo il consiglio della mamma “vola sempre basso!”-, raggiunse il  vicino nido. L’airone si levò molto più in alto, prima anch’egli si distese, poi, una volta raggiunta la quota e la postura giusta di volo, piegando indietro il collo ad esse, scomparve dietro la collina nella  direzione del tramonto del sole. Al casuale primo incontro, altri seguirono le mattine seguenti. Alla stessa ora in cui l’Airone faceva la  passeggiata digestiva, nei campi incolti vicini al bacino ricco di pesce,  arrivava la Gru per raccogliere i nutrienti chicchi dalle spighe o  per terra .  Le  prime faccende mattutine della Gru, prima di dedicarsi alle provviste,  erano di accudire i suoi tre piccoli, con delicati tocchi del becco sulle morbide piume, per rinfrescarne l’aspetto, e di  rimettere in ordine il nido -  scompigliato dai vivacissimi piccoli – bisognoso di una accurata manutenzione. <<Buon giorno. Hai fatto una pesca gustosa oggi?...>> Esordiva la pur timida Gru. Spesso  la prima a porgere il saluto per la sua spontanea gentilezza. <<Ottima! Buona raccolta anche a te!>> Rispondeva l’Airone un po’ ingoffato dal cibo e più lento nell’esprimersi non per ritrosia, ma per la sua indole riflessiva, nell’esprimersi amava essere gentile e, sui contenuti, amava non essere banale, anche se leggero e ironico,  senza offendere. <<Ti vedo il gozzo più carico,  da un po’ di giorni a questa parte, hai più appetito in vista della stagione fredda?>> Chiese un giorno  la Gru. <<Non è il freddo che temo, ma devo mettere su un po’ di peso per lo sforzo che mi attende. Ho deciso, insieme ad un amico airone libero, di fare un viaggio verso oriente. Voleremo giorni e mesi. Visiteremo luoghi dove regna il caldo tutto l’anno, molto piovosi e  ricchi di specchi d’acqua e fiumi. Non sarà il paradiso, ma l’idea di andare a conoscere nuovi mondi è molto eccitante e vale la pena affrontare l’incognito e una lunga fatica!>> Seguì un lungo periodo di assenza dell’Airone dalle sponde del Lago.   Mentre la Gru  seguitò  la sua amorevole e laboriosa raccolta per le  giovani e allegre bocche da sfamare, non conoscendo riposo.  Freddo o caldo, vento, acqua, neve non furono di ostacolo al suo principale dovere quotidiano: dar da mangiare agli affamati! Anzi il lavoro  metteva allegria a quella simpatica, dal sorriso contagioso; ogni gru che la incontrava amava intrattenersi con lei anche solo per un po’. Nella tribù era considerata un modello straordinario, difficile da emulare, per la passione che metteva in ogni azione. Membro assiduo del coro, non mancava mai  ai riti considerati sacri dalle gru.  Era per tutti un mistero la sorgente di tanta energia che metteva a disposizione di chiunque ne avesse bisogno e come potesse il suo buon umore e la sua socievolezza coniugarsi con il convivere con un compagno schivo di cui si sapeva ben poco: tutto nido, lavoro e  riti sacri! Anche se, di norma, la vita delle gru di quei luoghi è molto prevedibile, convenzionale,  animata da una certa allegra socievolezza.  A primavera inoltrata, quando l’aria era già calda e  la vegetazione esplodeva, la Gru ritrovò uno smagrito Airone al  solito posto nel lungolago. <<Ehhh! Chi non muore…! Hai fatto una buna vacanza? Che tempo hai trovato? E’ stato bello? Molta fatica? Come erano le signore aironi laggiù?...>>. Per una Gru tanto timorata, questa maliziosa curiosità la rese ancora più simpatica all’Airone. <<Sono un po’ stanco per il viaggio, ma ne valeva la pena e quando ogni tanto potrò me ne sobbarcherò di nuovo volentieri il peso! Tolta la fatica del volo, di questa avventura mi rimangono solo dei bei ricordi. Negli stagni e negli specchi d’acqua, che ho visitato, ho trovato una infinita varietà di nostri simili, con i quali ho scherzato, banchettato e discusso del mondo che cambia – più spesso in peggio per noi! – delle acque che scarseggiano, invasi prosciugati per costruire case, grattacieli, autostrade e aeroporti; degli uomini che mettono sulle nostre rotte di uccelli: ostacoli, veleni, trappole e colpi di fucile! Anche se tra noi viaggiatori insieme al timore per l’incognito c’è sempre allegria, anticonformismo e cordialità.>> <<Così ti sei divertito?!...>> incalzò la Gru. <<Certamente! Ho potuto verificare le verità sull’esistenza di mondi diversi dal nostro, per clima, alimentazione, usi e costumi e colore del piumaggio dei nostri simili. In particolare mi sono piaciuti quei luoghi in cui certi spazi sono chiamati oasi naturalistiche, parchi, riserve e simili, dove - quando funziona - noi animali siamo trattati da re! Alcune bestie sono addirittura ritenute sacre e venerate con offerte di incenso e di cibo: ho visto certe ‘scimmie sacre’ obese dagli eccessi di offerte! Ma quello che più mi ha affascinato è stata la tolleranza - il rispetto e l’interesse per il diverso -,  che ti da una sensazione di star bene al massimo, di vivere in un mondo nuovo più giusto e meno pericoloso. Vicino alle ‘scimmie sacre’, ingrassate dalle offerte dei turisti e dalle guardie comunali a loro dedicate, c’era un tempio consacrato alla tigre, un riconoscimento forse tardivo, perché in quella regione  sembra essere una specie estinta o in via di estinzione .   Ho camminato su lunghe spiagge meravigliose e deserte, senza bagnati chiassosi e sudicioni, e, infine, - una goduria! – ho visitato parchi pubblici con enormi vasche piene di grassi pesci, dei quali abbiamo fatta abbondante provvista, oltre a vederne una gran quantità morire per il sovraffollamento e la super nutrizione.  Viziati da turisti buoni, ma stupidi, che, a frequenti ondate, gettavano in acqua quantità esagerate di cibo per assistere e fotografare  furiose calche di pesce, che si ingozzava fino a scoppiarne!>>. Avrebbe potuto seguitare ancora il suo racconto alla Gru assorta, presa da un intimo desiderio, ma con la speranza remota, di potere anch’essa un giorno fare un viaggio tanto impegnativo e intrigante: <<Dimmi Airone, ma il tuo è stato il primo viaggio lontano?>>. <<No. Seguendo gli alisei sono arrivato anche in America. Ho sorvolato l’Europa intera: dalle zone calde a quelle fredde, da dove sorge fin dove tramonta il sole; una parte della fredda Russia, l’Ucraina e i Balcani;  lo Stivale da cima a fondo, fino all’altra sponda del mare, - una specie di sterminato lago salato,  il mare Mediterraneo - che bagna le coste  dell’Africa, dell’Europa e dell’Asia Minore. Per fare tutti questi viaggi ho speso molto del mio tempo libero dagli obblighi - molto più lievi dei tuoi - che mi legano al piccolo gruppo dei miei cari. Ma tu – dimmi – hai mai viaggiato?>>. <<Io sono nata e  vissuta sempre in questa piccola valle. La mia scelta di vita è stata condizionata dall’istinto e dalla nostra educazione tradizionalista di  gru: l’essere stanziali,  la fedeltà della coppia - che è una assunto delle gru per  l’intera vita –  e l’amore per la prole,  mi hanno resa felice. Anche se ammiro  i viaggi che tu hai fatto, io ho potuto farne a meno. Quando osservo il cielo stellato la notte, guardo le albe o i tramonti sul Lago - che in molti periodi dell’anno penso non abbiano nulla da invidiare a quelli di  ogni altra parte del mondo -, mi abbandono alla fantasia, che mi trasporta sopra incantevoli mari, monti, laghi e fiumi che forse mai vedrò realmente! Ciò che ho mi basta!...>>. La Gru era già pronta per spiccare il suo breve volo, da lì al nido. Riflettendo sull’incontro di quella mattina l’Airone si convinse che la Gru nascondesse i suoi veri sentimenti e che un comune senso di malinconia accomunavano lui e la Gru: il timore di perdere gli affetti e i contatti con i luoghi e le persone care, il desiderio inesauribile di conoscere  il mondo  - viaggiando con il corpo o con la fantasia - le decisioni da prendere sempre con l’idea di non avere rimpianti; il tempo che scorre, senza tregua, spesso non consente di rimediare facilmente agli errori o alle rinunce…  L’Airone e la Gru, nella loro quotidiana ricerca del cibo, manifestarono l’uno per l’altro grande rispetto, anche se di opinioni e di stili di vita quasi agli antipodi. Era nata  una forte simpatia. Col passare del tempo l’Airone, approfondendo l’osservazione, apprezzò l’elegante portamento della Gru, dal bel piumaggio, ben proporzionata, il collo flessibile, esile e forte che le dava sicurezza nel volo ed era instancabile. L’Airone non fece mistero di soffermare il suo sguardo sulle qualità fisiche e sulla saggezza della Gru. La quale si scherniva, dicendo che il merito, se merito c’era, era della mamma e del babbo a cui somigliava.  Erano consapevoli che tra le due loro specie non era facile stabilire rapporti: trasmettere conoscenze comportava un grande sforzo – a differenza della specie umana molto più facilitata  -  per quelle distanze che, tra gli animali selvaggi, la natura  si diverte a creare. La Gru rivelava la sua intima contentezza per l’ammirazione ricevuta dall’Airone, migliorando con piccoli accorgimenti la luminosità del suo piumaggio, un incedere sempre inappuntabile e il becco ben levigato.  <<C’è un velo di mestizia nei tuoi occhi!... Qualcosa non va?>> Domandò con circospezione l’Airone una mattina di primavera. <<No…! Sono un po’ stanca. Ho tanti impegni…>> Rispose la Gru con lo sguardo abbassato sul campo.  L’Airone intuendo di aver toccato forse un punto delicato di quell’animo, con tono allegro soggiunse: <<Sai - ho deciso - parto per un grande stagno vicino al mare, dove mi dicono che il clima è sempre dolce, si fanno pasti abbondanti di pesce e, da quanti gamberetti mangiano, certi uccelli hanno addirittura il piumaggio colorato di rosa!...>> La Gru sembrò avere un  sussulto e con un sorriso appena abbozzato: <<Non tornerai più?!...>> <<Non lo escludo; non faccio programmi a lunga scadenza.  Ma non mancherò di certo alla festa annuale, quando gli uccelli si riuniscono a frotte al Lago per dar vita a evoluzioni aeree spericolate, ricchi banchetti, spettacoli, giochi, insomma a delle folli giornate di divertimento!... E quando tornerò per quella occasione spero di vedere anche te volteggiare in alto a fare i cerchi per tutta la larghezza del Lago, per il rito d’amore alla nuova stagione, a cui partecipano tanti gli uccelli del circondario, mescolandosi tra loro. So che tu non hai mai partecipato, ma ti garantisco che, anche se per un solo giorno, ti sentirai piena di una grande felicità, di un senso di libertà e di appagamento che poche altre esperienze danno!... Gli esseri umani, già dall’antichità, seguendo certi cicli della natura e un profondo bisogno di sprigionare tutta la gioia interiore inventarono la frase “Semel in anno licet insanire!”, cioè: una volta all’anno è consentito trasgredire, impazzire!..>> <<Ma, non so se mi piacerebbe confondermi con  tanto ingolfamento di volatili un po’ fuori delle righe!...>> <<Per un carattere come il tuo potrebbe  piacerti sapere  che come ogni anno ci sarà una tenzone poetica tra poeti dell’aria.  Quest’anno nell’invito, che mi è arrivato  dal cinguettio degli uccellini, hanno dato il titolo alla gara: “Il maglio dolce sgretola bastioni inespugnabili”! Chissà che voli… poetici faranno i nostri!>> L’Airone volteggiando da mattacchione, su e giù,  qua e  là, sparì dietro la collina. Da quel giorno di quei due  volatili non si ebbero più notizie, si seppe solo che l’Airone non mancò all’annuale grande festa degli uccelli sul Lago

 

8° CLASSIFICATO

Mara Penso di Mestre (Venezia)

Il principe della notte

 MOTIVAZIONE CRITICA: L'opera affronta la tematica dell'amore, che vince su tutto, perfino sulle leggi della natura con buona abilità scritturale.

Si era sparsa la voce e, dal regno della notte, era giunta fin nel parco verde dove dimoravano le rondini: la storia di Lorenzo, un elegante e superbo pipistrello. Le rondini abitavano il parco a sud della città, un bellissimo parco ricco di fiori, alberi e florida vegetazione; quando il sole filtrava fra le fronde degli alberi più ricchi, creava dei prismi che brillavano simili a splendenti diamanti di luce e le sfavillanti gocce arricchivano l’intorno creando una fiabesca magica atmosfera. Le rondini vivevano spensierate in armonia con gli altri uccelli del parco; fra di esse vi era Valentina, una giovane rondine molto graziosa. La colonia dei pipistrelli, invece, dimorava in una scura umida confortevole grotta situata al limite del parco; Lorenzo era un pipistrello bello giovane e molto presuntuoso perché consapevole del fascino che suscitava fra le pipistrelline. Veniva chiamato “Il Principe della notte” perché gironzolava tutta la notte alla ricerca di giovani pipistrelline da ammaliare e si spingeva anche molto lontano. Con il suo modo misterioso e affascinante aveva spezzato più d’un cuore nelle notti di luna piena; il suo pavoneggiarsi quando volava intorno ai lampioni si differenziava da quello di tutti gli altri pipistrelli, Lorenzo era unico e la notte era il suo incontrastato regno. La rondine Valentina, invece, amava volare nei tiepidi pomeriggi di sole, passava intere giornate beandosi di vento e di luce, garrendo e intrecciando allegri voli con le sue compagne. In uno di questi pomeriggi luminosi, le amiche di Valentina stavano parlando di Lorenzo e della sua fama che ormai stava facendo il giro del parco e anche dei parchi vicini. La rondinella era molto incuriosita, quasi affascinata, non finiva mai di farsi raccontare la storia del “Principe della notte” e ogni giorno, alle sue amiche, chiedeva nuove notizie. Vicino al grande albero era un allegro garrire, le giovani rondini si divertivano molto; tutte avrebbero voluto conoscere il pipistrello famoso, ma, per Valentina, non si trattava solo di curiosità, c’era qualcosa di più; era completamente affascinata e, col passare dei giorni, veniva sempre più rapita, si sarebbe potuta definire decisamente innamorata. Ormai Lorenzo era divenuto, senza saperlo, parte integrante della sua vita: di giorno lo portava con sé nei suoi voli e la notte era il dolce compagno dei suoi sogni.  La rondinella non faceva che pensare al “suo” pipistrello; non sapeva ancora come, ma lo avrebbe incontrato! Il suo progetto, però, era di difficile realizzazione, infatti tutti sanno che mentre le rondini vivono di giorno, i pipistrelli sono i signori della notte. Ma Valentina non si sarebbe sicuramente arresa per questo; doveva escogitare un piano per incontrare quello che ormai osava definire il suo amore.    Il giorno stava per cedere il posto alla sera, il tramonto fino a poco prima infuocato si spegneva lentamente e nel parco la calda luce rosso-arancio che ammantava la vegetazione, regalando un’atmosfera fiabesca, si era fatta tenue per poi sparire quasi del tutto: era il crepuscolo, l’ora in cui la colonia dei pipistrelli usciva sempre dalla grotta per esplorare il parco. La rondinella Valentina si spinse al limite del parco fino alla grotta dei pipistrelli e, cercando di vincere la stanchezza (ma si sa l’amore compie miracoli), attese pazientemente. Finalmente “Lui” uscì; era così elegante ! Sembrava indossare un mantello nero che gli donava un’aria superba. Timidamente Valentina gli si avvicinò, il cuore le batteva forte per l’emozione ma trovò il coraggio di rivolgergli la parola. Ci sono momenti in cui le emozioni sono così intense da farci quasi male e non ci sembra vero che i nostri sogni si stiano per realizzare. La voce di Valentina era dolce come un canto, le sue parole d’amore una musica soave; Lorenzo non riuscì a restarne indifferente. Per orgoglio ostentò superbia e poco interesse ma la freccia infuocata di Cupido l’aveva colpito. Liquidò la rondinella con parole scortesi ma in realtà l’averla conosciuta lo aveva turbato profondamente. Tornò dai suoi amici vantandosi di aver fatto una nuova conquista: “Una straniera, non una pipistrellina!”. E Valentina, sconsolata, ritornò dalle sue amiche rondini che non sapevano più cosa escogitare per consolare la sua tristezza. Lorenzo gironzolava sempre nelle notti di luna, ma non si divertiva più come prima, le pipistrelline sembrava non gli interessassero più e a volte diventava un po’ malinconico. Anche se non avrebbe mai ammesso la ragione del cambiamento avvenuto in lui, sempre più spesso usciva dalla grotta prima del crepuscolo con la speranza di rivedere la dolce e coraggiosa rondinella che gli si era avvicinata. Un giorno luminoso, il sole non aveva ancora iniziato la sua curva discendente quando il Principe della notte uscì, in quell’ora per lui insolita, all’insaputa di tutti per avventurarsi nel parco. Il sole creava riflessi luminosi fra le fronde e lì, fra l’intreccio dei rami, la vide: diamante di luce dalle nere ali. Il pipistrello rimase immobile alcuni minuti a contemplarla, infine si decise e le si avvicinò.  “Valentina, perdona la mia stupida presunzione, ti prego non mi respingere; prima di incontrarti non sapevo cosa fosse l’amore, mi divertivo soltanto a fare nuove conquiste per soddisfare la mia vanità. Ora per me non ci sei che tu e niente ha più importanza se tu non mi vuoi”. La rondinella rimase con il becco spalancato per la meraviglia e riuscì solo a balbettare:  “Tu, sei proprio tu?!” Ma, anche se le parole non uscivano, i suoi occhi dolci avevano già detto si per lei. Allora il Principe della notte avvolse delicatamente nel suo mantello la soave rondinella per suggellare il loro patto d’amore. Poi si promisero eterna fedeltà: “Staremo sempre insieme” –dissero all’unisono- ma il suono di queste parole fu una nota stonata.  Una nuvola grigia passò davanti ai due innamorati che , però, si ripresero subito perché l’amore vero supera qualsiasi ostacolo. Decisero così che si sarebbero incontrati dal tramonto al crepuscolo; lui sarebbe uscito dalla sua grotta un po’ prima del calar del sole e lei gli sarebbe andata incontro per lasciarlo quando ormai la sera, col suo velo, sta per coprire il mondo. Non potevano stare insieme sempre, ma proprio per questo il loro amore era anche più grande e nei pochi momenti dei loro incontri si amavano intensamente e l’arrivederci che si scambiavano era molto triste ma pieno di promesse. Nonostante le difficoltà e il tempo tiranno, la loro unione si consolidava ogni giorno di più perché erano legati da un amore sublime, splendente come il sole prezioso come la luna. Lorenzo e Valentina erano molto fortunati perché l’amore è una cosa rara, un dono inestimabile e a possederne una piccola goccia già si è ricchi; loro avevano molto di più di quanto è concesso a tanti: un amore che avrebbe sfidato il tempo, perché il vero amore è immortale.

SEGNALAZIONE

Mauro Montacchiesi di Roma

Matteo l'avvocato

Matteo , l'avvocato!!! Vanitas vanitatum et omnia vanitas (vanità delle vanità, tutto è vanità). Così recita il Qohelet o Ecclesiaste, uno dei più bei libri sapienziali dell'Antico Testamento. Qohelet, dal quale prenderà poi nome il libro, era un uomo sapiente ed una guida spirituale il quale, a posteriori di un'attenta indagine sulle varie sfaccettature dell'esistenza condotta a livelli puramente fisici e corporei, giunge alla conclusione che tutto è vanità, il che non deve, però,  inibire al sapiente di  identificare in Dio il Principio Assoluto e di dare ascolto al suo Decalogo. Perchè questa premessa "biblica"? Perchè vedo Matteo perso nel vuoto, nella nullaggine, nell'inconsistenza della vanità e sempre più lontano e dimentico di Dio. Matteo è seduto davanti a me. Lo conosco poco, ma le mie sensazioni difficilmente mi ingannano e più avanti esporrò queste mie sensazioni e le speculazioni che ne derivano. Matteo è un bell'uomo tra i 50 ed i 55 anni; è alto circa m. 1,80; è sempre elegante, sia in abiti impegnati che casual. E' un uomo di successo; è separato; vive solo in una sontuosa villa sul lago di Castel Gandolfo; è uno sportivo ed un viveur. E'  apparentemente simpatico e brillante, ma parla troppo, quasi volesse nascondere qualcosa,  quasi volesse impedire agli altri di porgli domande, quasi avesse paura di essere scoperto e penetrato.Spesso si smarrisce nel paradosso e nella contraddizione, ma agli interlocutori non lascia mai spazio per farglielo notare. E' paura!? E' un bell'uomo si e già l'ho detto, ma il suo volto ha un quid che non so descrivere dal punto di vista fisico e che riconduce le mie percezioni più subliminali ai mostri della Villa di Bomarzo. Soprattutto mi ricorda il mascherone, quel mascherone che è considerato il simbolo stesso del Parco dei Mostri. Al mascherone sono stati dati diversi nomi, tra i quali: Porta dell'Inferno. Nel mascherone si può entrare e, appena si accede, si tova una tavola in pietra adibita, artisticamente parlando, a dei banchetti da consumare prima della catabasi, prima della discesa all'inferno. Sono banchetti annaffiati da vino che stordisce, che inebria, che causa oblio. I banchetti sono l'allegoria di una vita edonistica e scellerata che Matteo utilizzata soltanto come oppiaceo delle paure e delle miserie della propria condizione. Ed ecco, ora mi appare più chiaro il significato di quei lineamenti del viso che prima non riuscivo a capire: il suo volto è La Porta dell'Inferno, del suo inferno popolato da mostri, come i mostri che popolano il parco della Villa di Bomarzo. Il Parco venne ideato e costruito da Pirro Ligorio a partire dal 1522 su commissione dell'appena vedovo Principe Vicino Orsini, nobile erudito e precursore dei tempi che si distacca dall'agone politico e militare per abbracciare uno stile di vita più gaudente dopo la morte dell'amata moglie Giulia Farnese. Similmente al Principe Orsini, per Matteo l'edonismo è una reazione al dolore, è un velo sul dolore. Nella Villa di Bomarzo, come nell'anima di Matteo, vi sono dei mostri stupefacenti, occulti, eccentrici, capricciosi, spaventosi, inusuali, assurdi, pazzeschi. Nel Parco c'è il Sacro Bosco popolato da terribili creature che per Matteo altro non è che un percorso di catarsi per arrivare alla sublimazione della propria anima. Il Principe Orsini aveva fatto edificare la Villa ed il parco per dare un'immagine allegorica ai mostri del proprio dolore che io uso per dar corpo a quelli che penso che siano i tormenti di Matteo. Matteo è un uomo che, per diverse e valide ragioni, potrebbe pretendere donne più giovani di lui di circa 10/15 anni ed invece rimorchia sempre donne più mature di lui di 10/15 anni!!! Perchè!? Forse si porta appresso dei complessi giovanili mai risolti, forse se ne sono aggiunti altri con l'incedere del tempo o, forse, tanto tempo fa ha ucciso il padre, mentre avrebbe fatto meglio ad uccidere la madre. Chissà!? Ma non voglio soffermarmi su questo aspetto, perchè porterebbe via troppo tempo e troppe pagine. Tutti gli uomini si portano dentro geneticamente un pizzico di follia limitata e disciplinata, sovente, dalle regole del vivere in comune o, talora, dalla paura delle conseguenze di una libera follia. Sono convinto che i tormenti ed i dolori che Matteo si porta dentro, scatenano in lui delle fasi transitorie di sdoppiamento della personalità, delle fasi di transitoria, incoerente e misteriosa follia. E' come se in lui, cioè nell'altro, si scatenassero il nulla ed il tutto, dove albergano infinite potenzialità. E' un' entità vibrante, che assume aspetti diversi, un camaleonte pur sempre vero nel suo mutar pelle. E' una follia totale che non ammette fratture e che, nella sua totalità, diventa di difficile comprensione per coloro i quali non possiedono una follia integra. Ma questa sua follia subisce, talora, delle spaccature transitorie ed allora lui, cioè l'altro, cerca disperatamente di difendersi con dei tentativi caotici  e turbolenti di confutazione delle tesi altrui. Nei momenti in cui la sua follia viene frazionata e subisce lesioni visibili, egli, cioè l'altro, cade in un delirante smarrimento. La sua follia è perfetta come follia, ma diventa imperfetta quando si deve inserire nel più ampio contesto del vero "Io" e non semplicemente nel più limitato contesto dell'altro. Se non riesce quindi a trovare i suoi elementi mancanti, si smarrisce e cade nell'oblio di sè stessa. Diventano irrilevanti le considerazioni del mondo esterno, ciò che esso pretende, come esso giudica.  Ed allora l'altro guarda tutto con distacco da quel suo mondo invisibile dove non esistono diversità, dove dimorano momenti di una serenità o di un dramma non soggetti a leggi, dove il mosaico può essere ricomposto. La sua mente non ha preclusioni nè confini. Tutto ciò fa si che non egli non possa essere chiaramente schematizzato, perchè girovaga in un labirinto di specchi. Volendo dare un'ipotetica, personale immagine dell'anima di Matteo, ovvero volendo comunicare come io la vedo, farei uso di un'opera del grande pittore espressionista, il norvegese Edward Munch, e cioè: "L'urlo". L'opera è l'allegoria di una soggettiva relazione con il tormento esistenziale: -Al calare del sole un uomo procede lungo un sentiero con due compagni! Appena il sole scompare, quel tratto di volta celeste sembra intridersi di sangue! L'uomo indugia , sfinito, trovando sostegno in un parapetto sull'insenatura di un mare che si tinge ora di nero ora di azzurro! Sull'abitato, più in là, dal cielo gocciola il sangue e si distinguono strisce fiammeggianti. I compagni proseguono il loro percorso, mentre l'uomo è stordito dall'angoscia ed intorno a sé e dentro di sè ascolta violento ed agghiacciante un urlo che tutto penetra. Lo scenario è metafisico, abbandonato, inospitale. La volta non è più celeste, ma segnata di un cromatismo altamente, intensamente, pietosamente triste. Il protagonista è raffigurato in un modo che sembra essere il frutto di una psichedelia! Ha una forma tortuosa e presumibilmente flaccida! Non sembra vera materia, ma l'essenza di un'anima. Non ha capelli , sembra quasi un cadavere imbalsamato. Nel suo sguardo si legge una sorta di delirium tremens permeato di confusione, tremore e paura,tanta paura. Sembra che non abbia naso, i movimenti della bocca sono abnormemente pieni di angosciosa tensione. La bocca ellittica è il punto d'intersezione delle diagonali del quadro e da essa diparte l'urlo terribile che tutto fa vibrare: lo pseudo-fantasma, il mare , il cielo, l'intero panorama...Sembra che di tutto ciò non risentano nè il ponte nè i compagni di percorso. Sembra che nè il ponte nè gli uomini avvertano il grido di dolore proveniente dal cuore dell'assurdo protagonista. Viene così messa in risalto l'ipocrisia del genere umano, rappresentata dall'indifferenza dei due compagni. Questo grido è la deflagrazione di un'immane potenza mentale. E' la concretizzazione dell'angoscia di un'anima che vuole liberarsi attraverso un urlo. Ma nulla lascia presagire o garantisce che la liberazione avverrà. Altro non è che un urlo cupo e profondo che il mondo circostante non riesce a percepire, ma che racchiude in sé l'angoscia tremenda che vorrebbe sgorgare in superficie e che fallisce nel suo intento. Il grido agghiacciante altro non è che il sistema per scendere nella propria profondità, per ricontattarvi il proprio dolore, il proprio sconforto. 

L' Urlo e La Maschera. Intendo definire così le lacerazioni (L’Urlo) che Matteo si porta dentro e le finzioni (La Maschera) che Matteo pone in essere all'esterno per nascondere "L' Urlo" agli altri, ma ancor di più a sè stesso. L'Urlo, la sua energia essenziale, possente ed irresistibile, si libera in una ars amatoria forte, complessa e contorta fino, talora, a rasentare o toccare la violenza. E' intricato, travagliato, oscuro ed incomprensibile. Può raggiungere apici di chiarezza intuitiva che gli permettono di addentrarsi negli angoli più nascosti dell'anima altrui. E' un perspicace scrutatore degli avvenimenti nel mondo circostante, tutto per lui è utile per apprendere, vincere, sconfiggere, assoggettare chiunque intralci la sua strada. Non appena ha espugnato una fortezza, ha bisogno di nuovi traguardi, di nuovi progetti e muta tattiche, propositi, proponimenti. E' un camaleonte e similmente si trasforma per dare di sè un aspetto totalmente dissimile. E' un campione di metamorfosi, sa morire e risorgere dalle sue stesse macerie dopo un terremoto esistenziale. Se avverte forte un desiderio, nulla lo può fermare per realizzarlo a qualsiasi prezzo. "L' Urlo" può essere un vortice di sentimenti forti e di teatralità. Ha bisogno di amori sconvolgenti nella totale assenza di scrupoli. "L' Urlo" non può fare a meno delle cose difficili, lotta contro le remore e le inibizioni. "L' Urlo" lotta contro le finzioni e, quindi, contro la sua "Maschera" che gli procura dolore. La Maschera, è perennemente frenetica, impegnata in attività continue! Avverte il bisogno di muoversi senza interruzione, di spaziare da una ambiente all’altro, di entrare in contatto sempre con persone diverse! La Maschera è un’ abitante dell’universo! Vivacità, irrequietezza e ambiguità: queste sono alcune sue peculiarità e, come un esperto camaleonte, quest’ abitante dell’universo, è capace di fondere eccellentemente la verità e la menzogna, la partecipazione emotiva ed il distacco! Ha una natura versatile, perciò difficile da schematizzare e capire! Ha un’intelligenza luminosa, piacevole, che manifesta frizzantemente con una marcata vis comica! E’ capace di ravvivare qualsiasi discorso, poiché è onnisciente e sempre a conoscenza degli avvenimenti di cronaca! E’ un vulcano di fantasie, di trovate: una più acuta dell’altra! Spesso, tuttavia, incontra ostacoli nel concretizzarle, poiché manca di perseveranza e cade nella leggerezza e nella frivolezza! Per contro, è molto abile nell’instaurare nuovi rapporti! Conosce una marea di gente ed una marea di gente conosce, ovviamente, lei! Ha delle grandi potenzialità, ma il suo estro poliedrico fa di lei un’ entità difficile da agguantare, da comprendere! Spesso è difficile da comprendere anche per sé stessa, al punto che ha crisi di identità! Può succedere che tutto ciò le causi ansia, un’ansia che però non dura a lungo poiché è una cultrice di ogni cosa che sia momentanea, passeggera, destinata a sfumare. E’ una bambina fino alla morte, indiscreta ed indagatrice, attiva e frizzante. E’ molto sensibile agli avvenimenti, agli sviluppi ed ai cambiamenti che avvengono intorno a lei. Nei sentimenti è complicata. E’ sensibile all’amore come tutti, ma alle cose serie preferisce l’evasione e la ritirata. Ama tutte le cose di breve durata ed odia ciò che è fisso ed immutabile. La sua compagnia è ambita e richiesta, perché con lei non si cade mai nella noia ed ha continuamente una lunga serie di impegni mondani. Ama i flirt, vuole essere ammirata, ha bisogno del pubblico e non si concede in modo esclusivo. Non è fatta per la malinconia ed ama le feste e le baldorie. Chi le vuole stare vicino deve essere pronto a viaggiare. E’ affascinante, spumeggiante ed esibizionista. Sa usare le parole in modo accattivante e con queste può irretire le persone e, soprattutto, le donne (La Maschera è, ovviamente, un uomo). Sia L’Urlo che La Maschera sono ipercritici ed iperscettici, anche reciprocamente e questo può produrre continue lacerazioni e rotture, laggiù, agli specchi del labirinto. Entrambi oppongono grande resistenza ad esigenze di essere rimodellati o, comunque, corretti. L’Urlo è impetuoso, borioso, geloso, possessivo e tutto ciò mal si coniuga con l’esigenza di evasione e libertà di La Maschera. L’Urlo è fermo su certe posizioni, ma La Maschera è eternamente indecisa. L’ Urlo ama il potere, mentre La Maschera è anarchica.

 

 

       OSPITE D'ONORE LUCIANO SOMMA
            PERSONAGGIO MECENATE DEL TERZO MILLENNIO
 
Luciano Somma premiato come Personaggio Mecenate del Terzo Millennio dal Presidente onlus Mecenate prof. Massimiliano Badiali

Luciano Somma, il Presidente Mecenate dr. Massimiliano Badiali e il direttore Letterario dr.ssa Isabella Forgione

             

Luciano Somma, il direttore Fotografico Roberto Giuseppini, il Presidente Massimiliano Badiali

 

                  

                                

Presidente-Webmaster: prof. Massimiliano Badiali

Copyright Mecenate © 2000-2008 All rights reserved