VINCITORI SEZIONE PROSA
6° Premio Internazionale di
Arte
Mecenate
ORGANIZZATO
DA

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PREMIAZIONE
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6° Premio
Internazionale di Arte MECENATE
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AREZZO 20 APRILE 2008
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c/o Caffé Vasari
ore 15
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PIAZZA GRANDE-PIAZZA VASARI AREZZO
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Dalla sala Montetini
di Arezzo, dalle Giubbe Rosse di Firenze
fino al Teatro della Bicchieraia,
quest’anno la Mecenate festeggia nello
scenario più suggestivo di Arezzo.
Domenica 20 Aprile alle ore 15 sotto le
Logge Vasari presso il Caffè Vasari
avviene la Premiazione del 6° Premio
Internazionale di Arte MECENATE, indetto
dalla Associazione Culturale Onlus
Mecenate di Arezzo. L’ospite di
quest’anno è il noto poeta e cantautore
napoletano Luciano Somma, scrittore più
cliccato del web con più di mille
presenze in siti in rete, a cui verrà
consegnata la Chimera come personaggio
del Terzo Millennio. Ricordiamo che
nelle passate edizioni sono stati
presenti Peter Russell, Mario Luzi e
Carlo Castellani. Il luogo scelto
rappresenta un connubio ideale con la
città di Arezzo, di cui la Mecenate è
figlia e promotrice d’arte. Verranno
premiati circa 50 vincitori provenienti
da tutta Italia, vincitori nelle sezioni
di Poesia, Narrativa, Pittura, Teatro e
Fotografia.
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Dr. Massimiliano Badiali Presidente Onlus Mecenate
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- GIURIA
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- La Commissione di Giuria del
Premio Mecenate sezione PROSA è la seguente
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prof. Massimiliano Badiali (Presidente), prof.ssa
Isabella Forgione, Roberto Giuseppini, prof.ssa Maria Concetta Rinaldi,
dr.ssa Barbara Cantelli-
IL GIUDIZIO DELLA GIURIA E’ INSINDACABILE
- Da Sinistra il Vicepresidente prof.ssa Lelia Burroni, il
Direttore della Formazione Linguistica prof.ssa Maria Concerra
Rinaldi, il Direttore generale-Fotografico Roberto Giuseppini,
Il Direttore Musicale-Cimematografico dr. Denny Bonicolini, il
Direttore Teatrale-Cinematografico dr.ssa Barbara Cantelli, Il
Direttore Fotografico Daniele Locci, il Direttore Lettterario
prof,ssa Isabella Forgione, il Presidente dr. Massimiliano
Badiali, il Direttore Turistico dr.ssa Elisabeth Veneziano, il
Direttore della Formazione Scolastica Chiara della Marta e il
Direttore della Formazione Artistica Stefania Liberatori.
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VINCITORI
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Il Presidente di Giuria dr.
Massimiliano Badiali premia il 2° e il 3° classificato al Premio
Mecenate sezione NARRATIVA
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1° PREMIO
Maria Letizia Filomeno di
Gallarate (Varese)
L'immagine di
te
- MOTIVAZIONE CRITICA: Nel
racconto vibra un'anima intimista, che rievoca il ricordo
dell'amato in una dimensione quasi
E’ troppo
silenziosa, questa stanza vuota. Non altrettanto la mia mente,
che non smette di pensare, ricordare, elaborare, inseguire
parole, ricordi, strofe di una canzone che avevo imparato a
memoria – ai tempi di un altro sfortunato amore – e che avevo
poi dimenticato, pensando che momenti come quello non sarebbero
tornati. “La tenerezza, la nostalgia...” troppo dolcemente
struggente per definire il senso di vuoto, la mancanza, “...il
rimpianto, la poesia”. Nelle canzoni i sentimenti riescono ad
essere troppo edulcorati, le parole troppo fragili, per
descriverne l’intensità. “Quante cose sei, questa sera tu...che
sei lontano e non mi pensi più”. Quante cose sei stato, tu, in
quelle sere che abbiamo vissuto insieme, ore di sguardi e di
silenzi, di passione e tenerezza, in quelle notti di pensieri
che non mi lasciavano il tempo di sognare, nei giorni di domande
e di dubbi come frecce piantate in mezzo al cuore. Ma ora che
sei lontano, mi chiedo, davvero, cosa sei stato, per me.
Ripenso alle parole di Octavio Paz, che ho letto questa sera, in
quel volumetto acquistato l’anno scorso, per tremila lire, alle
Messaggerie “...gli Amanti. Sono due figure, una del colore del
giorno, l’altra del colore della notte. Sono due cammini.
L’amore è scelta. La morte o la vita”. Vivere o morire? Vivere e
morire. Se ci sei ancora, nei pensieri, nel cuore, nelle
ombre che proietti sulla mia vita, vuol dire che ho scelto di
vivere, di viverti. Che ho dato all’amore un senso, il senso
della vita. Ma quante nuvole ancora, nel tuo cielo, quanta
imperfezione nelle tue labbra, increspate in un timido, sorriso
amaro. Linea d’orizzonte delle tue paro Quanta oscurità, nei
tuoi occhi di stelle, che si accendono e si spengono al ritmo
delle tue paure, e delle tue testarde certezze. Non è lontana la
tua inquietudine dalla disarmonia del mio cuore, l’eco delle
domande ormai non più pronunciate, vive come ricordi
indelebili.Ti guardo dal mio mondo in costruzione, vittima
impotente della tua disillusa ironia. Ti guardo e non posso
farne a meno, i tratti del tuo viso mi attraversano la mente.
Forgiato a ferro e fuoco, indurito di rancore, il tuo spirito
indomito balla, tra pareti di irriconoscenza, tra il desiderio e
la paura di apparire, fugge raggi di sole dietro gli scudi
dell’impazienza. Succube di te, libero colpevole di
dimenticanze, tradito, giocato, messo all’asta senza una parola
di spiegazione, senza il conforto dell’ultima carezza. In fuga
dalle ombre della foresta che hai attraversato, consapevole
d’innocenza, l’animo contorto, ripiegato, accartocciato,
dispiegato al sole e poi nascosto, prima che la luce lo
rischiari. Il vuoto dove hai teso le mani, inerme, sincero, l’ho
sentito sulla pelle come fosse mio, ho letto l’impronunciabile,
bisbigliato, tra il luccichío riservato dei tuoi occhi e le
frustate delle tue difese, di indistruttibili, distruttivi
anticorpi.
Fragile il tuo mondo, vibrazioni d’incertezza minano le tue
radici, confondono le tue credenze.E
tu, forte come roccia solitaria davanti al mare, chiudi gli
occhi e non mi vuoi sentire. Niente schiumosa tenerezza d’acque
chiare, chiuso come riccio, nel ritornello tambussante
ridondante della solita canzone. Ma un giorno mi dicesti che ti
piace il mambo Un giorno, la tua carezza mi ha svegliato, io che
dormivo del mio sonno assente. Un giorno mi hai chiamato a
questo mondo, per farmi morire di nostalgia. Notte e giorno, sul
tuo viso maschio, sui segni della vita dove si posa il mio
sguardo. Come acqua di rose sulle rughe della fronte, sulle
tempie pensierose appoggerei le labbra, su quel punto
d’attrazione all’angolo dell’occhio, incontro di romanticismo e
di sensualità. Voli della mente in fuga, dietro una risata
fredda. Ritirate nella nebbia d’un ottobre spaurito. Sguardi
inclinati di sorrisi d’incoraggiamento. Per te, per quella
ritrosia nell’accettare complimenti. L’amore che non riconosci,
perché ti parla una lingua diversa. L’amore ha molti modi di
parlare. A volte resta anche in silenzio. Immagini che hai
lasciato scolorire per non sentire l’abbandono rimbombare nella
mente. Le corde tagliate senza sapere delle estremità. Le
canzoni ascoltate a metà. L’immagine di te immensamente. Il
dolce fremito della passione che ti brucia dentro e il ghiaccio
alle pareti di cui ti circondi. Sordo alle parole, che ti lancio
come sassi, che ti porgo come doni, o che abbandono sulla riva
dei tuoi passi. Perché un giorno passerai. Sulle mie orme. Sordo
al mio desiderio di capirti, che è solo amore, non molestia, nè
invasione.Lo specchio dentro cui rifletti le tue scene, ripeti i
gesti, le parole che ti ho detto nelle notti, in cui,
abbracciata a te, provavo a farti stare bene. Per te, brani di
canzoni, strofe di poesie, immagini su cartoline dai miei
viaggi. Un solo, inarrestabile, pensiero...E le unghie sulla
pelle, gli abbracci, le strette di violenza appassionata. Un
attimo per perdersi e poi ... ricominciare, la vita che ci
assale e tu, non sai non farti male ... stai con me... Un mondo
di colori s’è sbiadito, lavato dalle lacrime d’acredine,
sciacquato da fiumi dolorosi di notti senza stelle. Senza
più i tuoi occhi accesi, a due millimetri da me. Il dono per il
prossimo Natale. Non hai pensato mai, a che colore ha la
solitudine? A che sfumatura l’amarezza? A che contrasti la
disillusione? Non hai pensato mai, a che colore ha la
sofferenza? A che sfumatura l’indifferenza? A che contrasto i
nostri corpi ancora avvinti? Che quadri sarebbero, i nostri
corpi e le nostre menti? Potessero, anche i nostri animi, stare
così intensamente avvinti. Non t’avrei scritto quelle parole,
t’avrei guardato negli occhi, per leggere la tua profondità. Lo
sai il colore che preferisco, tra tutti quelli dell’arcobaleno,
tra paillette e lacche iridescenti, tra ombre e sfumature? Il
colore acerbo di questo volto, che, a memoria, sto dipingendo.
2° PREMIO
Katia Brentani di Bologna
Spicchi di
vita in agrodolce
- MOTIVAZIONE CRITICA: Il racconto presenta
un linguaggio fresco e discorsivo, che affronta il tema
della solidarietà interrazziale e al contempo femminile; la
scrittura riesce a creare il confronto fra due mondi diversi
con pochi incisivi particolari descrittivi.
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“Una volta in questo quartiere abitavano persone
rispettabili” Frida chiuse stizzita la finestra. L’odore
pungente delle spezie saliva dal piano di sotto unito alle
note di una ritmata musica araba. Da sei mesi, nel palazzo,
abitava una coppia di marocchini. Per la verità il marito da
alcune settimane sembrava scomparso. “Probabilmente spaccia
cocaina ed è finito in galera” fantasticò Frida togliendo
dal congelatore due bistecche , mentre lanciava un’occhiata
fugace all’orologio. Guido, suo marito, sarebbe rientrato
entro un’ora. Il tempo necessario alla carne per scongelarsi
e finire sulla bistecchiera. Controllò di avere
dell’insalata già pulita in frigorifero prima di andare in
camera e togliersi quei maledetti tacchi alti. Una sonora
risata saliva dal cortile unita a voci infantili. Frida si
avvicinò alla finestra e scostò la tenda. “E’ arrivata la
delegazione al completo” sospirò, osservando il variopinto
gruppetto di donne e bambini entrare dal portone. “Beati
loro che non fanno nulla, se non chiacchierare e ridere”
sbuffo. Gettò la giacca sul letto, iniziando a sfilarsi le
calze di nylon. Dopo una giornata estenuante in ufficio e
il traffico convulso, che non aveva davvero migliorato il
suo umore, si meritava un lungo bagno caldo.
-
Quando Guido arrivò, trafelato e in ritardo, era ancora
immersa nella vasca. Saida guardò suo marito Amid
allontanarsi con la valigia in mano. “Non si può trattenere
l’aquila che vola via” pensò, mentre lacrime dispettose le
pungevano gli occhi. Non era quella la vita che avevano
immaginato nelle calde notti a Casablanca, quando
progettavano il futuro in una terra straniera. La donna
bionda, aspettava in macchina. Lei aveva stregato Amid, con
la sua pelle diafana e i suoi occhi azzurro mare. Saida
rimase affacciata alla finestra a fissare il marito
caricare la valigia e l’auto partire a tutta velocità. Solo
quando i fanali posteriori diventarono due minuscoli puntini
rossi, si riscosse. Alzò gli occhi, nonostante gli alti
palazzi e lo smog, le stelle brillavano alte nel cielo.
Monar, il gatto, si strofinò contro le sue gambe, affamato.
“Vieni, ti preparo da mangiare” Saida lo prese fra le
braccia, facendo tintinnare i numerosi braccialetti che
ornavano il suo polso sottile. Il gatto miagolò e lei lo
accarezzò dolcemente, mentre si allontanava dalla finestra
cantando una canzone triste. Frida guardò irritata l’ora,
mentre la cassiera tentava di spiegare alla signora anziana,
con i capelli bianchi e gli spessi occhiali, che mancavano
venti centesimi. La signora sorrise, rovesciò il portamonete
sul banco e il conteggio dei soldi da parte della cassiera
ricominciò. Frida trattenne l’istinto di urlare, Guido la
stava aspettando al ristorante. “Devo parlarti subito, è
urgente”. Queste le sue parole al telefono. Strano che la
invitasse fuori durante la pausa pranzo, doveva attraversare
la città nell’ora di punta per raggiungere il suo ufficio.
“Forse ha avuto un avanzamento di carriera” pensò,
fiduciosa. Da un po’ sognava di sostituire la loro vecchia
vasca con una jacuzzi. Per ogni evenienza si era fermata a
comprare un profumo per suo marito. La signora finalmente
era riuscita a risolvere il suo problema. Frida pagò e uscì
in fretta dal negozio. Salì in macchina, gettò l’acquisto
appena fatto sul sedile di fianco e raggiunse il ristorante.
Guido la stava aspettando seduto a un tavolo vicino alla
finestra. Le fece un cenno con la mano. Frida entrò e sfiorò
con un bacio leggero la guancia del marito, lui sorrise
imbarazzato. “Allora?” domandò sedendosi e sbirciando il
menù. Il silenzio di Guido iniziava a preoccuparla. “E’
morto il capo e sei rimasto senza lavoro?” scherzò. “Non si
tratta sempre di lavoro “ rispose irritato Guido. “Ti senti
male?” domandò Frida, allarmata. “Sì” ammise Guido “perché
sto per darti una notizia che ti addolorerà, ma non posso
farne a meno” “Parla” intimò Frida, accarezzandogli piano la
mano. “Mi sono innamorato di un’altra, aspetta un figlio e
vado a vivere con lei” disse Guido tutto d’un fiato. “E’ uno
scherzo?” Frida allontanò la mano in fretta come se fosse
stata colpita da una scossa elettrica. Guido scosse piano la
testa. Frida faceva fatica a formulare un pensiero coerente.
Innamorato di un’altra? Quando era accaduto? E lei dove si
trovava in quel momento per non accorgersi di nulla? E un
figlio in arrivo… “Sono io tua moglie è con me che dovevi
fare un figlio” le parole uscirono senza che potesse
controllarle. Guido la fissò ironico. “Quando? Frida tu non
ci sei mai, pensi sempre al lavoro, il figlio l’hai messo
nei piani quinquennali e poi te lo sei dimenticato, in fondo
questa gravidanza imprevista arriva al momento opportuno”
“Per chi?” urlò Frida. Qualcuno dei presenti nel locale si
voltò. “Per me” rispose Guido “ per una volta per me. Non
ero felice, non so se lo sarò, ma almeno lei si accorge che
esisto” Frida provò l’impulso di picchiarlo, insultarlo,
scuoterlo per sentirsi dire che era tutto uno scherzo, ma
l’espressione ferma sul viso di suo marito la trattenne. Si
alzò e nonostante Guido la chiamasse uscì in fretta dal
ristorante. Raggiunse casa guidando come un automa. La testa
le girava e non riusciva ad infilare la chiave nel portone.
“Si sente bene?” Il tono della voce, dolce e sollecito,
aveva un timbro straniero. Frida si voltò e vide ferma
dietro di lei la donna marocchina che la osservava
preoccupata. Indossava un abito colorato e portava i lunghi
capelli neri raccolti in una lunga treccia. Il suo volto
era bellissimo. "No” rispose, ora avvertiva anche un leggero
senso di nausea. La donna la prese a braccetto e
l’accompagnò nel suo appartamento. “Si sieda sul divano,
vado in cucina a prenderle una tazza di tè” Frida osservò la
stanza, meravigliandosi che lo stesso locale che
corrispondeva al suo salotto potesse apparire così caldo ed
accogliente. Un gatto, bianco e nero, sonnecchiava su una
pila di cuscini. “Beva, la farà stare meglio” la donna
appoggiò alcuni bicchieri di vetro riccamente decorati e da
una teiera fece scendere calandolo piano dall’alto un
liquido ambrato. L’odore della menta invase la stanza. “Tè
arabo?” chiese Frida. La donna annuì. “Non mi sono neppure
presentata” si scusò “mi chiamo Frida e abito al piano di
sopra” “Lo so” disse la donna marocchina “la vedo passare a
volte, io mi chiamo Saida” Frida si meravigliava di trovarsi
a proprio agio. Bevve a piccoli sorsi il tè e iniziò a
sentirsi meglio. Sulla tavola si trovavano alcuni libri
aperti e appunti presi in fretta su un foglio in una lingua
straniera. Allora lavorava. “Lei stava lavorando e io l’ho
disturbata” “Non si preoccupi, volevo fare una pausa, una
traduzione particolarmente difficoltosa” “Mio marito ha
un’altra e ora quella donna, di cui non conosco neppure il
nome, aspetta un figlio da lui” mormorò Frida d’impulso. Non
sapeva perché stava raccontando a una perfetta sconosciuta i
suoi problemi. “Anche mio marito mi ha lasciato qualche
settimana fa per andare a vivere con una sua collega bionda
e con gli occhi azzurri” disse Saida, versando altro tè nei
bicchieri. “Come riesce ad essere così calma?” domandò
Frida. Saida sorrise. “Non sono calma, io e Amid avevamo
fatto molti progetti, ma nella vita accadono fatti che non
possiamo prevedere” disse “l’animo umano è imperscrutabile”
Frida annuì e rimasero in silenzio a sorseggiare il tè. “Ha
voglia di aiutarmi a preparare i dolci per il ristorante
arabo qui all’angolo?” chiese Saida “i lavori manuali
permettono di scaricare le tensioni” Frida pensò che non era
una cattiva idea. Allacciò il grembiule che Saida le porgeva
e tuffò, con soddisfazione le mani nella farina. “L’avverto
sono una pessima cuoca” si scusò ”in compenso sono
bravissima a scegliere i surgelati” “Vedrà sarà piacevole”
la tranquillizzò Saida, porgendole alcune uova “cominci a
romperle” Quando Frida raggiunse il suo appartamento ormai
era sera inoltrata. Avevano lavorato senza sosta per quasi
otto ore e anche se avvertiva la stanchezza fisica,
mentalmente si sentiva più serena. Sedendosi sul divano
osservò con occhio critico la stanza. Aveva un’aria anonima,
pochi pezzi ricercati, i colori tenui, nessun oggetto che
rivelasse la personalità di chi ci abitava. Ripensò ai
colori accesi, ai tappeti esotici, alle tende vivaci di
Saida quasi con nostalgia. Creavano un’atmosfera avvolgente,
sapevano di famiglia nonostante le difficoltà, gli
imprevisti, gli scherzi del destino. Quando aveva iniziato a
scomparire la vera Frida? Da ragazzina adorava dipingere,
aveva anche cantato in un piccolo complesso insieme ad
alcune amiche del liceo. Già, le amiche…scomparse,
dissolte…lei non aveva mai tempo per incontrarle. Lentamente
andò in camera e quando aprì l’armadio per appendere la
giacca si rese conto che quasi tutto il suo guardaroba
consisteva in abiti neri con qualche rara sfumatura di
bianco. Dove era finita la Frida delle lunghe gonne
colorate, dei foulard variopinti, dei maglioni fatti a mano?
“Ho ucciso una parte di me” pensò “forse la migliore”. Non
poteva biasimare Guido, era vero lei in fondo non
l’ascoltava davvero, si limitava ad essere contenta di
vederselo scodinzolare attorno. Eppure l’amava, in modo
sbagliato, ma l’amava. E ora l’aveva perso. Indossò un
vecchio paio di jeans e una maglietta scolorita e rimase
seduta sul divano a vedere sorgere l’alba. Verso le otto
sentì l’odore della menta, invitante, giungere fino a lei
attraverso la finestra aperta, come un richiamo. “Ci sono
ancora molte cose che devo imparare” pensò “per esempio a
non giudicare le persone” Con calma, con quei vecchi vestiti
addosso, scese la rampa di scale che la separava
dall’appartamento di Saida e suonò il campanello. In mano
stringeva un pacco di biscotti.
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3° PREMIO
Sandra Frenguelli di Perugia
L'amore non
illude
- MOTIVAZIONE CRITICA:
L'opera affronta la tematica della malattia, la cui
sofferenza è lenita grazie alla tenerezza e all'amore.
Lo stile è un mélange di delicatezza e realismo.
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Le 7 del mattino. Fiammetta si è appena
svegliata. Sente i passi fedeli della nonna nel corridoio, la
porta che si sfessura e la voce invecchiata ma sempre venata di
dolcezza: “tesoro buongiorno, sei sveglia?”. “Mmh, mmh” mugola
Fiammetta aggiungendo con la voce ancora impastata “…nomma,
perché non torni a dormire?”. “Cara, devo controllare che per la tua
colazione sia tutto pronto, lo sai che da qualche tempo non
ricordo le cose e ogni mattina temo di non aver preparato tutto
la sera precedente, alzati con calma che ti aspetto in cucina”.
Norma era fatta così: quella nipote era la sua ragione di vita
da oltre vent’anni e nonostante Fiammetta fosse ormai una donna,
doveva occuparsi di lei almeno in quelle piccole cose quotidiane
che gliela facevano ancora sentire una bambina; prepararle la
colazione era tra queste. Ogni sera disponeva tutto sul tavolo:
il set all’americana, la tazza coperta con il tovagliolo, il
barattolo con i “bucaneve”, i biscotti preferiti di Fiammetta,
la zuccheriera ed il bricco pronto sul fornello. Fiammetta
doveva solo versare e scaldare il latte. Da qualche tempo però,
a seguito di un leggero ictus, Norma aveva vuoti di memoria e
così ogni mattina doveva controllare che la sera innanzi avesse
fatto tutto, puntualmente scopriva che non mancava niente ma
questo non le toglieva il dubbio e così ogni giorno doveva
verificare. E sempre per paura di aver dimenticato controllava
anche che accanto alla borsa della nipote sulla panca vicino
all’uscio ci fosse lo scaldino per le mani nelle giornate fredde
ed il foulard di seta nelle giornate calde. Fiammetta infatti
soffriva di geloni alle mani l’inverno e di problemi alla gola
l’estate a causa dell’aria condizionata nello studio della casa
editrice dove lavorava come lettrice di nuovi testi per
l’infanzia da più di un anno. In quel giorno di un freddo
febbraio Norma aveva verificato che lo scaldino era al suo posto
accanto alla borsa. Ultimo controllo prima di rilassarsi era che
in frigo ci fosse lo yogurt che Fiammetta si portava al lavoro
per il break di metà mattino. Bene, anche lo yogurt aveva
risposto all’appello: Norma si sentiva sollevata e contenta di
essere ancora capace di pensare a sua nipote. Fiammetta intanto
era giunta in cucina “allora, hai visto che c’è tutto come
sempre?”. “Solo se controllo sto tranquilla, lo sai. E poi
ormai Ines starà per arrivare non posso mica farmi trovare in
vestaglia, vado a vestirmi…”. A seguito dell’ictus Norma non
restava mai sola, Ines oltre a fare i lavori di casa vigilava su
di lei facendo stare tranquilla Fiammetta fino al suo rientro a
casa. Dopo l’arrivo di Ines, Norma salutò la nipote carezzandole
quel viso in cui rivedeva ogni volta lo sguardo della sua unica
figlia che se ne andò in un incidente stradale lasciandole
Fiammetta di appena sei anni, l’unico amore in cui trovò
consolazione e per il quale aveva vissuto. Fiammetta si avvicinò
al volto della nonna e come ogni mattina la sfiorò con un bacio,
quel bacio sfiorava anche il ricordo della madre di cui ormai
non rammentava più il volto ma la cui presenza era sempre stata
lì, tra lei e sua nonna con la delicatezza e l’eloquenza di un
viso sfiorato da un bacio. Quando sua figlia morì, Norma
convertì il dolore da cui era percossa in amore creativo per
Fiammetta. L’amore non illude si diceva, anzi crea la realtà.
All’epoca aveva ancora il suo incarico da maestra elementare e
grazie alla sua esperienza con i bambini, una delle mattine
successive alla scomparsa della figlia fece trovare a Fiammetta
delle grandi lettere di cartoncino colorate che componevano la
scritta “la storia di Norma e sua nipote”. Giocò col suo nome e
con il suono della parola mamma che Fiammetta non avrebbe più
potuto chiamare. Nella grande fiaba inventata per Fiammetta,
Norma divenne Nomma, che nel suono richiamava nonna e
mamma, e Fiammetta era Fipote e cioè figlia e nipote.
Nella loro favola, Nomma conduceva Fipote in un mondo fantastico
in cui i bambini che come Fipote avevano perduto la mamma,
acquisivano la grande capacità di generare specie nuove in ogni
campo della natura. Ad esempio: la “fracocca” per gustare il
sapore della fragola e la polpa dell’albicocca, il “perliegio”
per cogliere dallo stesso albero pere e ciliegie o il “ciomela”
per una mela al gusto di cioccolato. Questo potere, continuava
Norma nel suo narrare fantastico ispirato dall’amore, valeva
anche per i sentimenti e le emozioni, Fipote poteva infatti
sperimentare la “fidanza” per fiducia e speranza, il “pensagico”
per un pensiero magico che unisse illusione e realtà o la
“nostalosa” per una nostalgia dolorosa che poteva sempre trovare
consolazione nelle braccia di Nomma. Fiammetta quel lontano
giorno in cui aveva poco più di sei anni si lasciò condurre nel
mondo inventato dalla nonna, indossò con “fidanza” i panni di
Fipote e trovò sempre aperte le braccia affettuose di Nomma. Più
avanti, nell’adolescenza, cominciò a scrivere dei racconti per
bambini che la casa editrice per cui oggi lavorava raccolse e
pubblicò nel grande libro dal titolo “Nomma e Fipote”. Adesso
che Norma era invecchiata e la sua memoria era stata compromessa
dall’ictus, era Fiammetta a generare la realtà dall’amore. Ogni
sera Fiammetta, dopo che Norma si era coricata, riponeva lo
scaldino accanto alla borsa nelle giornate di inverno e il
foulard di seta in quelle d’estate. Disponeva sul tavolo tutto
l’occorrente per la colazione e ricordava sempre a Ines di non
far mai mancare i “bucaneve” e di comprare sufficienti yogurt
perché non mancassero mai alla ronda mattutina della nonna.
Norma ogni mattina si lasciava cullare dal “pensiettivo”, quel
pensiero protettivo di sua nipote che aveva provveduto a tutto
quello che lei aveva dimenticato di fare. Fiammetta leggendo negli occhi di Norma
un’appagata “fidanza” perché tutto era come doveva, vedeva
perpetrarsi quel “pensagico” che nella realtà intesseva la
storia straordinaria di “Nomma e Fipote” creata dall’amore.
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4° PREMIO
Mario Aliprandi di Olginate
(Lecco)
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Raccontami
- MOTIVAZIONE CRITICA: L'opera
affronta il tema di una regressione mentale nel passato, con
una fitta rete di ricordi in apparenza banali, che sono
linfa di vita per il protagonista.
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Amore, mia stella ribelle, mi chiedi sempre con occhi
stupiti, “ raccontami, raccontami qualcosa della tua vita
quando io ancora non ne facevo parte, quando ancora non ti
conoscevo.” Sai che in qualche modo ciò è impossibile,
perché la mia vita è cominciata con te, perché tu c’eri
anche quando non c’eri. Ma mi ci proverò lo stesso.
Sono qui, seduto in poltrona in camera mia, nel lettore c’è
la nostra canzone e adesso mi rilasserò, smetterò di
parlare, tacerò, e lascerò che a parlare siano le parole
delle mie emozioni, sperando di emozionare anche te quando
mi leggerai.
La giornata è quella tipica di un autunno ormai vecchio che
tra un po’ lascerà il posto ad un nascente inverno,
quell’inverno che tu, solare e freddolosa quale sei, temi.
Ti racconterò di una cosa insolita, rara.
Poco fa ero alla finestra, con davanti il panorama, le
montagne dagli splendidi colori di metà novembre, che
quest’autunno insolitamente caldo ci sta regalando, il lago,
ed oltre il lago, i treni che in sincrono, si incrociavano
in stazione.
Ho alzato gli occhi in su, e lì, tra lago e cielo, gli
uccelli, che in perfette formazioni militari una via avanti
l’altra, traversavano la mia visuale, ritornando come ogni
giorno da chissà dove, per andare chissà dove. Ad un certo punto, non so bene perché, forse qualcosa li ha
disturbati, impazziti hanno rotto gli schieramenti
cominciando a volare per ogni dove, ognuno per conto loro,
come se avessero perso l’orientamento, tanto che me li sono
ritrovati smarriti, impauriti a sbattere le ali contro i
vetri della finestra, sul tetto di casa.
E’ stato qualcosa di affascinante e spaventoso allo stesso
tempo.
Ma la cosa curiosa è che anche i miei pensieri hanno
cominciato a muoversi incontrollati,
in modo autonomo, andando a scovare ricordi antichi,
lontani.
Mi sono rivisto bambino, con le mie timidezze, le mie paure,
i miei giochi di latta. Ho ritrovato quell’ometto con i
pantaloni corti, le scarpe nuove della domenica.
Ho rivissuto i miei pomeriggi estivi di adolescente
trascorsi a casa di nonna Maria, circondato dalle mie tante
zie indaffarate, chi a cucire abiti, chi impegnata in altre
faccende, e da una miriade di altre donne, in parte loro
amiche in parte signore che passavano per la prova di una
camicetta o per la messa a punto di una gonna. Io me ne
stavo in disparte apparentemente assente, a leggere fumetti
sul balcone della sala, ma in realtà attento ad ogni loro
parola e soprattutto attento ad ogni loro gesto, attratto
dalle forme proibite lasciate scoperte durante un cambio
d’abito o che intravedevo da una veste trasparente,
ammaliato dalla biancheria intima che furtiva spigolava da
un vestito troppo corto. E mentre lo sguardo indugiava
colpevole su quelle scene, venivo assalito da turbamenti,
emozioni di cui percepivo l’essenza, ma di cui ancora non
comprendevo il senso. Poi, mi sono ritrovato piccino in
cucina, quando d’inverno, seduto sullo scannovicino al fuoco, incantato dalle sue magiche
fiamme, imitavo nonno Alberto, e con la sua palettina di
metallo con cui sistemava la brace, disegnavo effimere
figure sulla cenere, ed anche se la mia mano incerta,
infantile, non riusciva a trasformarle in piccole opere
d’arte come quelle del nonno, riuscivano lo stesso a
rilassarmi, a farmi sognare.
-
Intanto, mia mamma con le zie, in attesa dei lavori
dell’estate, e la nonna, trascorrevano le stesse ore a
qualche passo da me, ma distanti anni luce, in una
dimensione diversa a far rutieddi, a volte di fatti attuali,
spesso di racconti passati. Ed io, che ancora una volta non ero poi così assente come
il mio silenzio poteva lasciar intendere, assorbivo tutto e
mi rendevo conto che spesso erano versioni rivedute di cose
già sentite, già dette, che ad ogni passaggio si
arricchivano di particolari, di sfumature, il più delle
volte prive di fondamento, che li facevano diventare ogni
volta storie nuove. Dove non arrivava la realtà, ci pensava
la fantasia a colorire tutto, a coprire vuoti di memoria. Io
vivevo queste ore, questi momenti di intimi pensieri,
sospeso tra i fuochi del camino e il sottofondo delle loro
rassicuranti voci. Amore, sono momenti di vita importanti perché hanno
contribuito, anche loro a formare l’uomo che sono divenuto.
Sono ricordi che porto dentro di me, se ne stanno lì,
discreti, vivendo sottovoce, fermo immagini che non potrò
più rivivere ma che nessuno potrà portarmi via, come il
ricordo della prima neve, del primo bacio, della prima volta
che ti ho guardata con amore, il ricordo del tuo primo
sorriso.
Così, quella che era una regressione della mente, diventa
un’accelerazione, una premonizione, mi vedo con te a
passeggiare lungo il mare d’inverno, la spiaggia tutta per
noi, il sole tutto per noi. Io felice per la felicità che
vedo sgorgare dai tuoi occhi di donna bambina. Abbracciarti
in un gesto di intima protezione viene naturale, sentendoci
un tutt’uno con il mare, la sabbia, il sole, baciarci una
necessità dell’anima. E se tu, tra stelle e lampare, vivi
l’incanto di una prima notte di sale, sulla battigia,
insieme alle onde s’infrange un ti amo che più tardi
all’alba io raccoglierò. Poi, la mano che tiene sollevato il lembo di tenda, ormai
stanca, la lascia ricadere, e come gli uccelli ricompongono
il loro isoscele che li riporta, come ogni giorno, da chissà
dove per
andare chissà dove, così la mia mente ritorna alla realtà,
al presente, torna ad oggi pomeriggio, a te, che con il tuo
vecchio maglione di lana, il cane al guinzaglio, la vaghezza
dei tuoi anni negli occhi, corri verso la mia macchina,
verso di me. Sul viso tutti i colori della gioia, tutti i
segni della paura perché sapevi che con quei pochi passi,
prendevi finalmente coscienza della profondità di quel
sentimento, di quell’amore, per troppo tempo negato, per
troppo tempo temuto, finalmente accettato. Eri bellissima -
Ero stregato. Sono qui solo nella mia stanza, intorno a me le solite cose
familiari, banali ma rassicuranti.
Nel lettore la nostra canzone continua a diffondere le sue
note, illudendomi, mia dolce ossessione, che tu sia qui con
me. E mi ripeto che va tutto bene, che va bene così, e
intuisco allora che l’unica cosa vera, importante e che
adesso mi manca, sei tu Laura.
E sarà la malinconia di questo istante, ma, mentre in un
cielo amaranto si consuma l’ennesimo tramonto, la mia mente
non riesce ad elaborare una scena più bella, non riesce ad
immaginare qualcosa di più seducente di te, che dall’altra
parte del lago, nella tua casa di collina, illuminata solo
dai tuoi occhi, quei due gioielli di luce, te ne stai in
pantofole struccata, spettinata, brutta e incicciolita
diresti tu, con addosso il tuo vecchio ma comodo e caldo
maglione di lana. Sei lì che fai i to mester, perché, non
trovando la forza di mettere ordine nei tuoi sentimenti, non
trovando il coraggio di mettere ordine tra i tuoi desideri,
pigramente cerchi di mettere ordine in casa. La malinconia
diventa emozione, e l’emozione si fa scascio. Struggente
scascio di te.
-
5° PREMIO
Lenio Vallati di Sesto Fiorentino
(Firenze)
George
- MOTIVAZIONE CRITICA:
L'opera racconta un amore che esiste, sopravvive e vive,
nonostante l'odio insensato della guerra, simboleggiato
da un bambino metafora della speranza e della pace.
-
Ero ancora
una bambina quando sono arrivati gli americani. Si sono
annunciati con grandi lampi nel cielo e sinistre esplosioni
in tutta la nostra città. Io avevo paura e correvo a
nascondermi in cantina. Mio padre inveiva contro di loro, li
chiamava cani infedeli, gridava che Allah li avrebbe
puniti. Io non odiavo nessuno, ancora non ne ero capace.
Avevo sentito dire alla televisione che erano arrivati per
portarci la democrazia e la giustizia. A me questo sembrava
strano, perché la guerra non mi sembra lo strumento più
adatto allo scopo. Comunque tenevo queste considerazioni
dentro di me, anche perché nessuno le avrebbe ascoltate.
Iniziò un periodo durissimo per la nostra famiglia. Avevo
tre fratelli, prima che la guerra iniziasse. Adesso me ne
sono rimasti due, uno è morto durante un attentato. Mio
padre continua ancora ad inveire contro gli americani. Mia
madre è morta quand’ero piccola. E la guerra non è ancora
finita. Ogni giorno case che crollano, attentati che
insanguinano le strade di Baghdad. Io esco di rado di casa.
Sono dominata dalla paura. Attraverso la strada solo per
recarmi alla vicina moschea, memore di un attentato che
pochi mesi fa l’ha resa un rudere. Ormai non ricordo neppure
da quando è iniziata questa guerra. Ricordo solo che un
giorno come tanti l’ho visto. Stava ritto, stagliato sulla
porta d’ingresso di una casa accanto alla mia. Era alto,
capelli nerissimi, la carnagione chiara. Aveva gli occhi
azzurri e mi sorrideva. Non ho avuto paura nel vederlo.
Aveva uno sguardo così buono che neppure per un attimo ho
pensato mi potesse fare del male. Aveva indosso un pesante
elmetto e la tuta mimetica. Un compagno gli ha chiesto
qualcosa. Lui si è girato, gli ha risposto “okei” ma prima
di sparire sulla strada mi ha lanciato un ultimo intenso
sguardo. Mi sono sentita trafiggere da quei suoi occhi, ho
raggiunto la mia casa barcollando. Non mi era mai successo
prima di provare qualcosa di simile. Era un americano, era
un nemico, avrei dovuto odiarlo invece di desiderare con
tutto il mio cuore di rivederlo. Mio padre aveva brindato
con i miei fratelli ed alcuni amici l’undici settembre. Io
quella sera avevo pianto al pensiero di tante vittime
innocenti. Forse ero indegna del mio paese e della mia
famiglia? Forse non ero una buona irachena? Il soldato
americano tornò più volte durante la settimana. Era solo.
Sembrava mi volesse chiedere qualcosa, ma poi all’improvviso
se ne andava dopo avermi fissata a lungo. Mi sentivo fremere
di desiderio a quei suoi sguardi. Forse stava cercando
qualche terrorista nascosto e voleva indicazioni da me.
Forse era me che voleva. Io la notte non riuscivo più a
dormire. Ogni piccola esplosione, ogni piccolo rumore mi
faceva sussultare. Mi svegliavo di soprassalto, impaurita, e
nella penombra intravedevo i suoi occhi azzurri che mi
infondevano coraggio. Un giorno mi si fece più vicino e
cominciò a parlarmi. Io dapprima non capivo quei termini
strani, riuscii solo ad afferrare che si chiamava George ed
era del Texas, ma poi, pian piano, i nostri occhi si
incrociarono ed iniziarono a parlare un linguaggio
universale che è il linguaggio dell’amore. Sì, adesso lo
capivo, mi stava dicendo che avrebbe voluto che terminasse
presto quell’assurda guerra per portarmi via con se. Quella
guerra che non avrebbe mai voluto che cominciasse. Che da
quando mi aveva visto non poteva fare a meno di me. Cercò
anche di abbracciarmi ma io scappai via. Per tre giorni e
tre notti maledissi quel mio gesto. Perché ero fuggita da
lui? Avevo paura che la sua fosse tutta una finzione? No, ne
ero sicura, mi amava. Adesso non tornerà più, mi dicevo. Non
avevo il coraggio di pensare a quello che sarebbe successo
se mio padre o i miei fratelli avessero saputo qualcosa dei
nostri incontri, se ci avessero sorpresi insieme. Mi
avrebbero sicuramente uccisa. Il soldato tornò. Gli feci
solo capire che era pericoloso vederci, e lui mi accompagnò
in un posto sicuro. Mi fece attraversare la strada e mi
condusse oltre un portone, giù per una rampa di ripide
scale. Una stanzetta con due sedie, un comodino e un lettino
ci accolse. Pochi oggetti sparsi intorno. Mi fece capire che
lì eravamo al sicuro. Che neppure le bombe ci avrebbero
disturbato. Stavo con lui una mezz’ora, poi ritornavo a casa
perché mio padre e i miei fratelli di lì a poco sarebbero
rincasati. Dovevo preparar loro il pranzo e mettere tutto in
ordine. Prima di rientrare mi ravversavo i capelli
scompigliati e mi riaggiustavo la veste. Ho continuato a
vederlo per diversi mesi. Poi è sparito. Quanto vorrei che
mi avesse abbandonata per far ritorno al suo paese!
Purtroppo ho motivo di pensare che ben altro gli sia
successo. Ho sentito parlare, un mese fa, di un attentato.
Di tre soldati morti. Tra questi mi hanno riferito di un
ragazzo alto con gli occhi azzurri. Il mio cuore ha capito.
La guerra me l’aveva portato via come migliaia di altre
persone. Non aveva avuto pietà di me. Io dapprima piansi,
poi mi feci coraggio pensando alle sue carezze e alle parole
che mi diceva e che ultimamente riuscivo a capire : “c’è una
forza grande che piega i destini di ognuno di noi come il
vento l’erba dei campi, e niente e nessuno può contrastarla,
nemmeno la guerra, nemmeno la morte”. Adesso ho terrore di
mio padre. Tra poco non potrò più nascondergli il frutto del
nostro amore. Gli racconterò che un soldato iracheno mi ha
violentata. No, non lo conosco, non so chi sia, non ne ho
idea. Oppure dirò che è stato il figlio del fornaio. Lui non
mi smentirebbe, è una vita che è innamorato di me.
Accetterebbe di buon grado un figlio non suo pur di starmi
accanto. Ti prego, bambino mio, frutto di un puro,
grandissimo amore, e al contempo frutto di una guerra
assurda, insensata come lo sono tutte le guerre, ti prego,
non tradirmi. Somiglia a tua madre, ti prego, prendi da me
la carnagione scura della mia pelle e i miei profondi occhi
neri. Se tu nascessi con la pelle chiara e gli occhi azzurri
mio padre mi ucciderebbe. In tal caso dovrei scappare, ma
dove? Dovrei lasciare il mio paese. No, ti prego, non mi
tradire. Cammino a fatica, attraverso la strada col fiatone.
Ecco, rivedo il portone oltre il quale riconoscerei tra
mille la rampa di scale. Adesso è chiuso. Proseguo per
l’acciottolato disconnesso verso la moschea. Allah, ti
prego, aiutami! Odo degli spari. Alcuni uomini corrono verso
di me. Mi appare all’improvviso la sagoma di un cingolato.
Poi un’esplosione. Un’altra. Sto per cadere. Calcinacci
piovono sulla mia testa. Ti prego, bambino mio, fuggi da
questo mio corpo intrappolato dalle macerie. Salvati almeno
tu. Sto per essere calpestata dalla gente che fugge senza
sapere dove. Cado. Mi rialzo. Caparbiamente, come se una
forza sovrumana mi possedesse, riesco a rientrare in casa,
sono ansante, le vesti lacere. Ma sono ancora viva. Questa
guerra che ti ha ucciso, George, ha voluto risparmiare me.
Perché? Forse vuole che un giorno io possa raccontare a
tutti di noi due, del nostro grande amore sopravvissuto
all’odio insensato degli uomini? Vuole che io sia una
bandiera di speranza in questo paese vittima di morte e
distruzione? Non può esistere un futuro frutto della paura
e della menzogna. Solo nella sincerità ritroveremo noi
stessi. Nostro figlio avrà la carnagione chiara come la
tua e occhi azzurri come i tuoi, ne sono sicura. E si
chiamerà George, come te.
6° PREMIO
Stefano Borghi di Cassina dei
Pecchi (Milano)
Farfalle
- MOTIVAZIONE CRITICA:
L'opera affronta il tema della guerra, che miete vittime
fra gli innocenti, tarpando le ali alla libertà,
attraverso uno stile che riproduce il fardello del
dolore e la denuncia d'ingiustizia.
“Guarda che spettacolo” dice
Chenda, posando il secchio colmo di pesce ancora guizzante
pescato al fiume. Mentre guarda all’insù si leva il copricapo e
con un fazzoletto rosso si asciuga il sudore. Il cielo è pieno
di farfalle. Non sono certo una rarità da queste parti, ma in
questa stagione diventano migliaia. Chenda è mia sorella; mi
metto al suo fianco e osservo anch’io. Il cielo è oscurato da
una miriade di puntini colorati, ce ne sono davvero tante e di
tutti i colori. Grosse farfalle Monarca dalle ali arancio e nero
ricoprono completamente alberi di Jacaranda e i loro fiori color
lavanda per deporre le uova; altre, più piccole e color
turchese, volano radenti ai prati, in un movimento irregolare e
incessante. Ve ne sono alcune enormi, con trame gialle che
spiccano sulle grandi ali. Non è la prima volta che vedo uno
spettacolo così, ma non posso fare a meno di restarne rapito e,
anche se il sole picchia forte e il caldo umido che genera ti
appiccica i vestiti alla pelle, resto volentieri immobile, a
farmi cuocere il cervello in mezzo al sentiero che non ha riparo
dal sole, pur di osservare questa meraviglia. Chenda guarda
senza dire una parola, poi riprende il suo carico e si rimette
in marcia con la testa bassa. Mi metto in marcia anch’io senza
dire nulla, non sarebbe il momento; so a cosa pensa Chenda.
Pensa a Sov, il suo bimbo, mio nipote, scomparso a soli sei
anni. Sov era quel che si dice un bel bambino. Sorriso che ti
compra e occhi che sanno farsi perdonare qualsiasi cosa. Aveva
solo sei anni quando accade il fatto ed era un giorno come
questo. Uno di quei giorni dove in cielo ci sono milioni di
farfalle. Sov aveva un’autentica passione per le farfalle; ne
aveva fatte a decine, ritagliandole da fogli di carta colorata,
e le aveva appese vicino al suo letto. Uno dei suoi passatempi
preferiti era rincorrerle. Correva per ore e come facessero
quelle sue gambette esili come stuzzicadenti a sorreggerlo per
così tanto tempo era un mistero. Aveva imparato a stare fermo
immobile, in mezzo ai fiori; anzi, ne raccoglieva alcuni e le
farfalle finivano per posarsi su di lui. Gli camminavano sulle
braccia, sul volto, solleticandolo con le loro zampette. Quando
accadeva era il bambino più felice del mondo e alla sera non
faceva altro che raccontare ai suoi genitori e al fratello
quante farfalle aveva avuto addosso e come le aveva chiamate.
Era incredibile, Sov. Per quanto le desiderasse, si limitava a
catturarle con un retino e osservarle, per poi lasciarle andare.
Il nonno gli aveva spiegato che, se avesse toccato le ali, le
avrebbe danneggiate irrimediabilmente e sarebbero potute morire.
Il piccolo si guardava bene dal farlo. La farfalla che trovò in
un prato quel giorno, però, era a terra, come morta; non si
muoveva, non volava. Probabilmente il bimbo pensò di prenderla
per vedere se poteva fare qualcosa per lei. Sov non sapeva, non
poteva sapere, che quella che aveva tra le mani era una mina. Ve
ne sono moltissime da noi, e molte sono fatte a forma di
farfalla; alcuni modelli sono persino colorati. Vengono lanciate
dagli aerei e planano ovunque. Gli adulti e i ragazzi più grandi
non ci cascano più e le evitano, ma i bambini più piccoli… Non
scoppiano subito, nella maggior parte dei casi bisogna
raccoglierle e muovere le ali. Alcuni riescono persino a
portarsele a casa o mostrarle ad altri bimbi. Sov non la mostrò
a nessuno: la tenne per sé, e mosse quelle ali. Probabilmente
voleva aiutarla a volare, voleva vederla prendere vita. Ma non
ci fu nulla da fare, né per lui, né per la farfalla. Ero poco
distante quando lo scoppio mi fece saltare il cuore in gola. In
pochi secondi raggiunsi Sov, che si trovava a terra, immobile,
avvolto in una nuvola di fumo. Non aveva più le mani e metà del
suo bel viso si era dissolto in una macchia di sangue. Guardava
il cielo dall’unico occhio rimasto e non diceva niente, non si
lamentava, non piangeva. Non lo fece nemmeno quando lo caricammo
sul camion, che sobbalzava paurosamente ad ogni buca,
sballottandolo qua e là, per una corsa che pareva non avere
fine. Arrivò all’ospedale in condizioni disperate e, quando sua
madre parlando e piangendo gli chiese se sentiva male e cosa
poteva fare per lui, l’unica cosa che riuscimmo a capire del suo
delirio fu la parola farfalla. Morì poco dopo. Molti,
ricordandolo e prendendo ad esempio altri sopravvissuti, dicono
che è stato meglio così: un mutilato semicieco non ha un bel
futuro qui da noi. Quando sento questi discorsi non dico niente,
preferisco andarmene. Sono passati due anni da quel giorno. Ogni
volta che sento uno scoppio o vedo una farfalla penso a Sov. Me
lo vedo davanti. Con quel sorriso che ti compra e quegli occhi
che sanno farsi perdonare qualsiasi cosa. Me lo sogno di notte,
mi viene incontro senza mani e mi dice “Mi dispiace”. Mi
sveglio che ho i brividi. Vorrei urlargli di non essere triste,
che non è colpa sua, ma la voce mi muore in gola. Poi non riesco
più a prendere sonno. Oggi è festa, è il compleanno del Re;
festeggeremo per tre giorni, come prevede la legge. Siamo tutti
riuniti e per l’occasione le donne hanno preparato un ricco
pasto. C’e carne cotta nel latte di cocco, riso, pesce secco,
insalata di mango, frutta e the speziato in abbondanza. Ho
mangiato pochissimo. Ho promesso a mia sorella che l’avrei
accompagnata al cimitero a far visita al piccolo Sov. Il solo
pensiero mi ha chiuso lo stomaco. Solo adesso, che sono qui,
sulla sua tomba, provo un po’ di sollievo. Da dove si trova
credo che possa vederci, che sia contento di trovarci qui e che
sorrida. Sarà perché sui fiori che abbiamo deposto per lui si
sono posate decine di farfalle.
7° PREMIO
Ferruccio Fabilli (Ferrù d'Effe)
di Cortona (Arezzo)
L'airone e la
gru
- MOTIVAZIONE CRITICA: Lo
stile fiabesco c'immerge in un'atmosfera che richiama il
mondo dell'infanzia, popolato di purezza e fantasia.
Un florido Airone, con l’aria del politicante, attaccò bottone
con una timida Gru intenta a raccogliere sementi, il cibo per la
sua famiglia, in un campo non coltivato a pochi metri dal Lago:
<<A volte gli uomini fingono di credere a quello che dicono,
come quando parlano della necessità di proteggere il grande
Lago, dove migliaia di uccelli approdano, soggiornano e
ripartono rifocillati; poiché amare e rispettare la vita degli
uccelli non è costruire a ridosso del Lago, non creare percorsi
invasivi per umani, non prelevarne l’acqua per irrigare
coltivazioni intensive, non scaricare sostanze tossiche…!
Sarebbe bene lasciare crescere la flora delle sponde, ideale
per la vita e la nidificazione, proibire la caccia e altre
simili accortezze; insomma lasciare in pace il Lago e i suoi
naturali frequentatori: gli esseri microscopici, gli insetti, i
rettili, gli anfibi, i pesci e gli animali selvaggi! Ecco le
vera manifestazioni d’affetto e di protezione!...>> Erano le
prime ore di un bel mattino d’estate. Come ogni giorno la Gru
faceva le provviste alimentari per casa a poche centinaia di
metri dal suo nido e le chiacchiere dell’Airone non la
distoglievano dalla sua incombenza. Più per cortesia che per
disponibilità a lasciarsi andare a quella conversazione
interessante, ma che lasciava il tempo che trovava, chiese:
<<Scusa, ma tu non raccogli sementi?>> <<No.>> Rispose l’Airone
interrotto nella sua disquisizione politico-esistenziale. <<Noi
aironi ci nutriamo di pesce, di cui stamani mi sono già fatto
una ricca pappata e ho nel gozzo la scorta per il nido! Ora sto
qui un po’ nel campo a riposare prima di tornare da dove sono
venuto.>> <<Scusa la mia curiosità, ma, dal momento che siamo
uccelli molto somiglianti, pensavo che ti cibassi come noi
gru!...>> <<Fino ad oggi non avevi incontrato aironi?>> <<Ne ho
visti passare tanti, ma non avevo parlato con nessuno, né mi ero
curata delle loro abitudini. Ma dove hai il nido? Qui nei
paraggi, in prevalenza, ci sono famiglie di gru.>> <<Non so se
qui ci siano miei simili. Io appartengo alla variante meno
numerosa degli ‘aironi di città’, una specie dedita dal
nomadismo. Vengo da dietro quella collina, dove c’è la mia
piccola famiglia e pochi altri ‘aironi liberi’.>> <<Che
significa: ‘aironi liberi’? Anche noi gru non siamo prigioniere!
Ogni famiglia vive accanto all’altro, ci difendiamo tutte
insieme da eventuali aggressori (ciò accade quasi sempre…, solo
quando c’entra di mezzo la politica, vengono fuori divisioni
demenziali, che durano nel tempo!) e siamo coppie fedeli per
tutta la vita!>>. <<Un airone è libero quando abbandona la tribù
e i vincoli servili, vive insieme ai più stretti affetti e si
procaccia il cibo senza chiedere favori. Sceglie di vivere dove
più gli piace, invece di nidificare nello stagno, pieno di
lecchini e spioni; degenerazioni che nascono in una popolazione
che rimane a lungo, nel medesimo posto, con pochi inserimenti di
soggetti nuovi. Io sono anche mentalmente un migrante. Agli
inizi è sempre dura: vivere in luoghi nuovi - fiumi, laghi o
stagni -, difendersi da soli… ma oggi sono felice della mia
condizione!>> Seguì il silenzio. I due uccelli,
all’apparenza soddisfatti della propria vita, trovarono
interessante aver fatto la reciproca conoscenza; librandosi in
volo si salutarono. La gru con un breve volo, tutta distesa
nella sua lunghezza col corpo parallelo al suolo – seguendo il
consiglio della mamma “vola sempre basso!”-, raggiunse il
vicino nido. L’airone si levò molto più in alto, prima anch’egli
si distese, poi, una volta raggiunta la quota e la postura
giusta di volo, piegando indietro il collo ad esse, scomparve
dietro la collina nella direzione del tramonto del sole. Al
casuale primo incontro, altri seguirono le mattine seguenti.
Alla stessa ora in cui l’Airone faceva la passeggiata
digestiva, nei campi incolti vicini al bacino ricco di pesce,
arrivava la Gru per raccogliere i nutrienti chicchi dalle spighe
o per terra . Le prime faccende mattutine della Gru, prima di
dedicarsi alle provviste, erano di accudire i suoi tre piccoli,
con delicati tocchi del becco sulle morbide piume, per
rinfrescarne l’aspetto, e di rimettere in ordine il nido -
scompigliato dai vivacissimi piccoli – bisognoso di una accurata
manutenzione. <<Buon giorno. Hai fatto una pesca gustosa
oggi?...>> Esordiva la pur timida Gru. Spesso la prima a
porgere il saluto per la sua spontanea gentilezza. <<Ottima!
Buona raccolta anche a te!>> Rispondeva l’Airone un po’
ingoffato dal cibo e più lento nell’esprimersi non per ritrosia,
ma per la sua indole riflessiva, nell’esprimersi amava essere
gentile e, sui contenuti, amava non essere banale, anche se
leggero e ironico, senza offendere. <<Ti vedo il gozzo più
carico, da un po’ di giorni a questa parte, hai più appetito in
vista della stagione fredda?>> Chiese un giorno la Gru. <<Non è
il freddo che temo, ma devo mettere su un po’ di peso per lo
sforzo che mi attende. Ho deciso, insieme ad un amico airone
libero, di fare un viaggio verso oriente. Voleremo giorni e
mesi. Visiteremo luoghi dove regna il caldo tutto l’anno, molto
piovosi e ricchi di specchi d’acqua e fiumi. Non sarà il
paradiso, ma l’idea di andare a conoscere nuovi mondi è molto
eccitante e vale la pena affrontare l’incognito e una lunga
fatica!>> Seguì un lungo periodo di assenza dell’Airone dalle
sponde del Lago. Mentre la Gru seguitò la sua amorevole
e laboriosa raccolta per le giovani e allegre bocche da
sfamare, non conoscendo riposo. Freddo o caldo, vento, acqua,
neve non furono di ostacolo al suo principale dovere quotidiano:
dar da mangiare agli affamati! Anzi il lavoro metteva allegria
a quella simpatica, dal sorriso contagioso; ogni gru che la
incontrava amava intrattenersi con lei anche solo per un po’.
Nella tribù era considerata un modello straordinario, difficile
da emulare, per la passione che metteva in ogni azione. Membro
assiduo del coro, non mancava mai ai riti considerati sacri
dalle gru. Era per tutti un mistero la sorgente di tanta
energia che metteva a disposizione di chiunque ne avesse bisogno
e come potesse il suo buon umore e la sua socievolezza
coniugarsi con il convivere con un compagno schivo di cui si
sapeva ben poco: tutto nido, lavoro e riti sacri! Anche se, di
norma, la vita delle gru di quei luoghi è molto prevedibile,
convenzionale, animata da una certa allegra socievolezza.
A primavera inoltrata, quando l’aria era già calda e la
vegetazione esplodeva, la Gru ritrovò uno smagrito Airone al
solito posto nel lungolago. <<Ehhh! Chi non muore…! Hai fatto
una buna vacanza? Che tempo hai trovato? E’ stato bello? Molta
fatica? Come erano le signore aironi laggiù?...>>. Per una Gru
tanto timorata, questa maliziosa curiosità la rese ancora più
simpatica all’Airone. <<Sono un po’ stanco per il viaggio, ma ne
valeva la pena e quando ogni tanto potrò me ne sobbarcherò di
nuovo volentieri il peso! Tolta la fatica del volo, di questa
avventura mi rimangono solo dei bei ricordi. Negli stagni e
negli specchi d’acqua, che ho visitato, ho trovato una infinita
varietà di nostri simili, con i quali ho scherzato, banchettato
e discusso del mondo che cambia – più spesso in peggio per noi!
– delle acque che scarseggiano, invasi prosciugati per costruire
case, grattacieli, autostrade e aeroporti; degli uomini che
mettono sulle nostre rotte di uccelli: ostacoli, veleni,
trappole e colpi di fucile! Anche se tra noi viaggiatori insieme
al timore per l’incognito c’è sempre allegria, anticonformismo e
cordialità.>> <<Così ti sei divertito?!...>> incalzò la Gru.
<<Certamente! Ho potuto verificare le verità sull’esistenza di
mondi diversi dal nostro, per clima, alimentazione, usi e
costumi e colore del piumaggio dei nostri simili. In particolare
mi sono piaciuti quei luoghi in cui certi spazi sono chiamati
oasi naturalistiche, parchi, riserve e simili, dove - quando
funziona - noi animali siamo trattati da re! Alcune bestie sono
addirittura ritenute sacre e venerate con offerte di incenso e
di cibo: ho visto certe ‘scimmie sacre’ obese dagli eccessi di
offerte! Ma quello che più mi ha affascinato è stata la
tolleranza - il rispetto e l’interesse per il diverso -, che ti
da una sensazione di star bene al massimo, di vivere in un mondo
nuovo più giusto e meno pericoloso. Vicino alle ‘scimmie sacre’,
ingrassate dalle offerte dei turisti e dalle guardie comunali a
loro dedicate, c’era un tempio consacrato alla tigre, un
riconoscimento forse tardivo, perché in quella regione sembra
essere una specie estinta o in via di estinzione . Ho
camminato su lunghe spiagge meravigliose e deserte, senza
bagnati chiassosi e sudicioni, e, infine, - una goduria! – ho
visitato parchi pubblici con enormi vasche piene di grassi
pesci, dei quali abbiamo fatta abbondante provvista, oltre a
vederne una gran quantità morire per il sovraffollamento e la
super nutrizione. Viziati da turisti buoni, ma stupidi, che, a
frequenti ondate, gettavano in acqua quantità esagerate di cibo
per assistere e fotografare furiose calche di pesce, che si
ingozzava fino a scoppiarne!>>. Avrebbe potuto seguitare ancora
il suo racconto alla Gru assorta, presa da un intimo desiderio,
ma con la speranza remota, di potere anch’essa un giorno fare un
viaggio tanto impegnativo e intrigante: <<Dimmi Airone, ma il
tuo è stato il primo viaggio lontano?>>. <<No. Seguendo gli
alisei sono arrivato anche in America. Ho sorvolato l’Europa
intera: dalle zone calde a quelle fredde, da dove sorge fin dove
tramonta il sole; una parte della fredda Russia, l’Ucraina e i
Balcani; lo Stivale da cima a fondo, fino all’altra sponda del
mare, - una specie di sterminato lago salato, il mare
Mediterraneo - che bagna le coste dell’Africa, dell’Europa e
dell’Asia Minore. Per fare tutti questi viaggi ho speso molto
del mio tempo libero dagli obblighi - molto più lievi dei tuoi -
che mi legano al piccolo gruppo dei miei cari. Ma tu – dimmi –
hai mai viaggiato?>>. <<Io sono nata e vissuta sempre in questa
piccola valle. La mia scelta di vita è stata condizionata
dall’istinto e dalla nostra educazione tradizionalista di gru:
l’essere stanziali, la fedeltà della coppia - che è una assunto
delle gru per l’intera vita – e l’amore per la prole, mi
hanno resa felice. Anche se ammiro i viaggi che tu hai fatto,
io ho potuto farne a meno. Quando osservo il cielo stellato la
notte, guardo le albe o i tramonti sul Lago - che in molti
periodi dell’anno penso non abbiano nulla da invidiare a quelli
di ogni altra parte del mondo -, mi abbandono alla fantasia,
che mi trasporta sopra incantevoli mari, monti, laghi e fiumi
che forse mai vedrò realmente! Ciò che ho mi basta!...>>. La Gru
era già pronta per spiccare il suo breve volo, da lì al nido.
Riflettendo sull’incontro di quella mattina l’Airone si convinse
che la Gru nascondesse i suoi veri sentimenti e che un comune
senso di malinconia accomunavano lui e la Gru: il timore di
perdere gli affetti e i contatti con i luoghi e le persone care,
il desiderio inesauribile di conoscere il mondo - viaggiando
con il corpo o con la fantasia - le decisioni da prendere sempre
con l’idea di non avere rimpianti; il tempo che scorre, senza
tregua, spesso non consente di rimediare facilmente agli errori
o alle rinunce… L’Airone e la Gru, nella loro quotidiana
ricerca del cibo, manifestarono l’uno per l’altro grande
rispetto, anche se di opinioni e di stili di vita quasi agli
antipodi. Era nata una forte simpatia. Col passare del tempo
l’Airone, approfondendo l’osservazione, apprezzò l’elegante
portamento della Gru, dal bel piumaggio, ben proporzionata, il
collo flessibile, esile e forte che le dava sicurezza nel volo
ed era instancabile. L’Airone non fece mistero di soffermare il
suo sguardo sulle qualità fisiche e sulla saggezza della Gru. La
quale si scherniva, dicendo che il merito, se merito c’era, era
della mamma e del babbo a cui somigliava. Erano
consapevoli che tra le due loro specie non era facile stabilire
rapporti: trasmettere conoscenze comportava un grande sforzo – a
differenza della specie umana molto più facilitata - per
quelle distanze che, tra gli animali selvaggi, la natura si
diverte a creare. La Gru rivelava la sua intima contentezza per
l’ammirazione ricevuta dall’Airone, migliorando con piccoli
accorgimenti la luminosità del suo piumaggio, un incedere sempre
inappuntabile e il becco ben levigato. <<C’è un velo di
mestizia nei tuoi occhi!... Qualcosa non va?>> Domandò con
circospezione l’Airone una mattina di primavera. <<No…! Sono un
po’ stanca. Ho tanti impegni…>> Rispose la Gru con lo sguardo
abbassato sul campo. L’Airone intuendo di aver toccato
forse un punto delicato di quell’animo, con tono allegro
soggiunse: <<Sai - ho deciso - parto per un grande stagno vicino
al mare, dove mi dicono che il clima è sempre dolce, si fanno
pasti abbondanti di pesce e, da quanti gamberetti mangiano,
certi uccelli hanno addirittura il piumaggio colorato di
rosa!...>> La Gru sembrò avere un sussulto e con un sorriso
appena abbozzato: <<Non tornerai più?!...>> <<Non lo escludo;
non faccio programmi a lunga scadenza. Ma non mancherò di
certo alla festa annuale, quando gli uccelli si riuniscono a
frotte al Lago per dar vita a evoluzioni aeree spericolate,
ricchi banchetti, spettacoli, giochi, insomma a delle folli
giornate di divertimento!... E quando tornerò per quella
occasione spero di vedere anche te volteggiare in alto a fare i
cerchi per tutta la larghezza del Lago, per il rito d’amore alla
nuova stagione, a cui partecipano tanti gli uccelli del
circondario, mescolandosi tra loro. So che tu non hai mai
partecipato, ma ti garantisco che, anche se per un solo giorno,
ti sentirai piena di una grande felicità, di un senso di libertà
e di appagamento che poche altre esperienze danno!... Gli esseri
umani, già dall’antichità, seguendo certi cicli della natura e
un profondo bisogno di sprigionare tutta la gioia interiore
inventarono la frase “Semel in anno licet insanire!”, cioè: una
volta all’anno è consentito trasgredire, impazzire!..>> <<Ma,
non so se mi piacerebbe confondermi con tanto ingolfamento di
volatili un po’ fuori delle righe!...>> <<Per un carattere come
il tuo potrebbe piacerti sapere che come ogni anno ci sarà una
tenzone poetica tra poeti dell’aria. Quest’anno nell’invito,
che mi è arrivato dal cinguettio degli uccellini, hanno dato il
titolo alla gara: “Il maglio dolce sgretola bastioni
inespugnabili”! Chissà che voli… poetici faranno i nostri!>>
L’Airone volteggiando da mattacchione, su e giù, qua e là,
sparì dietro la collina. Da quel giorno di quei due volatili
non si ebbero più notizie, si seppe solo che l’Airone non mancò
all’annuale grande festa degli uccelli sul Lago
8° CLASSIFICATO
Mara Penso di Mestre (Venezia)
Il principe
della notte
- MOTIVAZIONE
CRITICA: L'opera affronta la tematica dell'amore, che vince
su tutto, perfino sulle leggi della natura con buona abilità
scritturale.
Si era sparsa la voce e, dal
regno della notte, era giunta fin nel parco verde dove dimoravano le rondini: la
storia di Lorenzo, un elegante e superbo pipistrello. Le rondini abitavano il
parco a sud della città, un bellissimo parco ricco di fiori, alberi e florida
vegetazione; quando il sole filtrava fra le fronde degli alberi più ricchi,
creava dei prismi che brillavano simili a splendenti diamanti di luce e le
sfavillanti gocce arricchivano l’intorno creando una fiabesca magica atmosfera.
Le rondini vivevano spensierate in armonia con gli altri uccelli del parco; fra
di esse vi era Valentina, una giovane rondine molto graziosa. La colonia dei
pipistrelli, invece, dimorava in una scura umida confortevole grotta situata al
limite del parco; Lorenzo era un pipistrello bello giovane e molto presuntuoso
perché consapevole del fascino che suscitava fra le pipistrelline. Veniva
chiamato “Il Principe della notte” perché gironzolava tutta la notte alla
ricerca di giovani pipistrelline da ammaliare e si spingeva anche molto lontano.
Con il suo modo misterioso e affascinante aveva spezzato più d’un cuore nelle
notti di luna piena; il suo pavoneggiarsi quando volava intorno ai lampioni si
differenziava da quello di tutti gli altri pipistrelli, Lorenzo era unico e la
notte era il suo incontrastato regno. La rondine Valentina, invece, amava volare
nei tiepidi pomeriggi di sole, passava intere giornate beandosi di vento e di
luce, garrendo e intrecciando allegri voli con le sue compagne. In uno di questi
pomeriggi luminosi, le amiche di Valentina stavano parlando di Lorenzo e della
sua fama che ormai stava facendo il giro del parco e anche dei parchi vicini. La
rondinella era molto incuriosita, quasi affascinata, non finiva mai di farsi
raccontare la storia del “Principe della notte” e ogni giorno, alle sue amiche,
chiedeva nuove notizie. Vicino al grande albero era un allegro garrire, le
giovani rondini si divertivano molto; tutte avrebbero voluto conoscere il
pipistrello famoso, ma, per Valentina, non si trattava solo di curiosità, c’era
qualcosa di più; era completamente affascinata e, col passare dei giorni, veniva
sempre più rapita, si sarebbe potuta definire decisamente innamorata. Ormai
Lorenzo era divenuto, senza saperlo, parte integrante della sua vita: di giorno
lo portava con sé nei suoi voli e la notte era il dolce compagno dei suoi sogni.
La rondinella non faceva che pensare al “suo” pipistrello; non sapeva ancora
come, ma lo avrebbe incontrato! Il suo progetto, però, era di difficile
realizzazione, infatti tutti sanno che mentre le rondini vivono di giorno, i
pipistrelli sono i signori della notte. Ma Valentina non si sarebbe sicuramente
arresa per questo; doveva escogitare un piano per incontrare quello che ormai
osava definire il suo amore. Il giorno stava per cedere il posto alla sera,
il tramonto fino a poco prima infuocato si spegneva lentamente e nel parco la
calda luce rosso-arancio che ammantava la vegetazione, regalando un’atmosfera
fiabesca, si era fatta tenue per poi sparire quasi del tutto: era il crepuscolo,
l’ora in cui la colonia dei pipistrelli usciva sempre dalla grotta per esplorare
il parco. La rondinella Valentina si spinse al limite del parco fino alla grotta
dei pipistrelli e, cercando di vincere la stanchezza (ma si sa l’amore compie
miracoli), attese pazientemente. Finalmente “Lui” uscì; era così elegante !
Sembrava indossare un mantello nero che gli donava un’aria superba. Timidamente
Valentina gli si avvicinò, il cuore le batteva forte per l’emozione ma trovò il
coraggio di rivolgergli la parola. Ci sono momenti in cui le emozioni sono così
intense da farci quasi male e non ci sembra vero che i nostri sogni si stiano
per realizzare. La voce di Valentina era dolce come un canto, le sue parole
d’amore una musica soave; Lorenzo non riuscì a restarne indifferente. Per
orgoglio ostentò superbia e poco interesse ma la freccia infuocata di Cupido
l’aveva colpito. Liquidò la rondinella con parole scortesi ma in realtà l’averla
conosciuta lo aveva turbato profondamente. Tornò dai suoi amici vantandosi di
aver fatto una nuova conquista: “Una straniera, non una pipistrellina!”. E
Valentina, sconsolata, ritornò dalle sue amiche rondini che non sapevano più
cosa escogitare per consolare la sua tristezza. Lorenzo gironzolava sempre nelle
notti di luna, ma non si divertiva più come prima, le pipistrelline sembrava non
gli interessassero più e a volte diventava un po’ malinconico. Anche se non
avrebbe mai ammesso la ragione del cambiamento avvenuto in lui, sempre più
spesso usciva dalla grotta prima del crepuscolo con la speranza di rivedere la
dolce e coraggiosa rondinella che gli si era avvicinata. Un giorno luminoso, il
sole non aveva ancora iniziato la sua curva discendente quando il Principe della
notte uscì, in quell’ora per lui insolita, all’insaputa di tutti per
avventurarsi nel parco. Il sole creava riflessi luminosi fra le fronde e lì, fra
l’intreccio dei rami, la vide: diamante di luce dalle nere ali. Il pipistrello
rimase immobile alcuni minuti a contemplarla, infine si decise e le si avvicinò.
“Valentina, perdona la mia stupida presunzione, ti prego non mi respingere;
prima di incontrarti non sapevo cosa fosse l’amore, mi divertivo soltanto a fare
nuove conquiste per soddisfare la mia vanità. Ora per me non ci sei che tu e
niente ha più importanza se tu non mi vuoi”. La rondinella rimase con il becco
spalancato per la meraviglia e riuscì solo a balbettare: “Tu, sei proprio tu?!”
Ma, anche se le parole non uscivano, i suoi occhi dolci avevano già detto si per
lei. Allora il Principe della notte avvolse delicatamente nel suo mantello la
soave rondinella per suggellare il loro patto d’amore. Poi si promisero eterna
fedeltà: “Staremo sempre insieme” –dissero all’unisono- ma il suono di queste
parole fu una nota stonata. Una nuvola grigia passò davanti ai due innamorati
che , però, si ripresero subito perché l’amore vero supera qualsiasi ostacolo.
Decisero così che si sarebbero incontrati dal tramonto al crepuscolo; lui
sarebbe uscito dalla sua grotta un po’ prima del calar del sole e lei gli
sarebbe andata incontro per lasciarlo quando ormai la sera, col suo velo, sta
per coprire il mondo. Non potevano stare insieme sempre, ma proprio per questo
il loro amore era anche più grande e nei pochi momenti dei loro incontri si
amavano intensamente e l’arrivederci che si scambiavano era molto triste ma
pieno di promesse. Nonostante le difficoltà e il tempo tiranno, la loro unione
si consolidava ogni giorno di più perché erano legati da un amore sublime,
splendente come il sole prezioso come la luna. Lorenzo e Valentina erano molto
fortunati perché l’amore è una cosa rara, un dono inestimabile e a possederne
una piccola goccia già si è ricchi; loro avevano molto di più di quanto è
concesso a tanti: un amore che avrebbe sfidato il tempo, perché il vero amore è
immortale.
SEGNALAZIONE
Mauro Montacchiesi di Roma
Matteo
l'avvocato
Matteo , l'avvocato!!! Vanitas
vanitatum et omnia vanitas (vanità delle vanità, tutto è
vanità). Così recita il Qohelet o Ecclesiaste, uno dei più bei
libri sapienziali dell'Antico Testamento. Qohelet, dal quale
prenderà poi nome il libro, era un uomo sapiente ed una guida
spirituale il quale, a posteriori di un'attenta indagine sulle
varie sfaccettature dell'esistenza condotta a livelli
puramente fisici e corporei, giunge alla conclusione che tutto è
vanità, il che non deve, però, inibire al sapiente
di identificare in Dio il Principio Assoluto e di dare ascolto
al suo Decalogo. Perchè questa premessa "biblica"? Perchè vedo
Matteo perso nel vuoto, nella nullaggine, nell'inconsistenza
della vanità e sempre più lontano e dimentico di Dio. Matteo è
seduto davanti a me. Lo conosco poco, ma le mie sensazioni
difficilmente mi ingannano e più avanti esporrò queste mie
sensazioni e le speculazioni che ne derivano. Matteo è un
bell'uomo tra i 50 ed i 55 anni; è alto circa m. 1,80; è sempre
elegante, sia in abiti impegnati che casual. E' un uomo di
successo; è separato; vive solo in una sontuosa villa sul lago
di Castel Gandolfo; è uno sportivo ed un viveur. E'
apparentemente simpatico e brillante, ma parla troppo, quasi
volesse nascondere qualcosa, quasi volesse impedire agli altri
di porgli domande, quasi avesse paura di essere scoperto e
penetrato.Spesso si smarrisce nel paradosso e nella
contraddizione, ma agli interlocutori non lascia mai spazio per
farglielo notare. E' paura!? E' un bell'uomo si e già l'ho
detto, ma il suo volto ha un quid che non so descrivere dal
punto di vista fisico e che riconduce le mie percezioni più
subliminali ai mostri della Villa di Bomarzo. Soprattutto mi
ricorda il mascherone, quel mascherone che è considerato il
simbolo stesso del Parco dei Mostri. Al mascherone sono stati
dati diversi nomi, tra i quali: Porta dell'Inferno. Nel
mascherone si può entrare e, appena si accede, si tova una
tavola in pietra adibita, artisticamente parlando, a dei
banchetti da consumare prima della catabasi, prima della discesa
all'inferno. Sono banchetti annaffiati da vino che stordisce,
che inebria, che causa oblio. I banchetti sono l'allegoria di
una vita edonistica e scellerata che Matteo utilizzata soltanto
come oppiaceo delle paure e delle miserie della propria
condizione. Ed ecco, ora mi appare più chiaro il significato di
quei lineamenti del viso che prima non riuscivo a capire: il suo
volto è La Porta dell'Inferno, del suo inferno popolato da
mostri, come i mostri che popolano il parco della Villa di
Bomarzo. Il Parco venne ideato e costruito da Pirro Ligorio a
partire dal 1522 su commissione dell'appena vedovo Principe
Vicino Orsini, nobile erudito e precursore dei tempi che si
distacca dall'agone politico e militare per abbracciare uno
stile di vita più gaudente dopo la morte dell'amata moglie
Giulia Farnese. Similmente al Principe Orsini, per Matteo
l'edonismo è una reazione al dolore, è un velo sul dolore. Nella
Villa di Bomarzo, come nell'anima di Matteo, vi sono dei mostri
stupefacenti, occulti, eccentrici, capricciosi, spaventosi,
inusuali, assurdi, pazzeschi. Nel Parco c'è il Sacro Bosco
popolato da terribili creature che per Matteo altro non è che un
percorso di catarsi per arrivare alla sublimazione della propria
anima. Il Principe Orsini aveva fatto edificare la Villa ed il
parco per dare un'immagine allegorica ai mostri del proprio
dolore che io uso per dar corpo a quelli che penso che siano i
tormenti di Matteo. Matteo è un uomo che, per diverse e valide
ragioni, potrebbe pretendere donne più giovani di lui di circa
10/15 anni ed invece rimorchia sempre donne più mature di lui di
10/15 anni!!! Perchè!? Forse si porta appresso dei complessi
giovanili mai risolti, forse se ne sono aggiunti altri con
l'incedere del tempo o, forse, tanto tempo fa ha ucciso il
padre, mentre avrebbe fatto meglio ad uccidere la madre.
Chissà!? Ma non voglio soffermarmi su questo aspetto, perchè
porterebbe via troppo tempo e troppe pagine. Tutti gli uomini si
portano dentro geneticamente un pizzico di follia limitata e
disciplinata, sovente, dalle regole del vivere in comune o,
talora, dalla paura delle conseguenze di una libera follia. Sono
convinto che i tormenti ed i dolori che Matteo si porta dentro,
scatenano in lui delle fasi transitorie di sdoppiamento della
personalità, delle fasi di transitoria, incoerente e misteriosa
follia. E' come se in lui, cioè nell'altro, si scatenassero il
nulla ed il tutto, dove albergano infinite potenzialità. E' un'
entità vibrante, che assume aspetti diversi, un camaleonte pur
sempre vero nel suo mutar pelle. E' una follia totale che non
ammette fratture e che, nella sua totalità, diventa di difficile
comprensione per coloro i quali non possiedono una follia
integra. Ma questa sua follia subisce, talora, delle spaccature
transitorie ed allora lui, cioè l'altro, cerca disperatamente di
difendersi con dei tentativi caotici e turbolenti di
confutazione delle tesi altrui. Nei momenti in cui la sua follia
viene frazionata e subisce lesioni visibili, egli, cioè l'altro,
cade in un delirante smarrimento. La sua follia è perfetta come
follia, ma diventa imperfetta quando si deve inserire nel più
ampio contesto del vero "Io" e non semplicemente nel più
limitato contesto dell'altro. Se non riesce quindi a trovare i
suoi elementi mancanti, si smarrisce e cade nell'oblio di sè
stessa. Diventano irrilevanti le considerazioni del mondo
esterno, ciò che esso pretende, come esso giudica. Ed
allora l'altro guarda tutto con distacco da quel suo mondo
invisibile dove non esistono diversità, dove dimorano momenti di
una serenità o di un dramma non soggetti a leggi, dove il
mosaico può essere ricomposto. La sua mente non ha preclusioni
nè confini. Tutto ciò fa si che non egli non possa essere
chiaramente schematizzato, perchè girovaga in un labirinto di
specchi. Volendo dare un'ipotetica, personale immagine
dell'anima di Matteo, ovvero volendo comunicare come io la vedo,
farei uso di un'opera del grande pittore espressionista, il
norvegese Edward Munch, e cioè: "L'urlo". L'opera è l'allegoria
di una soggettiva relazione con il tormento esistenziale: -Al
calare del sole un uomo procede lungo un sentiero con due
compagni! Appena il sole scompare, quel tratto di volta celeste
sembra intridersi di sangue! L'uomo indugia , sfinito, trovando
sostegno in un parapetto sull'insenatura di un mare che si tinge
ora di nero ora di azzurro! Sull'abitato, più in là, dal cielo
gocciola il sangue e si distinguono strisce fiammeggianti. I
compagni proseguono il loro percorso, mentre l'uomo è stordito
dall'angoscia ed intorno a sé e dentro di sè ascolta violento ed
agghiacciante un urlo che tutto penetra. Lo scenario è
metafisico, abbandonato, inospitale. La volta non è più celeste,
ma segnata di un cromatismo altamente, intensamente,
pietosamente triste. Il protagonista è raffigurato in un modo
che sembra essere il frutto di una psichedelia! Ha una forma
tortuosa e presumibilmente flaccida! Non sembra vera materia, ma
l'essenza di un'anima. Non ha capelli , sembra quasi un cadavere
imbalsamato. Nel suo sguardo si legge una sorta di delirium
tremens permeato di confusione, tremore e paura,tanta paura.
Sembra che non abbia naso, i movimenti della bocca sono
abnormemente pieni di angosciosa tensione. La bocca ellittica è
il punto d'intersezione delle diagonali del quadro e da essa
diparte l'urlo terribile che tutto fa vibrare: lo
pseudo-fantasma, il mare , il cielo, l'intero panorama...Sembra
che di tutto ciò non risentano nè il ponte nè i compagni di
percorso. Sembra che nè il ponte nè gli uomini avvertano il
grido di dolore proveniente dal cuore dell'assurdo protagonista.
Viene così messa in risalto l'ipocrisia del genere umano,
rappresentata dall'indifferenza dei due compagni. Questo grido è
la deflagrazione di un'immane potenza mentale. E' la
concretizzazione dell'angoscia di un'anima che vuole liberarsi
attraverso un urlo. Ma nulla lascia presagire o garantisce che
la liberazione avverrà. Altro non è che un urlo cupo e profondo
che il mondo circostante non riesce a percepire, ma che
racchiude in sé l'angoscia tremenda che vorrebbe sgorgare in
superficie e che fallisce nel suo intento. Il grido
agghiacciante altro non è che il sistema per scendere nella
propria profondità, per ricontattarvi il proprio dolore, il
proprio sconforto.
L' Urlo e La Maschera.
Intendo definire così le lacerazioni (L’Urlo) che Matteo si
porta dentro e le finzioni (La Maschera) che Matteo pone in
essere all'esterno per nascondere "L' Urlo" agli altri, ma ancor
di più a sè stesso. L'Urlo, la sua energia essenziale, possente
ed irresistibile, si libera in una ars amatoria forte, complessa
e contorta fino, talora, a rasentare o toccare la violenza. E'
intricato, travagliato, oscuro ed incomprensibile. Può
raggiungere apici di chiarezza intuitiva che gli permettono di
addentrarsi negli angoli più nascosti dell'anima altrui. E' un
perspicace scrutatore degli avvenimenti nel mondo circostante,
tutto per lui è utile per apprendere, vincere, sconfiggere,
assoggettare chiunque intralci la sua strada. Non appena ha
espugnato una fortezza, ha bisogno di nuovi traguardi, di nuovi
progetti e muta tattiche, propositi, proponimenti. E' un
camaleonte e similmente si trasforma per dare di sè un aspetto
totalmente dissimile. E' un campione di metamorfosi, sa morire e
risorgere dalle sue stesse macerie dopo un terremoto
esistenziale. Se avverte forte un desiderio, nulla lo può
fermare per realizzarlo a qualsiasi prezzo. "L' Urlo" può essere
un vortice di sentimenti forti e di teatralità. Ha bisogno di
amori sconvolgenti nella totale assenza di scrupoli. "L' Urlo"
non può fare a meno delle cose difficili, lotta contro le remore
e le inibizioni. "L' Urlo" lotta contro le finzioni e, quindi,
contro la sua "Maschera" che gli procura dolore. La Maschera, è
perennemente frenetica, impegnata in attività continue! Avverte
il bisogno di muoversi senza interruzione, di spaziare da una
ambiente all’altro, di entrare in contatto sempre con persone
diverse! La Maschera è un’ abitante dell’universo! Vivacità,
irrequietezza e ambiguità: queste sono alcune sue peculiarità e,
come un esperto camaleonte, quest’ abitante dell’universo, è
capace di fondere eccellentemente la verità e la menzogna, la
partecipazione emotiva ed il distacco! Ha una natura versatile,
perciò difficile da schematizzare e capire! Ha un’intelligenza
luminosa, piacevole, che manifesta frizzantemente con una
marcata vis comica! E’ capace di ravvivare qualsiasi discorso,
poiché è onnisciente e sempre a conoscenza degli avvenimenti di
cronaca! E’ un vulcano di fantasie, di trovate: una più acuta
dell’altra! Spesso, tuttavia, incontra ostacoli nel
concretizzarle, poiché manca di perseveranza e cade nella
leggerezza e nella frivolezza! Per contro, è molto abile
nell’instaurare nuovi rapporti! Conosce una marea di gente ed
una marea di gente conosce, ovviamente, lei! Ha delle grandi
potenzialità, ma il suo estro poliedrico fa di lei un’ entità
difficile da agguantare, da comprendere! Spesso è difficile da
comprendere anche per sé stessa, al punto che ha crisi di
identità! Può succedere che tutto ciò le causi ansia, un’ansia
che però non dura a lungo poiché è una cultrice di ogni cosa che
sia momentanea, passeggera, destinata a sfumare. E’ una bambina
fino alla morte, indiscreta ed indagatrice, attiva e frizzante.
E’ molto sensibile agli avvenimenti, agli sviluppi ed ai
cambiamenti che avvengono intorno a lei. Nei sentimenti è
complicata. E’ sensibile all’amore come tutti, ma alle cose
serie preferisce l’evasione e la ritirata. Ama tutte le cose di
breve durata ed odia ciò che è fisso ed immutabile. La sua
compagnia è ambita e richiesta, perché con lei non si cade mai
nella noia ed ha continuamente una lunga serie di impegni
mondani. Ama i flirt, vuole essere ammirata, ha bisogno del
pubblico e non si concede in modo esclusivo. Non è fatta per la
malinconia ed ama le feste e le baldorie. Chi le vuole stare
vicino deve essere pronto a viaggiare. E’ affascinante,
spumeggiante ed esibizionista. Sa usare le parole in modo
accattivante e con queste può irretire le persone e,
soprattutto, le donne (La Maschera è, ovviamente, un uomo). Sia
L’Urlo che La Maschera sono ipercritici ed iperscettici, anche
reciprocamente e questo può produrre continue lacerazioni e
rotture, laggiù, agli specchi del labirinto. Entrambi oppongono
grande resistenza ad esigenze di essere rimodellati o, comunque,
corretti. L’Urlo è impetuoso, borioso, geloso, possessivo e
tutto ciò mal si coniuga con l’esigenza di evasione e libertà di
La Maschera. L’Urlo è fermo su certe posizioni, ma La Maschera è
eternamente indecisa. L’ Urlo ama il potere, mentre La Maschera
è anarchica.
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OSPITE D'ONORE
LUCIANO SOMMA
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PERSONAGGIO MECENATE DEL TERZO MILLENNIO
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Luciano Somma
premiato come Personaggio Mecenate del Terzo
Millennio dal Presidente onlus Mecenate prof.
Massimiliano Badiali
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Luciano Somma,
il Presidente Mecenate dr. Massimiliano
Badiali e il direttore Letterario dr.ssa
Isabella Forgione

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Luciano Somma, il
direttore Fotografico Roberto Giuseppini, il Presidente
Massimiliano Badiali
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