VINCITORI SEZIONE PROSA-NARRATIVA

7° Premio Internazionale di Arte

Mecenate
 ORGANIZZATO DA

in collaborazione

 Il Comune di Arezzo    La Presidenza del Consiglio Comunale di Arezzo
 
 
PREMIAZIONE E VINCITORI
7° Premio Internazionale di Arte MECENATE
 
                

AREZZO 14 GIUGNO 2009

OSPITI D'ONORE
Luciano Somma premiato come Personaggio Mecenate del Terzo Millennio dal Presidente onlus Mecenate prof. Massimiliano Badiali
                      
                   
 ARTE E SOLIDARIETA: PRESENTAZIONE DEL LIBRO LABIRINTO ZERO
                       DEL PRESIDENTE ONLUS MECENATE MASSIMILIANO BADIALI

STAFF

PRESENTAZIONE: dr. MASSIMILIANO BADIALI, dr.ssa ISANIA FORGIONE, dr.ssa BARBARA CANTELLI, dr. DENNY BONICOLINI, dr.ssa CHIARA DELLA MARTA
LETTURE: dr.ssa BARBARA CANTELLI,  dr. DENNY BONICOLINI, dr. DENNY BONICOLINI, dr.ssa ISANIA FORGIONE e  dr.ssa CHIARA DELLA MARTA
ALLESTIMENTO ARTISTICO: prof.ssa LELIA BURRONI
MUSICA: dr. DENNY BONICOLINI
FOTOGRAFIE: SANDRO RICCI
STAMPA: dr. MASSIMILIANO BADIALI   
VIDEO: DANIELE LOCCI
Da Sinistra in basso il Vicepresidente prof.ssa Lelia Burroni, il Segretario-Direttore Teatrale dr.ssa Barbara Cantelli, il Direttore Musicale-Cinematografico dr. Denny Bonicolini, il Presidente dr. Massimiliano Badiali, il Direttore Lettterario prof,ssa Isabella Forgione,  il Direttore della Formazione Scolastica Chiara della Marta, l'ospite d'onore Mauro Montacchiesi,
Da Sinistra in alto ilo tesoriere rag. Rolando Badiali, il Presidente ConfArezzo Luciano Bigazzi, il Direttore Turistico dr.ssa Elisabeth Veneziano, l'ospite d'onore Irene Sparagna e Responsabile Roma-Lazio Manuela Pallucca.
 
Lo staff Mecenate
 
GIURIA

MEMBRI DI GIURIA D’ONORE: Luciano Somma e Claudio Giannotta.

La Commissione di Giuria del Premio Mecenate sezione PROSA-NARRATIVA è la seguente

prof. Massimiliano Badiali (Presidente), prof.ssa Isabella Forgione, Luciano Bigazzi (Pres. Confartigianato di Arezzo), dr.ssa Barbara Cantelli, Roberto Giuseppini, prof.ssa Lelia Burroni.

IL GIUDIZIO DELLA GIURIA E’ INSINDACABILE

         
        
                                        VINCITORI         
                    
                                   I vincitori del 7° Premio PROSA-NARRATIVA MECENATE- AREZZO-2009

1° PREMIO

Brentani Katia di Bologna

Strega sarai tu

MOTIVAZIONE CRITICA: Il racconto è una performance stlistica di ironia, di divertito sarcasmo. è un gioco di specchi, in cui si perde il confine tra reale e immaginario e dove tutto diviene una fiction, una pièce teatrale, una fantasmagorica giostra di fantasia.
 
Provate voi a dormire poche ore fin dalla tenera età per ottenere l’effetto “occhiaie profonde” e vi accorgerete di essere pervase da un sottile filo di nervosismo.
Per non parlare poi dei vestiti, color nero notte, che siamo costrette ad indossare e rendono la nostra pelle emaciata.
Loro, tutte nastri e boccoli, dormono serene in culle ornate da fronzoli, si svegliano al canto degli usignoli e sgranano con grazia i loro occhioni blu.
“Boccucce di rosa” le chiamiamo, mentre le nostre labbra si assottigliano fino a diventare lame taglienti.
Eppure senza di noi le favole non esisterebbero.
Le trame non reggerebbero.
Non è interessante seguire le vicissitudini di due mocciosi svenevoli, stucchevoli che passano la vita cantando.
Così entriamo in scena noi.
Le favole sono costellate di streghe di ogni tipo.
Biancaneve senza la strega cattiva perderebbe il fascino della vittima designata.
Anche se ho sempre creduto che raggirare Biancaneve fosse facile come rubare le caramelle a un bambino.
Confessate serenamente: avreste mangiato la mela avvelenata?
Porto più rispetto ad Hansel e Gretel, in fondo si tratta di bambini e hanno dimostrato astuzia e coraggio.
Credete forse sia semplice recitare il ruolo della strega cattiva? Richiede preparazione, concentrazione e una giusta dose di fantasia unita a praticità e doti tecniche.
Fate preparare una pozione magica a una di quelle svampite e finirà per rompersi un’unghia o inalare  gas velenosi.
Il ruolo che interpretano “loro”, quelle finte timide, dalle gote arrossate, è molto semplice: piangere, fuggire, svenire, essere salvate.
Perché una principessa che si rispetti viene sempre salvata e sempre, rimarco sempre, sposa il principe azzurro.
Per noi streghe cattive  morte, esilio, scherno e ortaggi lanciati dalla folla.
Ma è il mio ruolo e lo interpreto al meglio.
Assaporo la tensione che cresce attorno, mentre preparo la pozione magica.
Vivo l’angoscia del pubblico quando porgo la mela a Biancaneve o l’arcolaio a Proserpina.
Il pubblico, nervoso, si agita sulle sedie e un silenzio carico di cattivi presagi scende nella sala.
Ho catturato la loro attenzione con la mia voce rauca, le risatine sinistre, le mani protese verso la vittima come artigli.
Qualcuno trattiene il respiro, altri nascondono il volto fra le mani.
E’ l’istante del mio trionfo personale, anche se effimero.
Lui arriverà è certo e salverà la bella.
E in quel momento sarò solo una  brutta vecchia da riempire di ortaggi e risate di scherno.
Sospiri di sollievo si libreranno nell’aria e urla di gioia riempiranno la sala.
E io sarò dimenticata dietro le quinte, mentre il principe e la principessa verranno richiamati sul palco mille volte.
Eppure in cuor mio so che se questo è avvenuto è perché ho recitato bene la mia parte.
Sono stata sufficientemente cattiva, ho procurato angoscia, paura e profuso a piene mani quel senso di ribrezzo che sempre mi accompagna.
La mamma sarebbe fiera di me.  Lei era una strega professionista molto brava.
Recitava con una compagnia teatrale famosa a livello internazionale. Ha calcato le scene fino all’ultimo respiro, con orgoglio e curando ogni dettaglio.
Il ruolo di una strega aumenta di fascino con l’età quando le rughe sono vere, la pelle cadente e i capelli bianchi.
E loro, le principesse, cominciano ad ingrassare, a perdere quella luce celestiale che le illumina. A quel punto sono già accasate con qualche principe azzurro che ingrasserà insieme a loro in compagnia di pargoli dai riccioli biondi.
E di noi che sarà? Nessuno si preoccupa di sapere cosa accade a noi streghe “dopo”.
Nessuno piange se veniamo gettate in un dirupo, divorate dalle fiamme o semplicemente scompariamo nel buio della notte.
E’ quello che sta accadendo in questo momento a me. 
La principessa e il principe intenti a festeggiare in qualche locale alla moda insieme alla corte adorante e io che cammino, avvolta nel mio cappotto nero con il cappuccio ben calato sulla testa.
I miei passi non risuonano nella notte. Quel ticchettio sommesso e a cadenza perfetta che accompagna i passi delle principesse.
Non indosso tacchi alti, la natura non ha donato a noi streghe rosei piedini che calzano scarpe da campionario, ma piedi forti, da arrampicatrici di montagne impervie.
Eppure questa sera mi tradiscono, inciampo stupidamente nel marciapiede sconnesso.
Sto per rialzarmi imprecando quando una mano si protende verso di me.
“Si è fatta male, signorina?” la voce risuona rauca, ma gentile, anche se almeno due note sopra il tono normale.
Mi alzo per osservare il mio soccorritore.
Non sono bassa, anche se il ruolo che interpreto mi obbliga a trascorrere gran parte della giornata ingobbita.
Lui è immenso, una montagna di muscoli e un volto scolpito nella pietra.
Se digrigna i denti e urla con il tono di voce che si ritrova sono certa incuta paura, anzi terrore.
Ora però sorride, un sorriso tenero che si propaga agli occhi.
Eppure sta fissando il mio viso: il naso adunco, i capelli ispidi come saggina di scopa, le guance incavate.
“Ha degli occhi bellissimi” mormora, almeno quella era la sua intenzione, immagino.
Nessuno ha mai trovato i miei occhi color melma bellissimi.
Le sue mani enormi, ma delicate hanno fatto scomparire le mie ancora ornate dalle unghie finte ricurve come artigli.
Sorrido, provando uno strano calore in tutto il corpo e un senso di benessere.
“Ti accompagno a casa” propone “ a quest’ora di notte è pericoloso percorrere queste strade da sola”.
Trattengo una risata di scherno e la frase che la principessa perfettina pronuncerebbe: “Cosa può mai accadere alla strega cattiva!”.
Rinfodero il sorriso crudele che scopre gli incisivi e mi limito a stirare appena le labbra.
Lui continua a racchiudere le mie mani nelle sue, come in uno scrigno prezioso e cammina adagio.
Il mio passo si armonizza al suo. E’ servito a qualcosa avere piedi grandi da arrampicatrice di montagne impervie.
“Guarda una stella cadente” il suo dito indica il cielo “esprimi un desiderio”.
Chiudo gli occhi ed esprimo un desiderio non propriamente  da strega.
“Ho già espresso il mio “ confessa e come d’incanto nella sua mano è comparso un grosso pezzo di cioccolata fondente.
“Il mio dolce preferito” mi informa e con facilità stacca un quadretto e me lo porge.
Anch’io amo la cioccolata fondente.
Non ha fronzoli, non si nasconde dietro aromi o nocciole e mandorle.
Ti conquista così, con il suo aspetto semplice e il gusto un po’ amarognolo.
“Sai perché la amo?” dice lui e mi sorride di nuovo.
“Chi?” mormoro, confusa.
“La cioccolata!” ride lui “perché è senza maschera, semplice e squisita al tempo stesso, come te”.
Sento le guance bruciare e cerco una frase cattiva per guastare l’atmosfera, ma non la trovo.
Strano è il mio mestiere e lo esercito a meraviglia.
Lui non sta bleffando, non mi deride, il suo sguardo è sincero e il mio cuore galoppa felice.
“Guarda papà la strega cattiva con il gigante buono!” grida una bambina tutta boccoli biondi e boccuccia di rosa.
Certamente una delle tante fans della principessa perfettina.
Le lancio uno sguardo di benevolenza, mentre il mio gigante buono mi aggiusta il cappuccio sulla testa.
“Mi dispiace piccola” penso, estasiata “questa sera strega sarai tu”.  

 


2° PREMIO

Borghi Stefano di Cassina de Pecchi (Milano)

La risposta di Dio

MOTIVAZIONE CRITICA: Il testo è una confessione esistenziale che rivela la disperazione genitoriale di un padre verso una figlia gravemente malata, è un racconto denuncia del mistero del dolore e della rassegnazione dell'amore alla ricerca di un'eziologia del senso.

 

Accompagno alla porta gli ultimi ospiti che si riprendono il cappotto e il loro compassionevole sorriso, stringo loro le mani, mormorando un grazie di circostanza.
Resto sull’uscio accompagnandoli con lo sguardo, osservando le loro schiene allontanarsi fino a sparire.
Fa freddo questa sera, dicembre è alle porte; inspiro l’aria fino a riempirmi i polmoni, mentre i miei occhi fissano l’immagine di un cielo incredibilmente limpido.
Poi rientro in casa, chiudendo fuori, a tripla mandata, quel tripudio di stelle.
La festa è finita e, mentre raccolgo dal tavolo bicchieri e piatti di carta, buttando tutto in un sacco, penso che in fondo non è stata una brutta serata. Teresa si è divertita e non è molto importante se gli auguri fatti fossero sentiti o di circostanza. Passerà molto tempo prima che qualcuno si faccia rivedere in questa casa.
Lascio scorrere l’acqua, metto nel lavello le posate di metallo e osservo il getto scrosciare. Tocco l’acqua con la mano: troppo calda, troppo fredda… così va bene.
Comincio a lavare le posate, meccanicamente; la quotidianità mi serve per anestetizzare i pensieri.
Mentre le ripongo, penso che la lampadina della cucina manda una luce debole, troppo fioca: mi devo decidere a cambiarla.
La radio è ancora accesa e diffonde musica; Teresa sembra seguirne le arie, con brevi e sgraziati gesti, seguiti da una sorta di nenia che vuole essere un canto.
Ha la testa reclinata da un lato e ruota spesso gli occhioni azzurri come seguisse chissà quale oggetto in volo. L’osservo senza avvicinarmi, per non distoglierla dal suo mondo.
In questo istante so che è felice.
Le cinghie di cuoio l’assicurano alla sedia a ruote, impedendole di cadere.
Sembra che la sedia la stringa in un abbraccio.
Mi piacerebbe poter entrare nella sua testa e rimettere tutte le cose che non funzionano al loro posto.
Sono sempre stato bravo a riparare ogni oggetto.
Ho fatto ogni genere di lavoro nella vita.
Ma lei non è una sedia che traballa, una macchina che non funziona, o un elettrodomestico rotto.
E’ un progetto di Dio.
E io, Lui sa quanto ci ho provato, non so leggere i suoi schemi, i suoi disegni.
Tutto questo devo solo accettarlo.
Teresa è mia figlia e oggi compie trent’anni.
Quell’essere indifeso, raggomitolato su di una sedia a ruote, che sbava in continuazione come fosse un’eterna neonata, è la mia bambina e stasera c’era la sua festa di compleanno. 
Ricordo come fosse ieri quando nacque: i medici non riuscivano a capire cosa avesse e azzardavano ipotesi di ogni tipo.
Parlavano di sindromi, ipotizzavano disfunzioni usando termini che né io né mia moglie avevamo mai sentito e cercavamo ogni sera su un dizionario medico in modo da comprenderne il significato.
Ma in quell’oceano di parole, in tutti quei consulti, nel loro vocabolario dotto e su quello di carta non sentimmo né trovammo mai spazio per la parola speranza.
Teresa sarebbe cresciuta solo nel fisico e nemmeno molto bene; la sua mente invece sarebbe stata un muro invalicabile, un pianeta lontano che non le avrebbe mai permesso di mettersi in contatto in maniera chiara con noi, abitanti di un altro universo.
I suoi pensieri sarebbero stati sempre un cifrario misterioso, le sue parole uno strascicare da intuire più che da comprendere, il suo sguardo un vorticare di pupille, dove per un estraneo è difficile cogliere la luce della vita che, nonostante tutto, vi assicuro, brilla.
Ricordo che i medici, prima di congedarci, ci dissero che i soggetti come Teresa di solito non durano molto. Dieci, vent’anni al massimo.
Pronunciavano quelle parole come se potessero esserci di conforto.
Come se la morte potesse essere una via di salvezza.
Come se l’annientamento di quel corpo potesse liberarci dalle nostre angosce, dagli sguardi pietosi della gente che si volta dall’altra parte, quando incontra Teresa.
Però, nonostante tutte le loro ipotesi, Teresa è qui.
Mi sono chiesto mille volte il senso di tutto questo.
Da quando è venuta al mondo me lo sono chiesto tutte le sere.
L’ho chiesto anche a Lui, senza avere mai una risposta. Ho urlato affinché fossi sicuro che mi sentisse, mentre Teresa non stava bene e noi la vegliavamo nel suo sonno agitato senza sapere che fare per darle sollievo, spendendo ogni stilla di energia, anche noi prigionieri di quel corpo sbagliato.
Ma non ho mai dubitato del Suo operato.
Nemmeno quando si è preso la mia Maria, in meno di tre mesi, lasciandomi solo e smarrito.
Sono andato avanti lo stesso, ho raddoppiato i miei sforzi, e non ho mollato. 
L’ho fatto per Teresa, a cui ero rimasto solo io.
L’ho fatto per Maria, che l’ha sempre guardata come se fosse la bambina più bella del mondo.
In fondo l’ho fatto anche per me, e l’esserci riuscito mi fa sentire bene.
Tra non molto ci sarà il mio compleanno.
Compirò settant’anni e non farò nessuna festa.
Quando ci penso l’ansia mi prede il cuore e faccio un po’ fatica a prendere sonno.
Non è la morte che mi spaventa. Ha già visitato i luoghi in cui vivo e l’ho vista colpire molte persone che ho amato, indossando alcuni tra i suoi travestimenti più terribili, eppure non mi fa paura.
Averne sarebbe come vivere male la giornata, solo perché si sa che poi questa finisce e arriva la notte.
Quello che mi preoccupa è il tempo.
Il fatto è che sto diventando vecchio, non sono più forte come una volta e vegliare Teresa, spostarla, lavarla, cambiarla, mi costa parecchio sforzo.
Per quanto i servizi sociali mi aiutino, molte cose le devo fare da solo e mi chiedo se dovessi venire a mancare o diventare troppo vecchio e debole cosa ne sarà di lei.
Ho parlato di questo alle persone che mi stanno intorno.
Nessuno mi fornisce una risposta che scacci le mie paure. Mi dicono solo di non preoccuparmi, ma non mi basta, non riesco. So che se questo dovesse accadere la rinchiuderebbero in un istituto e lì conoscerebbe per la prima volta nella sua vita la solitudine.
Perché Teresa non è mai stata sola e la sua vita, per quanto vi possa sembrare impossibile, è sempre trascorsa serena. Dal luogo in cui si trova ha imparato a mandarmi dei segnali e io con il tempo a comprenderli e a farmi capire.
Teresa riconosce la mia voce e io so quali parole devo usare per calmarla, quando si agita per qualche rumore improvviso, quale tono usare per rimproverarla, quando sputa tutto e non vuole mangiare facendo i capricci. So quali sono i suoi cibi preferiti, i colori che le piacciono di più; le storie che bisogna leggerle per farla scivolare nel sonno accompagnata da un bel sogno e da un sorriso.
Se mancassi chi si accorgerebbe che Teresa adora la musica, chi scoprirebbe che è vanitosa e ride felice, quando dopo il bagno le metto due gocce di profumo e le lego i capelli con i nastrini rossi e le dico che è bella?
La verità è che Teresa è mia figlia e non sopporto l’idea di doverla abbandonare o lasciarla ad altri.
Sono invecchiato dedicandomi a lei e nonostante la mia vita sia stata segnata dalla sua condizione non ho mai pensato a come sarebbe stata, a come avrei potuto vivere o a cosa avrei potuto fare, se lei non fosse mai nata oppure fosse diversa.
Non ho mai pensato di renderla al mittente, come un dono non gradito o un giocattolo rotto.
Ho sempre pensato a farla star bene e non la voglio dividere con nessuno.
Forse sono solo un vecchio egoista, o forse ho paura di perdere la mia ragione di vita.
La festa è finita, ed è finita anche questa sera.
Il tavolo è sgombero, la casa in ordine e siamo di nuovo soli.
Teresa è ancora lì con la testa reclinata, che agita un braccio ritmando un tempo tutto suo, mentre ascolta la colonna sonora di un vecchio film.
E’ tardi, dovrei metterla a letto, so già che farà i capricci.
Sono molto stanco anch’io.
Però stasera è il suo compleanno, il trentesimo, quello che mai e poi mai avrebbe dovuto compiere secondo i medici.
Ma come dicevo Dio ha i suoi disegni, e per quanto abbiano studiato nemmeno i dottori li sanno leggere.
La lascerò ancora un po’ lì, in fondo non c’é nulla di male, domani recupereremo il sonno perso.
Mi siedo al suo fianco, si accorge della mia presenza e mi sorride, agita le braccia, come volesse stringermi; le prendo le mani, la stringo, l’abbraccio.
Sento le sue ossa che sembrano voler bucare la pelle, sembra un uccellino la mia Teresa. 
Forse le ali le ha per davvero, forse Teresa non è che un angelo, un angelo travestito, e quelle sue braccia non sono che ali.
Le stesse che in questo momento mi stringono, fino a forarmi il cuore riempiendomelo di un amore assoluto.
Restiamo così, abbracciati e felici.
Felici di niente.
Forse è questa la risposta che cercavo, che ho cercato per tutta la vita.
Forse questa è la risposta di Dio.

 


3° PREMIO

Maria Letizia Filomeno di Cardano al Campo (Varese)

Incantesimo

MOTIVAZIONE CRITICA: Il racconto è un soliloquio  che scandaglia il ricordo, che abbraccia l'immaginazione e riveste le parole d'alchimie che sono della sostanza del ricordo.
D’altri ruoli mi rivestirò, lascerò le bianche sete ai piedi delle scale.
Conservo lettere sdrucite, ammuffite dal tempo e dalla disaffezione.
Ho freddo nelle ossa in questa notte di incantesimi inesplosi, in questa estasi del nulla.
I saluti no, quelli li lascio ai nostalgici. Io non ho più nostalgie di antiche stagioni morenti, né dell’immagine che ammicca da uno specchio opaco. Bella, si, come una maschera di sale.
E sale ne è corso troppo nelle vene, a formare dolorosi grumi. E a inasprire le ferite di tanti errori miei, e di tanti altrui.
E’ un’alba strana, un’esigenza improvvisa mi ha svegliata, risvegliata da un sonno profondo e resa inquieta. Sotto la crosta degli anni passati a cercare altrove, sento che qualcosa sta sbocciando, anche se non è primavera. I profumi di una stagione nuova, indefinita, mi fanno detestare la polvere e l’odore di naftalina che mi porto addosso da quando ho chiuso il cuore in una ridicola scatola portagioie.
Improvvisa rivelazione.
Il prezzo della libertà è disfarsi dei propri pesi, della scorza di sedimenti che ricoprono la verità. Restare liberi, fragili, efebici di fronte alla strada che conduce al viaggio.
Una finestra, una via di fuga imprigionata dalle apparenze.
Devo uscire da qui, andare da qualunque parte ci sia aria da respirare.
E sei tu, quest’aria fresca che mi risveglia, dopo una notte di domande, nella corsa che mi porta lontano dalle risposte che non provo più a darmi.
E’ passato quel tempo, quello delle domande senza eco e quello delle risposte spente. Ora è tempo di silenzi, di sguardi, di consapevolezza.
Sei tu, il cuore che batte, singhiozza, incespica per la mancanza d’esercizio, la tenacia mia di ritrovare quel momento di benessere attraverso la fatica, l’orgasmo endorfino del corridore che supera se stesso, oltre le gambe pesanti e il fiato corto. La voglia di riprendere a soffrire oltre che a vivere, soltanto per sentire ancora quell’esaltazione, la creazione…l’Ispirazione…
Sei sempre stato lì, nel sorriso chiaro, denso di promesse e malandrino che mi colpisce dalle tue foto, lo stesso che porto nei miei ricordi. Le foto che non guardo, ma che immagino, stampate in negativo nei miei occhi. E il ricordo di un tuo sguardo è adrenalina, eccitazione…
Ansante nella corsa sei l’unico pensiero, che mi fa credere, che mi fa crescere, finalmente. Come libera da un incantesimo nel bosco delle fate.
Sei come un tramonto rosso arancio di sere consacrate ad altri, come le albe azzurrate e abbaglianti che fanno lacrimare gli occhi.
E mentre passa accanto il mondo e fila via veloce, mi accorgo che tu da me non te ne sei mai andato, mai sciolto per davvero dall’abbraccio, con cui mi salutasti alla stazione.
E mentre passo accanto al mondo e filo via veloce, perfino da quella che è stata la mia vita, ricordo solamente il tuo sorriso, la finta ingenuità di una bugia, che mi ha inchiodato il cuore ad una Croce.
Sorrido e piango e corro, un piede dopo l’altro e sembra facile, come non averlo mai scordato.
Davanti a un foglio bianco la paura, svanita svaporata, liberata dall’incantesimo che la teneva imprigionata. Parole, frasi, punti e virgole, come passi che si allineano sul sentiero.
Sei tu l’ispirazione, sei tu l’Incontro, sei tu, sei tu, sei tu… e libera da ogni tipo di catena, mi lascio andare avanti senza freni. Dolce, dolorosa la caduta, fragore sulla pelle delicata, le mani screpolate nella terra, gli occhi ormai appannati di commozione, che ridono come chi da troppo tempo, rideva solamente con le labbra, lasciando i denti bianchi ad affrontare la vita senza più alcun colore.
Mi fermo, annusando terra di rugiada. Mi vedi, sono stupida ma rido.
Perché mai si ride, quando ci si fa male? Perché è quel dolore, che risveglia e fa piacere.
Sei tu che amo, lo sapevi? L’hai sempre saputo e hai sempre finto.
Dammi almeno la tua mano, aiutami a rialzarmi, rido troppo e da sola non ci riesco.
E di strada ne abbiamo ancora, da fare insieme …

4° PREMIO

Aliprandi Mario di Olginate (Lecco)

Quando il cielo dice no

Caro amore mio, dolce stella ribelle. Cosa non farei per poterti chiamare ancora cosi, cosa non darei per potermi rivolgere ancora a te con queste parole. Ma tu non sei più mia (sei mai stata mia?) e ciò non mi è più concesso. Non stupirti quindi delle molteplici contraddizioni che troverai tra queste righe. So che sarò confuso, che non seguirò un filo logico; la verità è che non c’è più logica, non c’è più racconto, non c’è più vita senza di te. Malgrado ciò, è difficile sottrarsi: il foglio bianco che mi aspettava, la penna che pareva chiamarmi, si fanno strumento e pretesto per dare voce alle emozioni, a suggestioni negate, a percezioni interiori…La malinconia, lo scascio, la voglia di parlarti hanno fatto il resto.
Il calore della tua presenza non si era ancora dissolto con la tua immagine che già qualcuno si sentiva in dovere di consolarmi con la vecchia filastrocca: “Vedrai, col tempo tutto passa, il tempo cicatrizza, chiude tutte le ferite” Continuando poi con un’altra banalità: “Devi dimenticare, andare oltre…” Già, dimenticare, ma tu lo sai, no? Dimenticare è cosa più facile da dire che da fare. Così sono qui, alla solita finestra che s’illude di ripararmi da tutta la neve che quest’inizio di gennaio sta mettendo giù. Lei sta facendo il suo dovere, lo sta facendo bene: la stanza è calda, confortevole, ma tutta la neve di questa giornata, con tutto il freddo che si porta dietro, non potrebbe competere con il gelo che mi è entrato dentro da quando non ci sei più. Eppure la collina è stupenda stasera, quasi magica, la neve con la sua leggera bruma crea un’atmosfera irreale, tutto è ovattato, distante, solo le luci da lassù, ingrandite da un alone luminoso e pulsante, sembrano rotolare giù, più vicine, quasi a portata di mano. Pare si mandino segnali di complicità in un gioco sottile che non conosco, a cui non sono invitato e che osservo da spettatore distaccato e distratto. La verità, amore, è che sono qui senza esserci, come se avessi il potere della bilocazione; sono qui, ma in realtà con la mente sono… Non so dove sono, so solo d’essere dove sei tu. Il fatto è che io ero preparato, ero pronto a non trovarti mai, ti cercavo, convinto che non ti avrei mai incontrata sul mio cammino; ma a questo ero rassegnato, ho passato anni ad esercitarmi, a recitare questa parte, credo di essere un esperto ormai… Ma lo confesso: sono inerme all’idea di doverti perdere, lasciarti andare, rinunciare a te adesso, dopo averti avuta; questo no: anche se tra noi si è trattato solo di una petite liaison, non riuscirò mai a far mia questa cosa. I pugni presi mi hanno ferito, ma non mi hanno fatto male come il tuo silenzio, come le tue parole, non mi hanno lacerato come ora la tua assenza. E sono qui a tentare di riscrivere la mia vita senza di te, con questo freddo che scava dentro, che consuma.
Preda di questo gelo, mi accorgo che non c’è un lembo di pelle, un centimetro d’epidermide, un muscolo, un osso che non senta la tua mancanza. Non c’è molecola che non sia intrisa di te. Così le mie labbra, le mie labbra hanno memoria e nostalgia di quando tempestavano di piccoli baci le tue guance, i tuoi capelli, la tua nuca… La tua nuca, come posso pensare di farne a meno? Baci a volte così delicati, quasi carezze, o quando, rispondendo ai tuoi, un misto di passionalità e pudore, s’incollavano alle tue labbra, labbra da baciare, senza zucchero, senza sale. E le mie mani, le mie mani hanno memoria e nostalgia di tutto il tuo corpo che conoscono così bene in ogni suo fremito, in ogni sua più debole vibrazione; hanno nostalgia delle carezze date, del velluto del tuo seno, degli abbracci di passione che toglievano il respiro. Ho memoria e struggimento delle notti trascorse accanto al telefono, della tua voce che si sovrapponeva a quella di Chopin, le tue dolci parole, la tua risata, quel tono appena sussurrato che raccontava più delle parole, quasi da permettermi di vederti accoccolata sotto le tue coperte o nel tuo vecchio maglione di lana nero. Ed i miei occhi, i miei occhi hanno memoria e nostalgia d’ogni piccola parte di te, di ognuna di quel milione e cinque cose, piccoli particolari a volte, nuances, che ai più possono apparire banali, che forse tu addirittura ignori di possedere, ma che ti rendono così, diversa da tutte le altre, che fanno di te quella donna speciale, unica, come quella macchiolina rosea sul petto che tutti, tranne i miei occhi scambiavano per un morso d’amore. Ho nostalgia di quella tua bellezza dispettosa che m’istigava a fare cose proibite che poi tu non sempre mi permettevi di portare a termine. Ho nostalgia dei tuoi occhi da cerbiatta ferita, occhi che sanno accarezzare, che sanno ammaliare, occhi, l’ho capito adesso, che sanno far male, che sanno fulminare. Mi manca il tuo sapore di Provenza, la tua sensualità nascosta. Mi manca quello scivolarti dentro delicatamente, nel caldo del tuo sole, nel profondo del tuo piacere, come immergersi in un mare calmo che piano piano si trasformava in burrasca, travolgendo i nostri sensi, annebbiando le nostre menti: quel trovarsi all’unisono uno preda del tormento dell’altro e lasciarsi andare, naufragare mentre la passione saliva veloce veloce attraverso le nostre gambe, le nostre vene, sommergendoci come la marea. Infine, stanchi e felici, restare lì abbracciati pelle a pelle, fiato a fiato, rubare frammenti d’eternità al tempo che andava via per poi tornare a navigare in acque tranquille, serene, trasportati… Dolcemente alla deriva come la musica di Handel. Mi manca il tuo rossetto sul bicchiere del mio caffé.
Dicono che dimenticherò, che m’innamorerò ancora, ma amare vuol dire darsi, donarsi, ci vorrebbe un’altro cuore, un cuore che non abbia memoria, che non abbia scienza di te, dei tuoi baci, delle tue labbra. Ci vorrebbe un cuore nuovo, io che non ho più neanche il vecchio, perché al pari della mente, corrotto dai tuoi occhi, dai tuoi sorrisi, il mio cuore è come la tua ombra: segue i passi tuoi.
* * * * *
Una volta ero in montagna con gli amici, la solita passeggiata, le solite foto. Ad un tratto ci siamo trovati davanti un muro d’alberi divelti, fango e neve alto più di venti metri, e non esagero sai, una cosa spaventosa: era una valanga, l’effetto di un’enorme valanga. Sono ripassato dopo qualche mese, era ormai estate, la neve sciolta aveva abbassato quella massa d’alberi lacerati e portati giù per centinaia di metri. Ora l’area si prestava ad un’osservazione più attenta, più ampia. Da un lato della montagna ferita si vedeva quella che ad un occhio distratto appariva come l’effetto di una frana, tutt’intorno il vuoto, la desolazione, alberi infangati come se fosse straripato un fiume, altri, per effetto del gelo sembravano bruciati. Questo, dolcissima ribelle, è quello che ti sei lasciata dietro, questo è quello che mi hai lasciato dentro, un campo di battaglia, è l’effetto devastante della tua assenza. Frana, incendio, straripamento, valanga, sai di avere qualcosa di distrutto, una ferita, ma non riesci a capire cosa, perché. So soltanto che là, dove prima c’eri tu, con il tuo corpo, con il calore della tua voce, con la tua disarmante infinita femminilità, un misto di timidezza e audacia, adesso c’è il vuoto, un vuoto della tua taglia, della tua misura, dai tuoi lineamenti, la custodia di uno strumento musicale dalla tua forma che solo e solamente tu puoi empire.
Sono qui in balia di questo freddo che tutto marchia, che di tutto si appropria. Dicono di dimenticare, di portare pazienza, perché alla fine ce la farò, troverò un’altra… Non sanno di cosa parlano.
* * * * *
Non so perché ti amo, lo sapessi forse sarei anche capace di smettere; so soltanto di non poter amare nessun’altra, perché, se è vero che in ogni donna si nasconde qualcosa di te, è altrettanto vero che tu sei tutte le altre, che solo in te è racchiusa l’essenza, il tutto di tutte le donne. Non posso amare nessun’altra perché non hanno abbastanza di te da sostituirti… Perché non sono te. E tutto ciò non basta come giustificazione: quello che provo per te è qualcosa che non si può spiegare con le parole, con il razionale, io ti amo perché sei tu punto. Così, ogni giorno mi consumo in un rito pagano, fermandomi in tutti i posti dove eravamo soliti incontrarci; affronto questa mia intima, sacrilega via crucis con la sola speranza di vederti arrivare, bellissima come una volta, come solo tu sai essere, come solo tu puoi essere. E vado oltre, ti cerco tra i volti anonimi che incrocio nelle strade, ti cerco nei luoghi più improbabili, anche quelli che tu non frequenti, sognando di trovarti lo stesso. Cerco qualcosa di familiare, qualcosa di te in tutte le vie che attraverso, la tua espressione distratta, il tuo profumo di lavanda, quel modo tutto tuo di portare la sigaretta alle labbra, ma i tuoi  occhi, quelli no, facessi due volte il giro del mondo, lo so, non ne troverei d’eguali, quel bagliore, quella luce, sono una tua esclusiva, occhi cosi belli… Non ne esistono altri due.  
Così, qualche volta ho la gioia di incrociarti, raramente, di sfuggita, ma capita, ed ogni volta è un tuffo al cuore, fatto di te, sto lì, come un ladro di notte a guardarti di nascosto, impotente, inutile
ma non riesco a sottrarmi; vivo in apnea questi attimi interminabili che lasciano l’amaro in bocca quando ritorno a respirare, sento la sofferenza che trabocca copiosa da ogni poro, che fuoriesce dalle tasche, che cola giù dai pantaloni, rivoli che vanno a formare pozze di dolore in cui affogare, ma serve anche questo sai, sono gli unici momenti in cui ho coscienza di me, le uniche volte che, pur annaspando tra le macerie in cui mi hai lasciato posso dirmi: “Nonostante tutto sei ancora vivo”.    
Dicono di dimenticare, perché tu eri la donna sbagliata, che è giusto così, forse è vero. Vorrebbe dire che ho amato la donna sbagliata, che sono stato amato dalla donna sbagliata, cercando di costruire un futuro sbagliato. Allora qualcuno dovrebbe spiegarmi perché, perchè mentre ero distratto da tutte queste cose sbagliate, vivevo la gioia più bella, la gioia più dolce di tutta la mia vita. Tu sai darmi un perché? Dimenticare… Ma che ne sanno loro. Io non voglio dimenticare, non voglio smettere di stare male: voglio nutrirmi di questa malinconia, di questa tristezza che mi fa compagnia perché non sono altro che gocce di felicità perduta, frammenti, scampoli di te, sono te. L’alternativa è il nulla e “fra il dolore e il nulla io scelgo il dolore”, la solitudine, non voglio dimenticare, non voglio stare bene: io voglio vivere di te, io voglio morire di te.
Mi trascino inerte lungo la mia via, con due sole certezze - con due sole paure: ho la certezza che il nostro incontro non è stata una cosa casuale, che c’è molto di più; voglio crederci, convinto che siamo fatti l’uno per l’altra, due spiriti affini che si sono trovati senza cercarsi, uniti per costruire qualcosa di magico. Ma ho paura, temo che nel tempo, se costretto, pur sentendo la tua mancanza, pur non dimenticandoti mai, potrei fare a meno di te, rassegnarmi ad una vita mediocre. Ho timore di cadere nell’illusione di poter vivere, pur perpetuando nell’errore di chiamarla con il tuo nome, a fianco di un’altra donna, accontentarmi di un sorriso qualsiasi, rendendo vani, proprio adesso che ne ero felice, tutti i no di chi c’è stato prima di te. Questo, cara, mi spaventa da morire: sapere di potermi adattare a tutto il peggio che il futuro può riservarmi mi terrorizza, perché, se posso farlo io che so di amarti più della mia vita, immagino te, che non ricordi più il mio nome. Vorrebbe dire perdersi, avere a portata di mano un’occasione straordinaria, dei talenti da far fruttare senza riuscirci. Ma ti rendi conto? C’è gente che passa la vita intera a cercarsi, spingendosi sui tram, sfiorandosi tra le vie, senza riconoscersi, senza consapevolezza dell’altro, senza riuscire a guardarsi negli occhi…Senza mai trovarsi. A noi è stato dato questo dono, unico, inestimabile; sarebbe un crimine sprecarlo così ed io, io non voglio essere tuo complice in un simile reato.
E tu, tu come pensi di dimenticare? Di andare oltre? Ti basterà ignorarmi? Mentirai a te stessa, ti dirai che non era amore, che non mi hai mai incontrato, fingerai che non sia mai esistito? Ingenua creatura, non mi farò mettere da parte tanto facilmente, non mi farò scacciare cosi da quell’angolo di cuore dove mi portavi sino ad ieri; non puoi stracciarmi come un tuo disegno mal riuscito. “Non omnis moriar”. In ogni anfratto, in ogni fibra, in ogni angolo lasciato incustodito, ovunque potrò intrufolarmi mi troverai. Ascoltati bene e mi sentirai: io sono lì, in quello spazio che si crea; in quel vuoto tra un battito e l’altro del tuo cuore cercami, io sono lì.
Io sono lì, ancora adesso che la neve ha lasciato il posto a tiepidi soli di primavera, io sono lì. Qualcuno ostinato continua a ripetere, anche se con meno convinzione, le solite ovvietà: che dimenticherò, che queste sono lezioni di vita, esperienze che aiutano a crescere a maturare, che il tempo galantuomo cicatrizza tutte le ferite; ma io sono stanco di studiare la vita, di studiare amore, ignorante voglio soltanto poterti amare, ignorante voglio solo il tuo amore… Io voglio solo te.
Pigramente mi guardo intorno, osservo, mi muovo. Trascinato fuori dalla mia macchina fotografica registro il risvegliarsi della vita. Nei prati le viole, le primule… Le tue primule, annunciano l’arrivo di una nuova primavera, gli alberi si preparano a mostrare il loro guardaroba migliore, a vestirsi da sera, eleganti nelle loro nuove fioriture, trionfo di colori e profumi. Il lago fa la sua parte moltiplicando e rifrangendo a milioni i riflessi cangianti di questo giovane sole spezzati solo dal passaggio dei cigni con il loro orgoglioso portamento, con il loro nobile andare. La gente al pari delle rondini, anch’esse tornate a macchiare l’aria di sfuggenti pois bianchi e neri, cerca di liberarsi dal torpore invernale con le prime gite, le prime passeggiate. I bambini rallegrano ancora cortili e spiazzi con urla e giochi, ma loro in verità, impavidi, incuranti del freddo, non hanno mai smesso.
Tutto muta, solo il mio amore per te è ancora qui, indistruttibile, inattaccabile; lo sento aleggiare come un fantasma tra gli avanzi del mio cuore, ed anche se lo accoltello cento volte al giorno, di notte, appena abbasso la guardia, per cento volte, come una fenice risorge dalle sue ceneri per ritrovarlo l’indomani ancora qui, al centro dei miei pensieri, al centro del mio mondo. Mentre là fuori esplode la primavera, come la primavera…Tu mi esplodi dentro. Vorrei che tu avessi del rancore, che dicessi che ho colpe da espiare, da farmi perdonare. Potrei così tentare ancora, discreto come un servo muto farei di tutto per compiacerti, vincerei quest’apatia, questa staticità, coglierei ogni piccola chance, chiederei scusa, lo urlerei, se necessario saprei anche implorare, umiliarmi. Per te mentirei, ne sono capace lo sai, perché tu sei luce, sei emozione, perchè senza di te sono un aquilone senza il vento, un violino con le corde spezzate, perché io ti vivo, io ti respiro.
Mi dicono di dimenticare; dimmi come posso dimenticare se tutto mi parla ancora di te, se nella mia vita, nelle mie giornate, era più discreta la presenza del tuo sorriso, di quanto non lo sia adesso il suo ricordo? Capisci quanto è difficile sottrarsi a te? Ignorarti? Tu sei un’icona inutilizzata sul desktop che non riesco a cestinare, sei il numero che non voglio cancellare dalla rubrica, sei gli Evanescence che, vigliacchi, cospirano contro con tenere note d’amore, sei la foto che continua a tormentarmi dal cellulare, le mie gambe che ostinate vengono a cercarti, sei i miei occhi smarriti, che in ufficio, dietro la scrivania fissano la tua sedia vuota. Tu sei quella scia di profumo che dopo mesi insiste a non sparire, e che, lungi dal portare conforto, se possibile, inebriandomi, scava ancor di più tra le pieghe della mia sofferenza. Riesci a capire? Puoi immaginare quanto è ingombrante quanto è invadente oggi la tua assenza? Tu sei le mie mani che pazze, cieche, carezzano nell’aria il tuo profilo che non c’è…Tu sei il fascino di Capri col suo glicine d’aprile.
* * * * *
La finestra stanotte rimanda bagliori stellari, penso a te lassù in collina, stella ribelle tra stelle sorelle e cerco un punto nel buio, un punto dove collocare idealmente casa tua, e se lo fisso, se v’indugio un attimo riesco a trafiggerlo a trapassarlo, tanto che mi sembra di vederti, ti vedo. Sei lì, finalmente felice mentre sorridi ad un nuovo amore, e sarà folle, sarà che voglio ancora farmi del male, ma mi dico che gli sorridi perché in fondo agli occhi suoi tu cerchi i miei, tu vedi i miei. Lui ignaro, ricambia la tua gioia, ancora una volta sei diventata musa, musa per qualcuno già pronto a poetare per te, già pronto a struggersi a cercare rime da incatenare con la tua bellezza… Bellezza da rubare come una poesia da inventare.
T’immagino sorridente e, sprezzante del dolore che mi consuma, esorcizzati per un attimo tutti i miei tormenti, anche sul mio viso si disegna melanconico, fuggevole il tuo sorriso: è il tassello che mancava, è la prova che ti amo, che ti appartengo, che sono totalmente, ineluttabilmente nelle tue mani, un piccolo anonimo satellite nell’orbita dei tuoi occhi. Riecheggia forte il canto del poeta: “Se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato".
Dicono che dimenticherò, che presto tornerò a vivere ad amare… Io aspetto, sto qui, ad un passo da te in questo limbo dove mi hai posto, senza più un passato, senza più un futuro, senza più sogni da sognare. Sono qui a vivere il tempo del dopo con un secchio di blu per cancellare questo nero, per colorare il mio prossimo mare, per colorare il mio prossimo cielo. Esule involontario, vivo qui ai margini della felicità, in questa terra di mezzo dimenticato, senza un confine, un argine, a contenere questa mia sconfinata malinconia, senza più nessuno a difendermi da questo mio estremo, straripante bisogno di te. Compagne di strada le memorie, le nostalgie, e se mi graffia lo scascio della tua dolcezza, se mi punge il ricordo del tuo vecchio maglione di lana nero (che vuoi che sia) posso sempre chiedere alla pioggia: “Bagnami di lei”; posso sempre chiedere al vento: “Strappale un sorriso e portalo a me su quella foglia d’autunno”, lupo ferito posso sempre abbaiare la luna. Dicono che dimenticherò… Ma non sanno di cosa parlano.

 

       5° PREMIO

Caruso Carlo di Roma

     La voce del faro

C’era una volta un fanciullo che si era smarrito nel labirinto dei ricordi.
Quando aveva  nove anni e viveva di stenti nei bassifondi di Città del Messico, fu adottato da una coppia di coniugi del Vecchio Continente: lui era un medico importante, lei un’insegnante di quelle che sanno bene tutta la grammatica e ti correggono sempre.
Josè Maria, questo era il nome del fanciullo, cercava di ricordare la  sua storia; il volto di suo padre minatore svaniva nella polvere delle gallerie dove si perse per sempre. Ma sulle sue gote ancora riaffiorava la carezza di quelle mani callose.
La scuola non gli piaceva tanto, ma amava le canzoni popolari di un poeta del suo paese; quando si sentiva smarrire in quella grande città d’Europa, affacciata sul mare, si allontanava lungo la spiaggia, in compagnia di quei canti. A volte andava a cercare rifugio nella Madre Maria, che lo sapeva ascoltare; allora vedeva Lei, in veste azzurra, che portava un pane alla sua povera famiglia, in Messico, e con il suo sorriso placava ogni fame, anche quella del cuore.
 Per quelle frequenti fughe, sia a scuola che in famiglia tutti dicevano che era un bambino cattivo.
Così tornava a rifugiarsi presso il mare, dove assaporava il mistero del navigatore solitario che, fra stracci di nuvole bizzarre, vede affiorare i bagliori che illuminano la rotta. E nel limpido specchio del suo silenzio, nel suo cuore spalancato come la ciotola di un povero, piovevano piccole benedizioni luminose.
Infine, si ritrovava lontano da casa, dove lo raggiungeva il vecchio gendarme, divenuto ormai suo amico.
Era un brav’uomo dai baffi grigi e le spalle larghe, abituato a conoscere gli uomini per le parole non dette, che aveva imparato ad ascoltare quel fanciullo dallo sguardo attento eppure perso in qualche luogo lontano.
 A casa lo attendevano le percosse e nel suo cervello vibravano dolorose le urla della caritatevole mamma adottiva; il nuovo papà lo guardava col muto rimprovero riservato a un traditore.
Il gendarme, nel rapporto all’Autorità, raccontò come trovasse sempre il ragazzo assorto dinanzi al mare e come lui si lasciasse sempre docilmente ricondurre a casa; l’Autorità ascoltò le preoccupazioni di quelle due brave persone e collocò il fanciullo in una Casa di correzione.
Un giorno Josè Maria  fuggì dal collegio e s’incamminò lungo la spiaggia. La sera lo sorprese affamato e stanco in una piazzetta antistante il mare.
Si raggomitolò in un cantuccio e cadde in un sonno profondo.
Quando riaprì gli occhi vide che era notte e sentì che faceva freddo. Nella piazzetta in cui si era adagiato, squittivano le voci dei lampioni-spie. “Questo fanciullo – dicevano- non vuol fare i compiti, non  rispetta la mamma e il papà e non imparerà mai a comportarsi! Ma dove crede di rifugiarsi? Non ci sarà una notte in grado di nasconderlo, perché noi lampioni faremo sempre la vigilanza e diremo dove sta. Così non potrà sfuggire alle giuste conseguenze delle sue ribellioni, mentre la nostra luce gli entrerà negli occhi e nel cuore, lo scaverà nelle  intenzioni.” “Siii, siii,!!” dicevano in coro i lampioni, fermi nel loro posto di guardia.
“State zitte, animucce vigliacche!”gridò una voce grave e potente.
I lampioni per un attimo sobbalzarono, la loro luce tremolò; poi, giacquero in un silenzio inanimato.
“Vili animucce che non sanno camminare, inchiodate per sempre nello stesso posticino ad illuminare la propria grettezza, che non hanno mai dubbi perché conoscono solo quei pochi metri che vedono, e, nel fulgore del giorno, tacciono addormentate, per timore di volgere lo sguardo qualche palmo più in là! Che cosa ne sapete voi delle navi, amiche delle tempeste, dei fulmini, dei cieli imbizzarriti?”
Josè Maria alzò la testa, e vide un vecchio, imponente Faro, che con il suo raggio scrutava le profondità della notte; le sue mani ardite s’inoltravano nella tenebra di cobalto.
E il mare spalancava i suoi misteri, narrava le poesie che fioriscono nella notte, quando il silenzio diviene specchio di dolci segreti.
“Questo ragazzo,”- disse il Faro con la sua voce da gigante- “naviga nelle tempeste perché ama i misteri della Luce; per questo rischia il naufragio e procede anche quando il suo cuore di fanciullo piange! Ho ascoltato la paura e il dolore delle navi solitarie sbattute dalle onde, la loro ardimentosa felicità e ho steso il mio cuore luminoso verso di loro per confortarle, per ricordare loro che Dio le ama infinitamente.”
Ormai i lampioni erano ammutoliti e l’occhio del  Faro scintillava come se sorridesse, immerso nel sussurro del mare e nelle nebbie senza fine.
“Tu che navighi per la tua strada, fanciullo, ricorda:  non è la tempesta la tua vera minaccia, perchè è sorella del tuo cuore traboccante, è la tua felicità stellare che tracima nel pericolo e nella passione, è il ritorno dei tuoi canti divenuti movimento e inesorabile grido di vita. Tutto ciò che si ferma nella stagnante paura e rinchiude i suoi piedi in una bara di certezze, non ti perdonerà mai di esistere.
Splendida anima, figlia e madre della tempesta, in un giorno misterioso un Fuoco Celeste cadde sulle acque del mare che s’incendiarono e ribollirono: nelle scintille acquee, odorose di vapori elettrici, gorgogliò il movimento irrequieto della Vita.
 Allora quel primo impulso benedì  se stesso e tutto il futuro a venire, dove la Quiete Suprema non era altro che l’Eterno Movimento della Sorridente Armonia.
Da quel momento tutto vibra in una sinfonia diffusa in una miriade di rivoli luminosi e uno di questi gorgheggia nel tuo cuore.  
Ho imparato ad ascoltare questi canti nel corso delle lunghe notti, trattenendo il respiro quando vedevo navi minacciate dagli scogli e dai venti, gorghi famelici aprirsi d’improvviso, onde alte come montagne. E allora soltanto il mio piccolo lume  poteva confortare quei naviganti che stavano per perdersi nelle profondità della loro anima, dove il solo pensiero delle discese negli azzurri abissi toglie il respiro e, soprattutto, la Speranza.”
Il volto luminoso del Faro sorrideva nella notte turchina; i venti carezzarono il capo di Josè Maria, che chiese al suo nuovo amico: “Dove andrò? Io sono più solo di una nave nella tempesta, non ho neppure un Faro che mi mostri la strada!”
Il vento portò il sospiro assorto di un’onda; lo sguardo del Faro brillò più intenso, illuminò una piccola barca che scivolava lungo un sentiero lunare.
“Anche quella barca, rispose il Faro, era dispersa nella notte dell’anima e si sentiva sola, sinchè imparò ad ascoltare la Luna; quando non c’era neppure la Luna, ascoltava il bisbiglìo di una stella o il mio grido lontano. Sarai tu stesso a perdere la visione della Luce se farai naufragio nella tua paura e nella tua rabbia.
In questo tenero silenzio, anche una scintilla stellare riecheggia infinita e ti prende per mano. Quando, contemplando la Bellezza che fu donata al mondo, lascerai svanire l’eco del dolore, anche un filo di luce sarà per te una guida e tu, leggero come un soffio di etere, farai spontaneamente vela verso l’Alba. Persino negli animi di chi crede di sapere tutto e condanna ogni futuro sussurra un Chiarore, anche se non sanno di averlo.
Allora, il tuo cuore diverrà limpido e trasparente come il cristallo, finchè, quando non cercherai più nulla, ti accorgerai di esserti seduto nel tuo Splendore e diverrai tu stesso un Faro! Finalmente, superati attaccamento e odio, rifulgerai per tutti! Vedi, senza neppure volerlo, ti ho narrato la mia storia!”
Josè Maria voleva restare ancora col suo amico, mentre cominciava ad albeggiare. Nel primo respiro solare, il soffio di una risposta : “Cosa ti importa, ora, del tuo Faro? Noi non ci siamo mai persi! Vai, mio piccolo amico, nel Chiarore della tua Alba, vai oltre il tuo dolore, guarda i colori che si accendono lungo i tuoi passi, ascolta il ritmo del tuo cuore. E ricorda, come un fiume che segue un corso tra due rive, sii fedele alle rive che tu stesso scavi di istante in istante; segui il ritmo che guida il canto della tua anima, non lasciare che la pigra stanchezza o tristezza ti dissolvano in una palude senza forma. I rigidi conoscono solo una forma, i folli non conoscono nessuna forma. Gli artisti, invece, danzano sulla mutevole onda delle forme, fedeli all’armonia dell’istante, in ascolto dei doni che piovono nella nuova stagione.”
Il Faro tacque nell’abbraccio del mattino e Josè Maria vide accendersi sul  mare un sentiero fiammeggiante; la riva mormorava con la voce del vento, e fra i nascenti colori del giorno scorse la figura del vecchio gendarme che si avvicinava.
I suoi occhi scintillavano di una luce ridente “per fortuna sei vivo, ragazzo!” gli disse. “Stavolta giuro che non ti picchierà nessuno! Il professore di italiano ha letto il tuo ultimo tema e ha capito, sai? Ma tu abbi coraggio e non fare più sciocchezze!”.
Giunti all’auto, il poliziotto restò un attimo in silenzio, poi, dopo una breve esitazione, gli porse una vecchia chitarra. “Penso che le canzoni del tuo poeta dovresti cantarle – disse-. Quando vuoi imparare a suonarla, chiamami!“ Josè Maria guardò stupito quell’uomo dall’aspetto imponente e dai modi sbrigativi, che soggiunse  “..ricorda, sii fedele alle tue rive, ama, e non ti meravigliare mai di nulla!”   
 

       6° PREMIO (ex aequo)

Cicero Giovanni di Sommacampagna (Verona)

     48113

Stavolta ci siamo. Sento i loro passi, giù in cortile. Puntuali, come devono esserlo gli schiavi che vivono in una caserma.
Quando poco fa il buio della notte ha cominciato a cedere il posto al primo impercettibile chiarore, ho realizzato che la fine è vicina e che il tempo che mi rimane è davvero poco, ora.
Ho sempre pensato che la mia ultima notte, se avessi avuto la certezza che fosse stata l’ultima, sarebbe stata più lunga, e invece è incredibile come il tempo scorra veloce quando la mente è occupata a pensare e a ripassare tutta una vita, e tutta in una notte.
E’ stato anche per questo motivo, per non perdere tempo prezioso, che ieri sera ho rifiutato la visita del sacerdote, quell’ipocrita baciapile che viene a dire un mucchio di ovvietà proprio nel momento in cui uno di tutto ha bisogno, meno che di sentire ovvietà. E poi, cosa è venuto a fare? In nome di che cosa? In nome forse di quella stessa Chiesa che fa finta di non accorgersi di niente e i cui vescovi compaiono sorridenti in televisione a fianco dei generali di questo regime? Gliel’ho anche detto, al sacerdote che si è presentato da me, e gli ho risposto che avrei avuto tutto il tempo, stanotte, per parlare con Dio, senza intermediari di una Chiesa che tutto rappresenta, su questa Terra, tranne quello che Cristo andava predicando duemila anni fa.
Ma non ho parlato con Dio, stanotte. Non si è fatto vedere, nemmeno nei miei pensieri, anche se l’ho cercato. Forse lo incontrerò dopo, quando tutto sarà finito, se rimane qualcosa di noi, dopo la morte.
Dicono che rimanga…l’anima.
L’anima! Quante volte mi sono chiesto, stanotte, prima che cominciassi a scrivere queste mie ultime righe, cos’è l’anima. E cos’è, mi sono detto, se non il pensiero che sopravvive al corpo? Che sia questo l’ultimo nostro cambiamento di stato, l’unico vero, forse, di questa nostra vita?
E sì che noi pensiamo, durante la nostra misera esistenza, che la vita è piena di cambiamenti e  magari lo crediamo soprattutto quando incontriamo un’altra persona. Illusi!
Soltanto ora, che sono qui davanti a me stesso, ed alla morte, mi rendo conto che durante tutta la nostra esistenza siamo sempre soli e siamo sempre uguali a noi stessi. Poi moriamo, ancora più soli e solamente allora, forse, diventeremo qualcos’altro, ma fino alla fine non ci è dato sapere se sarà così, né mai nessuno è tornato per dircelo. Il che mi insospettisce.
Dovevo arrivare in punto di morte per fare questi ragionamenti? E poi, sono ragionamenti che valgono qualcosa, alla fin fine? E se anche li avessi fatti prima, cosa sarebbe cambiato, nella mia vita? Non avrei forse fatto lo stesso quello che ho fatto, ovvero combattere per il cambiamento di questo Paese, per la sua libertà dall’oppressione di una giunta militare, che ha preso il potere con l’unico modo in cui può farlo, vale a dire con la forza? Vero è, che avrei potuto fare come ha fatto la maggioranza delle persone, che ha contrabbandato la scomodità e il pericolo di una vita alla macchia, ma lottando per la propria dignità, con la comodità di una vita tranquilla, anche se senza libertà. Ma siamo in pochi a pensare che lottare per la libertà sia una questione di dignità, e la fine che ci tocca, in ultimo, è sempre la stessa ed è quella che attende me.
Però, ho proprio paura di quel momento, di quell’ultimo istante, quando sentirò, anche solo per una frazione di secondo, la trafittura delle pallottole e mi sentirò bruciare il corpo. Chissà, poi, se è vero che sarà solo per una frazione di secondo. E quando il corpo è tormentato da un dolore insopportabile, forse anche una frazione di secondo, per chi lo subisce, può sembrare un’eternità.
Ma eccoli, stanno arrivando. Sento i loro passi che si avvicinano, lenti, nel corridoio. Oddio, quante cose mi girano ancora per la testa che vorrei scrivere su questi fogli, prima di andarmene! Ma perché non ci ho pensato prima, invece di passare tre giorni e tre notti a lambiccarmi inutilmente il cervello su quello che avrei potuto dire, o fare, per evitare quello che mi sta accadendo?
Eccoli, sono entrati, sono in due…è la fine…
Sono ancora qui, e sono ancora vivo. Sono entrati in due, un ufficiale e un subalterno. Il  primo, sprezzante, non mi ha nemmeno guardato in faccia, mentre il secondo aveva uno sguardo spento ed inespressivo, chiaramente lobotomizzato da una vita passata ad eseguire ordini che non capisce, e se li capisce, peggio per lui. Si sono solo accertati della mia identità, perché così prevedono le regole.
Sei tu il numero 48113?”- Qui dentro naturalmente ti danno tutti del tu, anche se sei stato il loro professore di lettere.
”.
Vuoi il sacerdote?”. Di nuovo.
No”.
Sono state le uniche parole che ho detto.
Ero ridotto a un numero, ma questo lo sapevo già, perché è così che credono di annullarti la personalità. Quanto al resto, le tracce di quella che è la tua presenza in questo posto di morte e quant’altro potrebbe far risalire a te, vengono fatte sparire per sempre, cancellate dalla faccia della terra, perché non si può mai sapere come andranno a finire le cose da qui a qualche anno e magari tornerà il cancro della democrazia e qualche giornalista o, peggio, qualche magistrato, una mattina si sveglia e vuole indagare su che fine abbia fatto, durante gli anni della dittatura, un certo professore di lettere.
Prima di uscire, l’ufficiale ha preso questi fogli su cui sto scrivendo con questa minuscola matita e ha preso a leggerli. Temevo che li strappasse, invece me li ha restituiti con un sorrisino di compassione, ma sempre senza guardarmi in faccia. Ho un’altra mezz’ora, ha detto il subalterno prima che uscissero, poi tocca a me. Ma ora ho davvero paura, paura fisica, sento che le gambe non mi reggono e mi sento la testa come quando si sta per svenire, anzi forse sto svenendo. Mi sono sdraiato per terra ed è così che sto scrivendo, ora, supino. Dunque, è questa la paura della morte, quando sei faccia a faccia con lei e hai tempo per pensare e sei lì ad attenderla secondo dopo secondo, e già ti sembra che la vita stilli via goccia a goccia, ogni secondo una goccia di vita che scorre via e che non va sprecata, perché una volta trascorsa, non tornerà mai più. Mai più…
E’ proprio questa la sensazione che ho, che la vita già mi stia sfuggendo dalle mani. Le mani… A proposito… ho le mani congelate, fredde, così gelide che quasi non riesco più a muoverle! E anzi, sto proprio tremando tutto, dalla testa ai piedi, e anche scrivere mi riesce penoso con tutto questo tremore. Non devo fare una bella figura steso a terra, tremante e, se qualcuno mi tocca, freddo cadaverico. Ma quando si è nella mia situazione, davvero avviene un cambiamento totale di se stessi e si ha un altro concetto di tutto, della vita della morte e della propria dignità. Davvero non mi interessa niente, ora, se mi vedono così ridotto, così piangente, così implorante, così umiliato fisicamente. Mi sento anche bagnato tra le gambe, ma non capisco se è sudore o se me la sono fatta addosso: ma chi se ne frega, ora? Cosa può succedermi di peggio, di quello che mi sta già per accadere? E se penso a quando ero ancora in vita –ho scritto proprio così?- e cercavo di immaginare come mi sarei comportato se avessi dovuto affrontare un plotone d’esecuzione, nella mia testa e nei miei pensieri mi vedevo lì, eroico, ad attendere a piè fermo, fiero ed eretto, le pallottole che avrebbero attraversato il mio corpo, guardando negli occhi i poveri cristi che uccidevano come automi, costretti ad ubbidire ad un ordine così aberrante. Che illusi e infantili siamo, quando siamo nel pieno della vita, nel pieno delle forze, con le gambe ben salde per terra e il futuro ci sembra un tempo infinito che quasi non esiste! La stessa morte, anche quando ci tocca da vicino, un amico, un parente, gli stessi genitori, sembra quasi che non debba mai sfiorarci, sembra sempre che debba riguardare gli altri… almeno, per me è stato sempre così. Perfino quando tre giorni fa, al termine di quel processo sommario, davanti a tre vecchi ufficiali golpisti, mi è stato comunicato che ero stato condannato a morte, la cosa non mi ha colpito più di tanto, anche perché già me l’aspettavo, sin dal momento in cui ero stato catturato ed interrogato e, comunque, il pensiero di essere stato, proprio io, condannato a morire, ma solo dopo tre giorni, mi ha fatto apparire questo lasso di tempo come bastevole e sufficiente per vivere, quasi, un’altra vita. Lì per lì, tre giorni ancora da vivere mi sono sembrati un’eternità, e mi ero detto che avevo ancora un sacco di cose da dire, e da fare, anche nel chiuso d’una cella. Invece, come sempre, il tempo vola e maledico me stesso e la mia superficialità per non essermi reso conto, finchè sono stato libero, che insieme al tempo che passa, scorre via anche la vita.
Ah, quante altre cose avrei potuto fare e non ho fatto!
Ma perché quando viviamo, siamo così inconsapevoli?
Ma adesso non mi sento bene, sono confuso, ho appena vomitato il nulla che ho nello stomaco, rischiando di imbrattare questi foglietti. Forse la paura fottuta che ho, mi sta facendo impazzire e mi sta facendo fare questi discorsi.
Ho perso anche la cognizione del tempo e non so se la mezz’ora è passata. Queste ultime righe le ho scritte riprendendo in mano la matita e rialzando la testa, ma non so se sono svenuto o se mi sono addormentato. Sono anche due giorni di fila che non dormo, sempre per non sprecare il poco tempo che resta. Mi pento già di non averlo fatto: mi sto rendendo conto che la vita è tutto un susseguirsi di azioni sbagliate, che ogni cosa che si fa, ogni decisione che si prende e poi si attua, una volta fatta, ha nel suo contrario, col senno di poi, la risposta giusta…  
Oddio, rieccoli, sento che hanno aperto la porta del corridoio e vengono verso la mia cella. Guardo fuori per un attimo. Piove! Non me n’ero accorto. Mi sono messo a sedere. Sono entrati i soliti due, ma sento che ce ne sono altri che aspettano fuori. Ho chiesto solo qualche secondo per chiudere dignitosamente questi fogli, come volevo facessero sempre i miei studenti con le loro composizioni e ho chiesto che potessero essere fatti recapitare a mia madre. L’ufficiale mi ha risposto di sì, guardandomi schifato. Speriamo sia di parola.
Dunque, la vita è stata.
E chissà cosa sarà, dopo…
Visto come è finita, spero niente, per il bene dell’umanità.

   6° PREMIO (ex aequo)

Romeo Carmela Rita di Roccalumera (Messina)

                                                                  L'albero dei desideri
A Lari,   una  località  circondata dalla  superba  campagna  Fiorentina,  appena fuori  Livorno, vive il giovane Oliviero.
Oliviero è un ragazzo dai modi umili e gentili, ma al tempo stesso carismatici; estremamente  intelligente  rispetto  ai  suoi  coetanei.  Il suo aspetto  esteriore  ben si accompagna a queste sue caratteristiche.
I capelli lisci e castani,  brillano di sfumature  solari;  gli occhi color nocciola,  grandi e leggermente orientali,  nella loro limpidezza,  lasciano  immaginare  tutto quello che
la vita nella sua interezza può riservare.
Il suo  carattere  solare e  quella  saggezza  non  comune  ai  ragazzi  della  sua età  gli  gli concedono la libertà di conversare con chiunque e di qualsiasi argomento.
All’età di diciassette anni,  Oliviero  aveva  deciso di  prendersi  la responsabilità della propria  vita per gustarla  intensamente,  nel rispetto di se stesso e degli altri,  fuori  da certi canoni sociali.  Fu così che  allontanatosi  dalla famiglia d’origine  decise  che da quel momento,  il Mondo  sarebbe  stata la sua casa.  Dopo aver  lasciato la Sicilia, nel corso di  pochi  anni,  spostandosi  continuamente  da un  posto all’altro era  riuscito a raggiungere l’altro capo del Mondo arricchendosi delle più svariate esperienze.
“Io posso ritenermi soddisfatto della  mia vita.  Ho visto tutto quello che  d’importante c’è da vedere,” disse,  un giorno parlando con la sorella  maggiore,  quando,  dopo soli cinque anni d’assenza tornò a casa dalla propria famiglia. Il suo percorso di viaggiatore  solitario  durò  ancora,  circa diciotto anni,  durante  i quali  si concesse il privilegio di toccare ogni Continente.
Un giorno, durante un viaggio in Toscana ebbe  occasione di alloggiare  in una gioiosa casetta, circondata da un Giardino, sempre fiorito. Rimase talmente colpito dalla bellezza  quel  posto  da  sentirsi  quasi  invitato a rimanere,  tanto che quella casa è diventata da un po’ di tempo la sua dimora fissa.  Oliviero ha accettato un lavoro come guardiano di un piccolo Parco, dove, l’attrazione principale  è un laghetto con dodici  Cigni e proprio della  manutenzione del laghetto e della salute dei dodici Cigni che Oliviero si occupa.
Nel  Giardino  che  circonda  l’allegra  casetta  del  guardiano dei  Cigni,  un maestoso Albero di  Arance ne completa  l’armonia e dato che  durante  tutto il corso  dell’anno, lo splendido  Aranceto rimane sempre fiorito non perde  occasione  di socializzare con gruppi di bambini provenienti da ogni angolo d’Italia. Sì, perché è un continuo via vai di gente che viene a visitarlo.
Da molti anni, ormai, si è sparsa la voce che  l’Albero  d’Oliviero abbia un non so che  di magico e  per questo motivo  viene  ancora  oggi  chiamato “l’Albero dei Desideri.”
A chi gli chiede come  mai sia  sempre così pieno di  fiori e  frutti,  Oliviero  risponde:
-   D’allegri pensieri, si nutre l’Albero dei Desideri.
-   I rami gentili dai mille bagliori, sono vestiti di ciuffi di fiori.
-   Hanno i colori dell’Arcobaleno, ognun di quei fiori porta, sempre, il sereno.
-   Scuotendo i rami, assai lunghi e leggeri, ogni fiore caduto realizza sempre i
    tuoi Desideri.
-   Un giorno fu l’Albero a desiderare che per mancanza d’Amore, qualcun non
    lo facesse seccare.
-   Ed ecco, all’improvviso, lievemente cominciò a sussurrare e chi guardava lo sentì
    anche parlare.
Una Domenica accadde qualcosa di molto singolare.  Un gruppo di  Boyscout  si trovò a visitare il Giardino d’Oliviero ed il magico Albero dei Desideri. Margherita, Sandrina, Celeste, Mari, Pietro, Davide e infine, Giovanni, vissero un’esperienza davvero indimenticabile.  Quella mattina,  il Sole ormai,  alto nel Cielo  giocando a far le capriole,  invitava ogni cosa al risveglio. Persino l’Albero dei Desideri,  svegliandosi nel Giardino fiorito, tese le braccia  verso l’alto in segno di  ringraziamento.  La Luce  solare,  penetrando tra le foglie dei rami, arrivava fino alle sue radici emanando bagliori colorati che richiamavano  alla  mente  i  sette  colori  dell’Arcobaleno,  tanti  quanti  erano  quella mattina,  i bambini venuti a visitarlo.  Qualcuno  aveva  loro  raccontato che  confidando  all’Albero i  propri  segreti,  questi lo avrebbe ricompensato  realizzando almeno uno dei suoi  Desideri.  Così,  basandosi sulla storia che conoscevano decisero di organizzare il gioco dell’Arcobaleno.
Margherita, la maggiore tra le bambine rivolgendosi ai suoi compagni, disse:
“Amici,  ognuno di noi scelga  il colore  che  vuole  essere;  uniamo,  quindi,  le nostre
mani e formiamo un Arcobaleno intorno all’Albero.”
Il saggio  Oliviero, in disparte  osservava  silenzioso,  il loro gioco,  come  se fosse già
informato d tutti i passaggi.
-   Io sono Margherita e di violetto sono vestita.
-   Io sono Sandrina ed è blu la mia catenina.
    Io sono Celeste e porto il nome del colore che mi riveste.
-   Mari io mi chiamo ed è il verde che io amo.
-   Pietro è il mio nome ed il giallo è anche il mio cognome.
-   Davide è il nome che porto con coraggio e alle Arance ne faccio omaggio.
-   Il mio, invece è Giovanni e l’energia del rosso mi nutre senza danni.
Così, a turno i sette bambini, cantilenando a mo di filastrocca presentarono  all’Albero il  loro  gioco.  Cominciarono  a scandire  i  loro  nomi  accompagnandoli  ai  rispettivi colori,  mentre questi era rimasto in silenzioso  ascolto,  senza  manifestare nulla di ciò che i bambini si aspettavano.  Non riuscendo ad udire  la sua voce,   decisero che forse era  maglio  cambiare  il loro gioco.  Ad  un  certo  punto come per  incanto,  qualcuno parlò loro:
“Cari Amici, non è lodevole abbandonare un gioco prima ancora d’averlo cominciato.” I bambini,  sbalorditi,  ma altrettanto pronti a capire  da dove  provenisse quella voce,  risposero  con  un  largo  sorriso,  gridando,  tutti  insieme  “Finalmente!! Finalmente! ci  ha  risposto” e nel  farlo  abbracciarono  l’Albero  generosamente. La giovane pianta, a turno chiamò a se i sette bambini ponendo a ciascuno la domanda che si aspettava. La  prima   ad  essere  convocata  fu  Margherita  che  sin  dal  primo  momento  aveva stabilito col generoso Aranceto un contatto immediato.
“Avvicinati Margherita!  Abbracciami forte!  Appoggia il tuo viso sulla mia  corteccia, alza gli  occhi  verso i  miei  rami  e  dipingi  su  uno di  essi  il colore dei  tuoi segreti. Ascoltate  queste  parole,  Margherita  seguì  silenziosamente  la voce  che la  guidava. Allontanatasi,  infatti,  d’alcuni   passi  dagli  altri  bambini,  in  punta  di  piedi,  quasi danzando, si avvicinò delicatamente  all’albero e  l’abbracciò;  volgendo, poi, gli occhi verso l’alto, immaginò di colorare uno dei suoi rami col colore che aveva scelto. All’improvviso,  mentre  il  Sole  irradiava  di  Luce  le  Arance,  da uno  di quei  rami, una leggera  pioggia di colore  violetto si  depositò  sulle spalle di  Margherita.  In quel momento, lo stupore fece da padrone. Fu poi, la volta di Sandrina. Lei, portava al collo una   farfalla,  sostenuta  da  una  catenina  di  colore  blu.  Sorridendo  e    saltellando, Sandrina senza  indugiare corse ad abbracciare  l’Albero.  Il loro,  somigliava  tanto ad un incontro tra amici di vecchia data. Una voce  le  sussurrò in un orecchio “Ciao Sandrina”,  la tua catenina ha il colore del Cielo notturno.  Sensibile  com’era,  lei, ai complimenti,  l’abbracciò più  forte ed ecco che da un altro dei  suoi  rami,  simile ad  un  volo di  farfalle,  un ciuffo di fiori  blu si staccò per depositarsi sui capelli di Sandrina, nelle sue mani aperte per accoglierli e ai  suoi  piedi. Con  l’espressione  sognante  di  chi  ha  appena  vissuto  una  fiaba,  la  piccola  tornò dagli altri  bambini,  soddisfatta  del suo  incontro.  Senza  pensarci  due  volte,  Celeste e Mari,  si  afferrarono  per  mano e  si  precipitarono  insieme  incontro all’Albero che già  le  aspettava.  Il loro  abbraccio  era  talmente  grande  da  riuscire a formare un girotondo intorno al suo tronco.
“Tu,  Celeste con il tuo colore rivesti il Cielo, e tu Mari lo completi formando un  prato verde.” Mie care  Amiche unendo le vostre mani,  si uniscono  anche i colori dei vostri  cuori,  quello del  Cielo  e del  Prato.  Sentendosi parte di una  creazione  così  grande,  manifestarono  all’Albero la loro stima  facendo un ultimo  giro intorno a Lui.  Da due dei suoi rami,  un’improvvisa  nevicata di colori  celeste-verde si depositò  intorno alle bambine  che  ancora  si  tenevano  per  mano.  Se non fosse  stato per  gli  altri  che le  chiamavano  a  gran  voce,  Celeste  e  Mari  sarebbero  rimaste  avvinghiate al  tronco
dell’Albero come con il loro stesso Padre. Pietro,  Davide e Giovanni  impazienti di fare la loro parte si guardarono  negli occhi e corsero velocemente verso l’Albero. I tre si aggrapparono ad esso,  chiusero gli occhi e  aspettarono  di  sentirlo  parlare,  ma  non fu così,  perché  il  loro contatto  avvenne in maniera  diversa.  Mentre  tutto  intorno  era  silenzio,  i  bambini   energicamente avvinghiati   al  tronco  sentirono  i  loro  cuori  battere  all’unisono  e  un  gran  calore attraversare  i  loro  corpi,  come se  il  giallo,  l’arancione  ed  il  rosso  mischiandosi magistralmente  avessero  la  stessa  energia  del  Sole.  “Spettacolo!! Meraviglioso!” gridarono  le  bambine.  Magicamente  si  videro  dei  ciuffi  di fiori  di  colore  giallo, arancio e rosso staccarsi lentamente dai rami e combinandosi  artisticamente nella loro Caduta  creare  delle  sfumature  di  colore   da  sogno.   A  questo   punto  Margherita, Sandrina, Celeste, Mari, Pietro, Davide e Giovanni formarono un semicerchio di colori intorno  all’Albero e  sintonizzando i loro  pensieri,  senza neanche  rendersene  conto,  Intonarono  un melodioso  canto che  seguendo  i Raggi  di  Luce che  attraversavano i    Rami,  dalla Terra  saliva fino al Cielo.  Sembrava  di  assistere al passaggio da un atto Creativo  all’altro.  Mentre  i  sette  note  si  combinavano  con  i  sette  colori  dell’Arcobaleno,  scelti  dai  bambini,  queste  parole  ne  accompagnavano  il  motivo:     
-   Questo noi ti chiediamo, di seguirci dove andiamo.
-   Il rispetto per Madre Natura è una boccata d’aria pura.
-   L’incontrarti in questo posto ha rivelato ogni nostro Desiderio nascosto.
-   L’Amore che ci concedi rinnova sempre quello in cui credi.
-   Ogni raggio di Sole che attraversa i tuoi rami, dona abbondanza a piene mani.
-   Lo spazio a te concesso nel Giardino d’Oliviero è un appezzamento assai veritiero.              
-   Di giorno di notte e in ogni momento accoglie i bambini, curiosi e in fermento.
-   Hai voluto conosce i nostri segreti per scoprire in noi sette comuni Desideri.
-   Margherita vuole nel Mondo salvare, almeno, una vita.
-   Sandrina, in ogni famiglia vorrebbe veder sbocciare l’Amore, ogni mattina.
-   Secondo Celeste dovremmo tutti avere l’umore del colore che la riveste.
-   Mari che del verde fa il suo vanto, nel cuore di ognuno vorrebbe sempre viva la Speranza come un Canto.
-   Per Pietro sarebbe cosa salutare, in ogni situazione non tirarsi mai indietro, ma piuttosto avanzare.
-   Davide a cui sempre una Stella sorride vorrebbe cancellare dal Mondo tutto ciò
    che divide.
-   Giovanni vorrebbe, invece, liberar il mondo dai suoi mille affanni.
In un modo o nell’altro, i bambini e i colori dell’Arcobaleno erano diventati  per gioco i  protagonisti di una  storia,  il cui  palcoscenico  era  stato il Giardino  d’Oliviero e  il  personaggio  principale   l’eterno  “Albero dei Desideri.”  Oliviero  che  fino  a  quel  momento  aveva  taciuto,  finalmente,  prese la parola  e  fattosi  avanti  cominciò  a distribuire loro delle piccole Perle di saggezza. Si sedette,  infatti, ai piedi  dell’Albero riunendo  intorno a sé i  bambini e memore di  esperienze,  ormai,  lontane nel  tempo,  Proseguì dicendo: “Quando  avevo  ancora  la vostra età  vivevo  in  un  paese  che  si affaccia  sul mare. Mi bastava  attraversare il giardino della  mia casa  per  ritrovarmi  direttamente su un      lungo fazzoletto di spiaggia, allora incontaminata. L’acqua cristallina del mare col suo costante scrosciare,  durante l’estate,  ogni  giorno mi  chiamava  a sé  con fare  quasi  materno  e  protettivo.  Nell’attraversare  il  vialetto  che  mi  conduceva  al  mare,  mi ritrovavo  ad  essere  scortato  da  poderosi  alberi  di  limoni  che  silenziosamente sussurravano al mio orecchio:
-   Mio piccolo  Oliviero,  corri al mare  seguendo  il sentiero,  tornando a casa dopo il Mare non devi mai dimenticare,  di rivolgere,  sopra i nostri rami,  l’ultimo saluto al Sole che oltre il manto collinare si prepara a tramontare.
-   Prima di uscire domani mattina, saluta il Sole dopo la brina. Comincia a raccoglierne il calore che durante il giorno ti scalda il cuore. Con la su lucei nostri rami sono il tesoro di domani.
-   Quando nei giorni di pioggia non riesce a spuntare, al suo posto, qualcuno deve sempre brillare, per questo col ritorno del sereno arriva sempre un grande Arcobaleno. Assai leggero come un velo, unisce la Terra con il Cielo.
-    L’armonia di suoi colori somiglia a quella di tanti fiori; raduna sempre adulti e Bambini colmando d’Amore i loro curicini.  Protegge il Mondo sotto la sua calotta e rasserena  gli animi che non  trovano la rotta. Nello stupore di chi lo ammira svanisce leggero prndendo la mira.    Ogni giorno tornando dal mare,  l’idea  di riattraversare il vialetto dl giardino di casa, accolto dai  sussurri degli alberi di Limoni, dava alla mia vita un significato particolare.  Riuscivo a vedere  l’interno del loro articolarsi  verso l’alto,  fino a Raggiungere  i  loro rami  e decorarli  per finire con i  mediterranei  limoni,  simili per  Colore, al Sole alto di Mezzogiorno. Oliviero da bambino intelligente, attnto a tutto ciò che lo circondava e predisposto ad un particolare modo di sentire aveva scoperto di percepire la vita in tutte le cose. Quando Oliviero finì di raccontare,  senza bisogno di chiedere nulla ai bambini, disse:
“Adesso, tutti  insieme,  riuniti  sotto  questo  nobile  Aranceto  avete  la  possibiltà di realizzare i vostri Desideri.”
I piccoli Scout,  dopo avere  ascoltato  attentamente,  le parole di  Oliviero,  si  resero  conto di avere già  realizzato i Desideri di cui parlava  l’Albero,  nel  momento in cui erano riusciti a sentire la sua voce sussurrare ai loro cuori.                                

   7° PREMIO

Barberi Iago di Medolla (Modena)

     I favolosi sixpence

Delle tradizioni musicali del Paese si faceva fatica a trovare qualche traccia significativa.
Per dirla.
La banda sembra si fosse sciolta agli inizi del ‘900.
Nei decenni successivi, le cronache paesane non facevano menzione di talenti musicali.
Bisognava arrivare alla fine degli anni ‘50.
Un chitarrista.
Bravo.
Oltre a suonare professionalmente in un gruppo che girava un po’ tutte le balere della zona, curava l’accompagnamento musicale a una serie di spettacoli pseudo-teatrali tenuti di tanto in tanto al Teatro Facchini come momento di aggregazione paesana.
A volere esagerare, si potevano annoverare ancora un paio di organisti allasperainDio preposti ad accompagnare le Messe di Natale e Pasqua, e a cavare dalle canne dell’organo malandato della chiesa dei rantoli che, coppie di sposi nel pieno del fervore estatico del momento, riuscivano a riconoscere come l’ “Ave Maria” di Schubert.
Nient’altro.
Ma i tempi stavano cambiando.
I mitici sixties stavano arrivando con il loro vento di fronda innovatore.
 
Si era ormai alla fine del decennio.
A Chico venne regalata una chitarra come premio della ottenuta  promozione.
Una Eko acustica, di non particolare pregio.
Ma rappresentò un scintilla nel Paese.
Diversi giovani coetanei decisero di seguirne le tracce.
In poco tempo fu chiaro che il verbo di Segovia aveva trovato dei discepoli.
…e che discepoli.
Tutti rigorosamente autodidatti, seguaci del metodo ‘a orecchio’, questi aspiranti chitarristi iniziarono a penetrare gli arcani segreti degli accordi musicali.
Passarono alcuni mesi.
Impiegati, più che altro, a fare i ‘calli’ alle dita, per evitare di dovere interrompere le prove per il dolore che le corde procurano sui polpastrelli.
Ma il fato incombeva.
A quattro, fra quelli che si erano maggiormente frequentati nella fase di apprendistato, venne l’idea di dare vita a d un complesso musicale.
Si pose immediatamente un problema di assegnazione dei ruoli: tutti gli interessati si stavano impegnando a suonare la chitarra, ma Crosby, Still, Nash & Young erano ancora lungi dall’essere conosciuti e si imposero delle scelte.
Chico, in quanto precorritore e soprattutto perché era il meno peggio alla chitarra, rimase titolare dello strumento a sei corde.
Jo “Visioni” (da una canzone dei New Trolls di cui era fanatico), a condizione di potere avere uno strumento simile a quello di Paul Mc Carteney, si dichiarò disponibile a provare il basso.
Andrea “Mano di ghisa” (logicamente riferito all’agilità e peggiorativo del non già complimentoso “Mano di pietra” affibbiato all’allora mitico organista delle Orme , Pagliuca) era l’unico che aveva seguito qualche lezione di pianoforte, per cui fu inevitabile il passaggio alla tastiera.
Da ultimo si stabilì che Omar  “Bum Bum”, a cui veniva riconosciuto un  innato senso del ritmo, si sarebbe prodigato alla batteria.
Stabiliti i ruoli, si poneva il problema della strumentazione.
Iniziò un dramma.
Tutti studenti, squattrinati come pochi, mettere insieme un po’ di attrezzatura che sapesse di decoro fu un’impresa.
Ma con inventiva, spirito di abnegazione, risparmi sulle paghette, già di loro particolarmente parche, qualcosa acquistando, qualcos’altro prendendo in affitto, la nuova band fu equipaggiata.
Mentre la situazione si andava evolvendo, i componenti  del gruppo decisero che non era comunque il caso di perdere tempo: si sarebbe suonato assecondando il principio aiutaticheDiotiaiuta .
Al giorno d’oggi parlare di concerti unplugged  è diventato di uso corrente, anche fra i cultori di musica non particolarmente ‘iniziati’.
Ma in quella  serata di inizio Giugno, con un caldo ‘maiale’  opportunamente drammatizzato da uno di quei tassi di umidità al centottantapercento che solo nella  bassa padana è possibile trovare, si verificò un evento musicale rivoluzionario.
La ormai mitica  Eko nelle mani di Chico,  un’altra chitarra, ugualmente scarsa, con le corde molli per ottenere effetti da basso affidata a Jo, una  tastierina ad unottavaemezzo  che Andrea aveva vergognosamente sottratto al cugino di tre anni,  numero quattro fustini Dash segati a varie altezze  per avere suoni  diversi affidati al batterista, partorirono i primi gemiti musicali del gruppo.
E vista la modestia dei mezzi a disposizione, se non era un complesso da quattro soldi, di sicuro lo era da pochi pennies, tanto per darsi un tono internazionale,  e fu individuato il nome: i SIXPENCE.
Le prime prove ufficiali vennero effettuate verso la fine dell’anno scolastico nella taverna del tastierista;  essendo evidente che il livello qualitativo degli strumentisti era assolutamente scarso, i componenti furono d’accordo nel teorizzare che, dove non poteva la qualità del suono, avrebbe sopperito la quantità.
Ai volumi altissimi venne pertanto delegato il messaggio di caos assoluto del gruppo.
Che venne accolto benissimo dal vicinato, le cui vibranti  proteste obbligarono presto il complesso a cercare una nuova sede per le prove.
Individuata in tempi abbastanza solleciti in un isolato casolare di campagna che un prodigo benefattore del Paese mise a disposizione.
Risolto il problema della quiete pubblica, gli unici che si poterono godere i progressi della band nella fase iniziale, furono gli animali domestici alloggiati nel fienile del casolare.
Non mancò neanche il sorgere di leggende paesane che raccontavano di galline che avevano smesso di ovificare  per alcuni mesi e di una covata di conigli venuti al mondo con orecchie  più corte, nel verosimile tentativo di limitare gli effetti del sound del gruppo.
Si andava logicamente definendo il repertorio, impasticciato tra l’italico genere melodico, buono comunque per ogni stagione, e gli aneliti psichedelici dei Vanilla Fudge di ‘Some velvet morning’ , gruppo statunitense approdato ad un noto concorso musicale in quella stagione.
Sul finire di Luglio i componenti della band decisero di interrompere le prove: chi doveva andare al mare, chi ai monti, chi si era iscritto alla raccolta della frutta…..
Jo la fece grossa.
Non si sa se ammaliato dall’ambizione di gloria, o esaltato da un prospettato compenso di bendiecimilalire , aveva accettato  un’esibizione del gruppo in qualità di ospite d’onore ad una festa popolare che si sarebbe tenuta a giorni.
A metà di Agosto il Paese era tappezzato di manifesti in ogni dove.
La festa sarebbe stata organizzata all’Arena Vallechiara , un ex dancing estivo, che a quel tempo veniva per lo più utilizzato per manifestazioni partitiche, ma che in passato aveva beneficiato di una certa notorietà.
Vi avevano calcato il palcoscenico cantanti come Claudio Villa, Celentano, Mina, e, in tempi successivi,  nel periodo dei ‘capelloni’, diversi complesi beat come i Renegades, i Sorrows di “Mi si spezza il cuore”, che in Paese avevano lasciato un ricordo più per l’olezzo decisamente pesante che avevano lasciato  come scia  durante una passeggiata lungo i viali, che per le virtù musicali.
Cribbio! Le tavole del palco, cariche di cotanta gloria, avrebbero assistito all’iniziazione della prima rock band del Paese.
La sera del debutto, l’anfiteatro riservato allo spettacolo era stracolmo: il tam tam pubblicitario aveva funzionato alla grande.
L’emozione dei componenti il gruppo era palpabile.
Chico, che nel suo trascorso artistico vantava solo una presenza nel coro alle scuole elementari, tra l’altro con risultati disastrosi,  soffriva di una sudorazione alle palme modello cascate del Niagara al punto che la tastiera della chitarra gli scivolava letteralmente via dalle mani.
Jo andava in continuazione avanti e indietro dalla toilette.
Andrea si era recato in chiesa ad accendere una candela di un metro, mentre Omar “Bum bum” aveva delle visioni mistiche con protagonista San Teopompo che suonava i timpani nella banda del Paradiso.
Alle ventidueinpunto la band salì sul palco aggredendo la platea col il pezzo dalle intriganti atmosfere psichedeliche ‘You keep me hangin’ on’ (versione dei Vanilla!!)
Purtroppo le canzoni che il gruppo aveva potuto mettere a punto si contavano sulle punte delle dita di una mano.
I componenti si erano premurati di provare una serie di ‘stacchetti’ da inserire come  momento di passaggio fra un pezzo e l’altro in modo da allungare i tempi della performance.
Fatto sta che in poco tempo erano stati bruciati quattro brani e relativi intermezzi e restava una buona mezz’ora di spettacolo da portare avanti.
Un rapido cenno d’intesa e fu inevitabile che il riff di ‘Satisfaction’ dei  mitici Rolling, inizialmente previsto per una durata di un paio di minuti, si dilatasse a dismisura.
Fu un’orgia di rumori, dapprima lineari, poi sempre più sporchi; il suono della chitarra  contaminato, fracassato, da un distorsore fabbricato ad hoc da un tecnico amico, mandava rantoli lancinanti e acidi, forse mai raggiunti neanche dal geniale Jimi Hendrix.
Andrea “Mano di ghisa”, che si era assicurato uno whaw-whaw, imperversava con sonorità che l’ingegnere Moog avrebbe fatto sue nella realizzazione dello strumento che prende da lui il nome.
Qualcuno fra il pubblico cominciava a dare segni di panico.
Arrivò in soccorso l’ultimo pezzo, il classicheggiante ‘Sonata al chiaro di luna’ di beethoveniana memoria che, pur eseguita in una versione para-rock, servì a tranquillizzare le genti.
Il successo presso il pubblico giovanile fu scontato.
Il giudizio delle persone più in età fu riassunto  nel commento del sindaco presente alla festa.
A si brev, ma an gho capii gnint”.    (= Siete bravi, ma non ci ha capito niente)
Ma il ghiaccio era stato rotto.
Dopo poco più di un mese arrivò una nuova proposta: si trattava di suonare in un paese vicino in occasione della Sagra.
Le cose si erano nel frattempo andate evolvendo; il gruppo aveva ripreso le prove e deciso di rendere più nazional-popolare il repertorio, introducendo canzoni di Lucio Battisti, i Pooh, e altri interpreti conosciuti e in voga.
La concessione procurò un successo notevole presso il numeroso pubblico presente, nonostante qualche inghippo verificatosi durante il concerto.
Ad esempio la band si disunì nell’interpretare un pezzo che venne inopinatamente interrotto a metà.
Avendo però quell’anno Celentano fatto qualcosa di simile al Festival di San Remo, il tutto venne considerato parte dello spettacolo e la cosa finì lì.
In autunno i Sixpence parteciparono ad una specie di concorso canoro che si teneva in un paese nei paraggi.
Si trattava di eseguire un brano ripreso dal Festival di San Remo dell’anno in corso, mentre uno era lasciato alla libera  scelta dei partecipanti: la band tirò fuori tutto lo spirito rocchettaro di cui disponeva, torturando il pezzo “Gipsy” degli Huriah Heep.
Fu l’ultima esibizione del gruppo.
In una notte nebbiosa di fine Novembre, di ritorno assieme ad alcuni amici da una serata di festa, Omar “Bum Bum”raddrizzò in auto la curva  di una strada di campagna andandosi a schiantare nel piantone del volante in fondo al fossato.
Fu la fine anche dei Sixpence.
Un finale amaro, tragico.
Neanche troppo dissimile da quello di tanti protagonisti del mondo musicale….….rock e maledetto.

Presidente-Webmaster: prof. Massimiliano Badiali

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