VINCITORI SEZIONE PROSA-NARRATIVA
7° Premio Internazionale di
Arte
Mecenate
ORGANIZZATO
DA

-
-
STAFF
-
PRESENTAZIONE:
dr.
MASSIMILIANO
BADIALI,
dr.ssa ISANIA
FORGIONE, dr.ssa
BARBARA CANTELLI,
dr.
DENNY BONICOLINI,
dr.ssa
CHIARA
DELLA
MARTA
LETTURE:
dr.ssa
BARBARA CANTELLI,
dr.
DENNY BONICOLINI,
dr.
DENNY BONICOLINI,
dr.ssa
ISANIA
FORGIONE
e
dr.ssa
CHIARA
DELLA
MARTA
-
ALLESTIMENTO
ARTISTICO:
prof.ssa LELIA
BURRONI
MUSICA:
dr.
DENNY BONICOLINI
-
FOTOGRAFIE:
SANDRO
RICCI
-
STAMPA:
dr.
MASSIMILIANO
BADIALI
-
VIDEO:
DANIELE LOCCI

-
- Da Sinistra in basso il Vicepresidente prof.ssa Lelia Burroni, il Segretario-Direttore Teatrale dr.ssa Barbara Cantelli, il Direttore Musicale-Cinematografico dr. Denny Bonicolini, il Presidente dr. Massimiliano Badiali, il Direttore Lettterario prof,ssa Isabella Forgione, il Direttore della Formazione Scolastica Chiara della Marta, l'ospite d'onore Mauro Montacchiesi,
- Da Sinistra in alto ilo tesoriere rag. Rolando Badiali, il Presidente ConfArezzo Luciano Bigazzi, il Direttore Turistico dr.ssa Elisabeth Veneziano, l'ospite d'onore Irene Sparagna e Responsabile Roma-Lazio Manuela Pallucca.
|
|
-
  
-
-
Lo
staff
Mecenate
-
-
GIURIA
MEMBRI DI GIURIA D’ONORE:
Luciano Somma e Claudio
Giannotta.
- La
Commissione di Giuria del Premio Mecenate sezione PROSA-NARRATIVA è la
seguente
-
prof. Massimiliano Badiali
(Presidente), prof.ssa Isabella Forgione,
Luciano Bigazzi (Pres.
Confartigianato di Arezzo),
dr.ssa Barbara
Cantelli, Roberto Giuseppini,
prof.ssa Lelia Burroni.
IL GIUDIZIO DELLA GIURIA E’ INSINDACABILE
-
-
-
VINCITORI
-

- I
vincitori del 7° Premio PROSA-NARRATIVA MECENATE-
AREZZO-2009
-
-
1° PREMIO
Brentani Katia di Bologna
Strega
sarai tu
-
MOTIVAZIONE CRITICA:
Il racconto è una
performance stlistica di
ironia, di divertito
sarcasmo. è un gioco di
specchi, in cui si perde
il confine tra reale e
immaginario e dove tutto
diviene una fiction, una
pièce teatrale, una
fantasmagorica giostra
di fantasia.
-
-
Provate voi a dormire poche ore fin dalla tenera età per
ottenere l’effetto “occhiaie profonde” e vi accorgerete di
essere pervase da un sottile filo di nervosismo.
-
Per
non parlare poi dei vestiti, color nero notte, che siamo
costrette ad indossare e rendono la nostra pelle emaciata.
-
Loro, tutte nastri e boccoli, dormono serene in culle ornate
da fronzoli, si svegliano al canto degli usignoli e sgranano
con grazia i loro occhioni blu.
-
“Boccucce di rosa” le chiamiamo, mentre le nostre labbra si
assottigliano fino a diventare lame taglienti.
-
Eppure senza di noi le favole non esisterebbero.
-
Le
trame non reggerebbero.
-
Non
è interessante seguire le vicissitudini di due mocciosi
svenevoli, stucchevoli che passano la vita cantando.
-
Così
entriamo in scena noi.
-
Le
favole sono costellate di streghe di ogni tipo.
-
Biancaneve senza la strega cattiva perderebbe il fascino
della vittima designata.
-
Anche se ho sempre creduto che raggirare Biancaneve fosse
facile come rubare le caramelle a un bambino.
-
Confessate serenamente: avreste mangiato la mela avvelenata?
-
Porto più rispetto ad Hansel e Gretel, in fondo si tratta di
bambini e hanno dimostrato astuzia e coraggio.
-
Credete forse sia semplice recitare il ruolo della strega
cattiva? Richiede preparazione, concentrazione e una giusta
dose di fantasia unita a praticità e doti tecniche.
-
Fate
preparare una pozione magica a una di quelle svampite e
finirà per rompersi un’unghia o inalare gas velenosi.
-
Il
ruolo che interpretano “loro”, quelle finte timide, dalle
gote arrossate, è molto semplice: piangere, fuggire,
svenire, essere salvate.
-
Perché una principessa che si rispetti viene sempre salvata
e sempre, rimarco sempre, sposa il principe azzurro.
-
Per
noi streghe cattive morte, esilio, scherno e ortaggi
lanciati dalla folla.
-
Ma è
il mio ruolo e lo interpreto al meglio.
-
Assaporo la tensione che cresce attorno, mentre preparo la
pozione magica.
-
Vivo
l’angoscia del pubblico quando porgo la mela a Biancaneve o
l’arcolaio a Proserpina.
-
Il
pubblico, nervoso, si agita sulle sedie e un silenzio carico
di cattivi presagi scende nella sala.
-
Ho
catturato la loro attenzione con la mia voce rauca, le
risatine sinistre, le mani protese verso la vittima come
artigli.
-
Qualcuno trattiene il respiro, altri nascondono il volto fra
le mani.
-
E’
l’istante del mio trionfo personale, anche se effimero.
-
Lui
arriverà è certo e salverà la bella.
-
E in
quel momento sarò solo una brutta vecchia da riempire di
ortaggi e risate di scherno.
-
Sospiri di sollievo si libreranno nell’aria e urla di gioia
riempiranno la sala.
-
E io
sarò dimenticata dietro le quinte, mentre il principe e la
principessa verranno richiamati sul palco mille volte.
-
Eppure in cuor mio so che se questo è avvenuto è perché ho
recitato bene la mia parte.
-
Sono
stata sufficientemente cattiva, ho procurato angoscia, paura
e profuso a piene mani quel senso di ribrezzo che sempre mi
accompagna.
-
La
mamma sarebbe fiera di me. Lei era una strega
professionista molto brava.
-
Recitava con una compagnia teatrale famosa a livello
internazionale. Ha calcato le scene fino all’ultimo respiro,
con orgoglio e curando ogni dettaglio.
-
Il
ruolo di una strega aumenta di fascino con l’età quando le
rughe sono vere, la pelle cadente e i capelli bianchi.
-
E
loro, le principesse, cominciano ad ingrassare, a perdere
quella luce celestiale che le illumina. A quel punto sono
già accasate con qualche principe azzurro che ingrasserà
insieme a loro in compagnia di pargoli dai riccioli biondi.
-
E di
noi che sarà? Nessuno si preoccupa di sapere cosa accade a
noi streghe “dopo”.
-
Nessuno piange se veniamo gettate in un dirupo, divorate
dalle fiamme o semplicemente scompariamo nel buio della
notte.
-
E’
quello che sta accadendo in questo momento a me.
-
La
principessa e il principe intenti a festeggiare in qualche
locale alla moda insieme alla corte adorante e io che
cammino, avvolta nel mio cappotto nero con il cappuccio ben
calato sulla testa.
-
I
miei passi non risuonano nella notte. Quel ticchettio
sommesso e a cadenza perfetta che accompagna i passi delle
principesse.
-
Non
indosso tacchi alti, la natura non ha donato a noi streghe
rosei piedini che calzano scarpe da campionario, ma piedi
forti, da arrampicatrici di montagne impervie.
-
Eppure questa sera mi tradiscono, inciampo stupidamente nel
marciapiede sconnesso.
-
Sto
per rialzarmi imprecando quando una mano si protende verso
di me.
-
“Si
è fatta male, signorina?” la voce risuona rauca, ma gentile,
anche se almeno due note sopra il tono normale.
-
Mi
alzo per osservare il mio soccorritore.
-
Non
sono bassa, anche se il ruolo che interpreto mi obbliga a
trascorrere gran parte della giornata ingobbita.
-
Lui
è immenso, una montagna di muscoli e un volto scolpito nella
pietra.
-
Se
digrigna i denti e urla con il tono di voce che si ritrova
sono certa incuta paura, anzi terrore.
-
Ora
però sorride, un sorriso tenero che si propaga agli occhi.
-
Eppure sta fissando il mio viso: il naso adunco, i capelli
ispidi come saggina di scopa, le guance incavate.
-
“Ha
degli occhi bellissimi” mormora, almeno quella era la sua
intenzione, immagino.
-
Nessuno ha mai trovato i miei occhi color melma bellissimi.
-
Le
sue mani enormi, ma delicate hanno fatto scomparire le mie
ancora ornate dalle unghie finte ricurve come artigli.
-
Sorrido, provando uno strano calore in tutto il corpo e un
senso di benessere.
-
“Ti
accompagno a casa” propone “ a quest’ora di notte è
pericoloso percorrere queste strade da sola”.
-
Trattengo una risata di scherno e la frase che la
principessa perfettina pronuncerebbe: “Cosa può mai accadere
alla strega cattiva!”.
-
Rinfodero il sorriso crudele che scopre gli incisivi e mi
limito a stirare appena le labbra.
-
Lui
continua a racchiudere le mie mani nelle sue, come in uno
scrigno prezioso e cammina adagio.
-
Il
mio passo si armonizza al suo. E’ servito a qualcosa avere
piedi grandi da arrampicatrice di montagne impervie.
-
“Guarda una stella cadente” il suo dito indica il cielo
“esprimi un desiderio”.
-
Chiudo gli occhi ed esprimo un desiderio non propriamente
da strega.
-
“Ho
già espresso il mio “ confessa e come d’incanto nella sua
mano è comparso un grosso pezzo di cioccolata fondente.
-
“Il
mio dolce preferito” mi informa e con facilità stacca un
quadretto e me lo porge.
-
Anch’io amo la cioccolata fondente.
-
Non
ha fronzoli, non si nasconde dietro aromi o nocciole e
mandorle.
-
Ti
conquista così, con il suo aspetto semplice e il gusto un
po’ amarognolo.
-
“Sai
perché la amo?” dice lui e mi sorride di nuovo.
-
“Chi?” mormoro, confusa.
-
“La
cioccolata!” ride lui “perché è senza maschera, semplice e
squisita al tempo stesso, come te”.
-
Sento le guance bruciare e cerco una frase cattiva per
guastare l’atmosfera, ma non la trovo.
-
Strano è il mio mestiere e lo esercito a meraviglia.
-
Lui
non sta bleffando, non mi deride, il suo sguardo è sincero e
il mio cuore galoppa felice.
-
“Guarda papà la strega cattiva con il gigante buono!” grida
una bambina tutta boccoli biondi e boccuccia di rosa.
-
Certamente una delle tante fans della principessa perfettina.
-
Le
lancio uno sguardo di benevolenza, mentre il mio gigante
buono mi aggiusta il cappuccio sulla testa.
-
“Mi
dispiace piccola” penso, estasiata “questa sera strega sarai
tu”.
-
-
2° PREMIO
Borghi Stefano di Cassina de
Pecchi (Milano)
La
risposta di Dio
- MOTIVAZIONE CRITICA: Il testo è
una confessione esistenziale che rivela la disperazione
genitoriale di un padre verso una figlia gravemente malata, è un
racconto denuncia del mistero del dolore e della rassegnazione
dell'amore alla ricerca di un'eziologia del senso.
-
Accompagno
alla porta gli ultimi ospiti che si riprendono il cappotto e
il loro compassionevole sorriso, stringo loro le mani,
mormorando un grazie di circostanza.
-
Resto
sull’uscio accompagnandoli con lo sguardo, osservando le
loro schiene allontanarsi fino a sparire.
-
Fa freddo
questa sera, dicembre è alle porte; inspiro l’aria fino a
riempirmi i polmoni, mentre i miei occhi fissano l’immagine
di un cielo incredibilmente limpido.
-
Poi rientro
in casa, chiudendo fuori, a tripla mandata, quel tripudio di
stelle.
-
La festa è
finita e, mentre raccolgo dal tavolo bicchieri e piatti di
carta, buttando tutto in un sacco, penso che in fondo non è
stata una brutta serata. Teresa si è divertita e non è molto
importante se gli auguri fatti fossero sentiti o di
circostanza. Passerà molto tempo prima che qualcuno si
faccia rivedere in questa casa.
-
Lascio
scorrere l’acqua, metto nel lavello le posate di metallo e
osservo il getto scrosciare. Tocco l’acqua con la mano:
troppo calda, troppo fredda… così va bene.
-
Comincio a
lavare le posate, meccanicamente; la quotidianità mi serve
per anestetizzare i pensieri.
-
Mentre le
ripongo, penso che la lampadina della cucina manda una luce
debole, troppo fioca: mi devo decidere a cambiarla.
-
La radio è
ancora accesa e diffonde musica; Teresa sembra seguirne le
arie, con brevi e sgraziati gesti, seguiti da una sorta di
nenia che vuole essere un canto.
-
Ha la testa
reclinata da un lato e ruota spesso gli occhioni azzurri
come seguisse chissà quale oggetto in volo. L’osservo senza
avvicinarmi, per non distoglierla dal suo mondo.
-
In questo
istante so che è felice.
-
Le cinghie
di cuoio l’assicurano alla sedia a ruote, impedendole di
cadere.
-
Sembra che
la sedia la stringa in un abbraccio.
-
Mi
piacerebbe poter entrare nella sua testa e rimettere tutte
le cose che non funzionano al loro posto.
-
Sono sempre
stato bravo a riparare ogni oggetto.
-
Ho fatto
ogni genere di lavoro nella vita.
-
Ma lei non
è una sedia che traballa, una macchina che non funziona, o
un elettrodomestico rotto.
-
E’ un
progetto di Dio.
-
E io, Lui
sa quanto ci ho provato, non so leggere i suoi schemi, i
suoi disegni.
-
Tutto
questo devo solo accettarlo.
-
Teresa è
mia figlia e oggi compie trent’anni.
-
Quell’essere indifeso, raggomitolato su di una sedia a
ruote, che sbava in continuazione come fosse un’eterna
neonata, è la mia bambina e stasera c’era la sua festa di
compleanno.
-
Ricordo
come fosse ieri quando nacque: i medici non riuscivano a
capire cosa avesse e azzardavano ipotesi di ogni tipo.
-
Parlavano
di sindromi, ipotizzavano disfunzioni usando termini che né
io né mia moglie avevamo mai sentito e cercavamo ogni sera
su un dizionario medico in modo da comprenderne il
significato.
-
Ma in
quell’oceano di parole, in tutti quei consulti, nel loro
vocabolario dotto e su quello di carta non sentimmo né
trovammo mai spazio per la parola speranza.
-
Teresa
sarebbe cresciuta solo nel fisico e nemmeno molto bene; la
sua mente invece sarebbe stata un muro invalicabile, un
pianeta lontano che non le avrebbe mai permesso di mettersi
in contatto in maniera chiara con noi, abitanti di un altro
universo.
-
I suoi
pensieri sarebbero stati sempre un cifrario misterioso, le
sue parole uno strascicare da intuire più che da
comprendere, il suo sguardo un vorticare di pupille, dove
per un estraneo è difficile cogliere la luce della vita che,
nonostante tutto, vi assicuro, brilla.
-
Ricordo che
i medici, prima di congedarci, ci dissero che i soggetti
come Teresa di solito non durano molto. Dieci, vent’anni al
massimo.
-
Pronunciavano quelle parole come se potessero esserci di
conforto.
-
Come se la
morte potesse essere una via di salvezza.
-
Come se
l’annientamento di quel corpo potesse liberarci dalle nostre
angosce, dagli sguardi pietosi della gente che si volta
dall’altra parte, quando incontra Teresa.
-
Però,
nonostante tutte le loro ipotesi, Teresa è qui.
-
Mi sono
chiesto mille volte il senso di tutto questo.
-
Da quando è
venuta al mondo me lo sono chiesto tutte le sere.
-
L’ho
chiesto anche a Lui, senza avere mai una risposta. Ho urlato
affinché fossi sicuro che mi sentisse, mentre Teresa non
stava bene e noi la vegliavamo nel suo sonno agitato senza
sapere che fare per darle sollievo, spendendo ogni stilla di
energia, anche noi prigionieri di quel corpo sbagliato.
-
Ma non ho
mai dubitato del Suo operato.
-
Nemmeno
quando si è preso la mia Maria, in meno di tre mesi,
lasciandomi solo e smarrito.
-
Sono andato
avanti lo stesso, ho raddoppiato i miei sforzi, e non ho
mollato.
-
L’ho fatto
per Teresa, a cui ero rimasto solo io.
-
L’ho fatto
per Maria, che l’ha sempre guardata come se fosse la bambina
più bella del mondo.
-
In fondo
l’ho fatto anche per me, e l’esserci riuscito mi fa sentire
bene.
-
Tra non
molto ci sarà il mio compleanno.
-
Compirò
settant’anni e non farò nessuna festa.
-
Quando ci
penso l’ansia mi prede il cuore e faccio un po’ fatica a
prendere sonno.
-
Non è la
morte che mi spaventa. Ha già visitato i luoghi in cui vivo
e l’ho vista colpire molte persone che ho amato, indossando
alcuni tra i suoi travestimenti più terribili, eppure non mi
fa paura.
-
Averne
sarebbe come vivere male la giornata, solo perché si sa che
poi questa finisce e arriva la notte.
-
Quello che
mi preoccupa è il tempo.
-
Il fatto è
che sto diventando vecchio, non sono più forte come una
volta e vegliare Teresa, spostarla, lavarla, cambiarla, mi
costa parecchio sforzo.
-
Per quanto
i servizi sociali mi aiutino, molte cose le devo fare da
solo e mi chiedo se dovessi venire a mancare o diventare
troppo vecchio e debole cosa ne sarà di lei.
-
Ho parlato
di questo alle persone che mi stanno intorno.
-
Nessuno mi
fornisce una risposta che scacci le mie paure. Mi dicono
solo di non preoccuparmi, ma non mi basta, non riesco. So
che se questo dovesse accadere la rinchiuderebbero in un
istituto e lì conoscerebbe per la prima volta nella sua vita
la solitudine.
-
Perché
Teresa non è mai stata sola e la sua vita, per quanto vi
possa sembrare impossibile, è sempre trascorsa serena. Dal
luogo in cui si trova ha imparato a mandarmi dei segnali e
io con il tempo a comprenderli e a farmi capire.
-
Teresa
riconosce la mia voce e io so quali parole devo usare per
calmarla, quando si agita per qualche rumore improvviso,
quale tono usare per rimproverarla, quando sputa tutto e non
vuole mangiare facendo i capricci. So quali sono i suoi cibi
preferiti, i colori che le piacciono di più; le storie che
bisogna leggerle per farla scivolare nel sonno accompagnata
da un bel sogno e da un sorriso.
-
Se mancassi
chi si accorgerebbe che Teresa adora la musica, chi
scoprirebbe che è vanitosa e ride felice, quando dopo il
bagno le metto due gocce di profumo e le lego i capelli con
i nastrini rossi e le dico che è bella?
-
La verità è
che Teresa è mia figlia e non sopporto l’idea di doverla
abbandonare o lasciarla ad altri.
-
Sono
invecchiato dedicandomi a lei e nonostante la mia vita sia
stata segnata dalla sua condizione non ho mai pensato a come
sarebbe stata, a come avrei potuto vivere o a cosa avrei
potuto fare, se lei non fosse mai nata oppure fosse diversa.
-
Non ho mai
pensato di renderla al mittente, come un dono non gradito o
un giocattolo rotto.
-
Ho sempre
pensato a farla star bene e non la voglio dividere con
nessuno.
-
Forse sono
solo un vecchio egoista, o forse ho paura di perdere la mia
ragione di vita.
-
La festa è
finita, ed è finita anche questa sera.
-
Il tavolo è
sgombero, la casa in ordine e siamo di nuovo soli.
-
Teresa è
ancora lì con la testa reclinata, che agita un braccio
ritmando un tempo tutto suo, mentre ascolta la colonna
sonora di un vecchio film.
-
E’ tardi,
dovrei metterla a letto, so già che farà i capricci.
-
Sono molto
stanco anch’io.
-
Però
stasera è il suo compleanno, il trentesimo, quello che mai e
poi mai avrebbe dovuto compiere secondo i medici.
-
Ma come
dicevo Dio ha i suoi disegni, e per quanto abbiano studiato
nemmeno i dottori li sanno leggere.
-
La lascerò
ancora un po’ lì, in fondo non c’é nulla di male, domani
recupereremo il sonno perso.
-
Mi siedo al
suo fianco, si accorge della mia presenza e mi sorride,
agita le braccia, come volesse stringermi; le prendo le
mani, la stringo, l’abbraccio.
-
Sento le
sue ossa che sembrano voler bucare la pelle, sembra un
uccellino la mia Teresa.
-
Forse le
ali le ha per davvero, forse Teresa non è che un angelo, un
angelo travestito, e quelle sue braccia non sono che ali.
-
Le stesse
che in questo momento mi stringono, fino a forarmi il cuore
riempiendomelo di un amore assoluto.
-
Restiamo
così, abbracciati e felici.
-
Felici di
niente.
-
Forse è
questa la risposta che cercavo, che ho cercato per tutta la
vita.
-
Forse
questa è la risposta di Dio.
-
-
3° PREMIO
Maria Letizia Filomeno di
Cardano al Campo (Varese)
Incantesimo
- MOTIVAZIONE CRITICA: Il racconto
è un soliloquio che scandaglia il ricordo, che abbraccia
l'immaginazione e riveste le parole d'alchimie che sono della
sostanza del ricordo.
-
D’altri ruoli mi rivestirò, lascerò le bianche sete ai piedi
delle scale.
-
Conservo lettere sdrucite, ammuffite dal tempo e dalla
disaffezione.
-
Ho freddo nelle ossa in questa notte di incantesimi
inesplosi, in questa estasi del nulla.
-
I saluti no, quelli li lascio ai nostalgici. Io non ho più
nostalgie di antiche stagioni morenti, né dell’immagine che
ammicca da uno specchio opaco. Bella, si, come una maschera
di sale.
-
E sale ne è corso troppo nelle vene, a formare dolorosi
grumi. E a inasprire le ferite di tanti errori miei, e di
tanti altrui.
-
E’ un’alba strana, un’esigenza improvvisa mi ha svegliata,
risvegliata da un sonno profondo e resa inquieta. Sotto la
crosta degli anni passati a cercare altrove, sento che
qualcosa sta sbocciando, anche se non è primavera. I profumi
di una stagione nuova, indefinita, mi fanno detestare la
polvere e l’odore di naftalina che mi porto addosso da
quando ho chiuso il cuore in una ridicola scatola
portagioie.
-
Improvvisa rivelazione.
-
Il prezzo della libertà è disfarsi dei propri pesi, della
scorza di sedimenti che ricoprono la verità. Restare liberi,
fragili, efebici di fronte alla strada che conduce al
viaggio.
-
Una finestra, una via di fuga imprigionata dalle apparenze.
-
Devo uscire da qui, andare da qualunque parte ci sia aria da
respirare.
-
E sei tu, quest’aria fresca che mi risveglia, dopo una notte
di domande, nella corsa che mi porta lontano dalle risposte
che non provo più a darmi.
-
E’ passato quel tempo, quello delle domande senza eco e
quello delle risposte spente. Ora è tempo di silenzi, di
sguardi, di consapevolezza.
-
Sei tu, il cuore che batte, singhiozza, incespica per la
mancanza d’esercizio, la tenacia mia di ritrovare quel
momento di benessere attraverso la fatica, l’orgasmo
endorfino del corridore che supera se stesso, oltre le gambe
pesanti e il fiato corto. La voglia di riprendere a soffrire
oltre che a vivere, soltanto per sentire ancora
quell’esaltazione, la creazione…l’Ispirazione…
-
Sei sempre stato lì, nel sorriso chiaro, denso di promesse e
malandrino che mi colpisce dalle tue foto, lo stesso che
porto nei miei ricordi. Le foto che non guardo, ma che
immagino, stampate in negativo nei miei occhi. E il ricordo
di un tuo sguardo è adrenalina, eccitazione…
-
Ansante nella corsa sei l’unico pensiero, che mi fa credere,
che mi fa crescere, finalmente. Come libera da un
incantesimo nel bosco delle fate.
-
Sei come un tramonto rosso arancio di sere consacrate ad
altri, come le albe azzurrate e abbaglianti che fanno
lacrimare gli occhi.
-
E mentre passa accanto il mondo e fila via veloce, mi
accorgo che tu da me non te ne sei mai andato, mai sciolto
per davvero dall’abbraccio, con cui mi salutasti alla
stazione.
-
E mentre passo accanto al mondo e filo via veloce, perfino
da quella che è stata la mia vita, ricordo solamente il tuo
sorriso, la finta ingenuità di una bugia, che mi ha
inchiodato il cuore ad una Croce.
-
Sorrido e piango e corro, un piede dopo l’altro e sembra
facile, come non averlo mai scordato.
-
Davanti a un foglio bianco la paura, svanita svaporata,
liberata dall’incantesimo che la teneva imprigionata.
Parole, frasi, punti e virgole, come passi che si allineano
sul sentiero.
-
Sei tu l’ispirazione, sei tu l’Incontro, sei tu, sei tu, sei
tu… e libera da ogni tipo di catena, mi lascio andare avanti
senza freni. Dolce, dolorosa la caduta, fragore sulla pelle
delicata, le mani screpolate nella terra, gli occhi ormai
appannati di commozione, che ridono come chi da troppo
tempo, rideva solamente con le labbra, lasciando i denti
bianchi ad affrontare la vita senza più alcun colore.
-
Mi fermo, annusando terra di rugiada. Mi vedi, sono stupida
ma rido.
-
Perché mai si ride, quando ci si fa male? Perché è quel
dolore, che risveglia e fa piacere.
-
Sei tu che amo, lo sapevi? L’hai sempre saputo e hai sempre
finto.
-
Dammi almeno la tua mano, aiutami a rialzarmi, rido troppo e
da sola non ci riesco.
-
E di strada ne abbiamo ancora, da fare insieme …
-
-
4° PREMIO
Aliprandi Mario di Olginate
(Lecco)
Quando il
cielo dice no
-
Caro amore mio, dolce stella ribelle. Cosa non farei per
poterti chiamare ancora cosi, cosa non darei per potermi
rivolgere ancora a te con queste parole. Ma tu non sei
più mia (sei mai stata mia?) e ciò non mi è più
concesso. Non stupirti quindi delle molteplici
contraddizioni che troverai tra queste righe. So che
sarò confuso, che non seguirò un filo logico; la verità
è che non c’è più logica, non c’è più racconto, non c’è
più vita senza di te. Malgrado ciò, è difficile
sottrarsi: il foglio bianco che mi aspettava, la penna
che pareva chiamarmi, si fanno strumento e pretesto per
dare voce alle emozioni, a suggestioni negate, a
percezioni interiori…La malinconia, lo scascio,
la voglia di parlarti hanno fatto il resto.
- Il
calore della tua presenza non si era ancora dissolto con
la tua immagine che già qualcuno si sentiva in dovere di
consolarmi con la vecchia filastrocca: “Vedrai, col
tempo tutto passa, il tempo cicatrizza, chiude tutte le
ferite” Continuando poi con un’altra banalità: “Devi
dimenticare, andare oltre…” Già, dimenticare, ma tu lo
sai, no? Dimenticare è cosa più facile da dire che da
fare. Così sono qui, alla solita finestra che s’illude
di ripararmi da tutta la neve che quest’inizio di
gennaio sta mettendo giù. Lei sta facendo il suo dovere,
lo sta facendo bene: la stanza è calda, confortevole, ma
tutta la neve di questa giornata, con tutto il freddo
che si porta dietro, non potrebbe competere con il gelo
che mi è entrato dentro da quando non ci sei più. Eppure
la collina è stupenda stasera, quasi magica, la neve con
la sua leggera bruma crea un’atmosfera irreale, tutto è
ovattato, distante, solo le luci da lassù, ingrandite da
un alone luminoso e pulsante, sembrano rotolare giù, più
vicine, quasi a portata di mano. Pare si mandino segnali
di complicità in un gioco sottile che non conosco, a cui
non sono invitato e che osservo da spettatore distaccato
e distratto. La verità, amore, è che sono qui senza
esserci, come se avessi il potere della bilocazione;
sono qui, ma in realtà con la mente sono… Non so dove
sono, so solo d’essere dove sei tu. Il fatto è che io
ero preparato, ero pronto a non trovarti mai, ti
cercavo, convinto che non ti avrei mai incontrata sul
mio cammino; ma a questo ero rassegnato, ho passato anni
ad esercitarmi, a recitare questa parte, credo di essere
un esperto ormai… Ma lo confesso: sono inerme all’idea
di doverti perdere, lasciarti andare, rinunciare a te
adesso, dopo averti avuta; questo no: anche se tra noi
si è trattato solo di una petite liaison, non riuscirò
mai a far mia questa cosa. I pugni presi mi hanno
ferito, ma non mi hanno fatto male come il tuo silenzio,
come le tue parole, non mi hanno lacerato come ora la
tua assenza. E sono qui a tentare di riscrivere la mia
vita senza di te, con questo freddo che scava dentro,
che consuma.
-
Preda di questo gelo, mi accorgo che non c’è un lembo di
pelle, un centimetro d’epidermide, un muscolo, un osso
che non senta la tua mancanza. Non c’è molecola che non
sia intrisa di te. Così le mie labbra, le mie labbra
hanno memoria e nostalgia di quando tempestavano di
piccoli baci le tue guance, i tuoi capelli, la tua nuca…
La tua nuca, come posso pensare di farne a meno? Baci a
volte così delicati, quasi carezze, o quando,
rispondendo ai tuoi, un misto di passionalità e pudore,
s’incollavano alle tue labbra, labbra da baciare, senza
zucchero, senza sale. E le mie mani, le mie mani hanno
memoria e nostalgia di tutto il tuo corpo che conoscono
così bene in ogni suo fremito, in ogni sua più debole
vibrazione; hanno nostalgia delle carezze date, del
velluto del tuo seno, degli abbracci di passione che
toglievano il respiro. Ho memoria e struggimento delle
notti trascorse accanto al telefono, della tua voce che
si sovrapponeva a quella di Chopin, le tue dolci parole,
la tua risata, quel tono appena sussurrato che
raccontava più delle parole, quasi da permettermi di
vederti accoccolata sotto le tue coperte o nel tuo
vecchio maglione di lana nero. Ed i miei occhi, i miei
occhi hanno memoria e nostalgia d’ogni piccola parte di
te, di ognuna di quel milione e cinque cose, piccoli
particolari a volte, nuances, che ai più possono
apparire banali, che forse tu addirittura ignori di
possedere, ma che ti rendono così, diversa da tutte le
altre, che fanno di te quella donna speciale, unica,
come quella macchiolina rosea sul petto che tutti,
tranne i miei occhi scambiavano per un morso d’amore. Ho
nostalgia di quella tua bellezza dispettosa che
m’istigava a fare cose proibite che poi tu non sempre mi
permettevi di portare a termine. Ho nostalgia dei tuoi
occhi da cerbiatta ferita, occhi che sanno accarezzare,
che sanno ammaliare, occhi, l’ho capito adesso, che
sanno far male, che sanno fulminare. Mi manca il tuo
sapore di Provenza, la tua sensualità nascosta. Mi manca
quello scivolarti dentro delicatamente, nel caldo del
tuo sole, nel profondo del tuo piacere, come immergersi
in un mare calmo che piano piano si trasformava in
burrasca, travolgendo i nostri sensi, annebbiando le
nostre menti: quel trovarsi all’unisono uno preda del
tormento dell’altro e lasciarsi andare, naufragare
mentre la passione saliva veloce veloce attraverso le
nostre gambe, le nostre vene, sommergendoci come la
marea. Infine, stanchi e felici, restare lì abbracciati
pelle a pelle, fiato a fiato, rubare frammenti
d’eternità al tempo che andava via per poi tornare a
navigare in acque tranquille, serene, trasportati…
Dolcemente alla deriva come la musica di Handel. Mi
manca il tuo rossetto sul bicchiere del mio caffé.
-
Dicono che dimenticherò, che m’innamorerò ancora, ma
amare vuol dire darsi, donarsi, ci vorrebbe un’altro
cuore, un cuore che non abbia memoria, che non abbia
scienza di te, dei tuoi baci, delle tue labbra. Ci
vorrebbe un cuore nuovo, io che non ho più neanche il
vecchio, perché al pari della mente, corrotto dai tuoi
occhi, dai tuoi sorrisi, il mio cuore è come la tua
ombra: segue i passi tuoi.
- * * * *
*
-
- Una
volta ero in montagna con gli amici, la solita
passeggiata, le solite foto. Ad un tratto ci siamo
trovati davanti un muro d’alberi divelti, fango e neve
alto più di venti metri, e non esagero sai, una cosa
spaventosa: era una valanga, l’effetto di un’enorme
valanga. Sono ripassato dopo qualche mese, era ormai
estate, la neve sciolta aveva abbassato quella massa
d’alberi lacerati e portati giù per centinaia di metri.
Ora l’area si prestava ad un’osservazione più attenta,
più ampia. Da un lato della montagna ferita si vedeva
quella che ad un occhio distratto appariva come
l’effetto di una frana, tutt’intorno il vuoto, la
desolazione, alberi infangati come se fosse straripato
un fiume, altri, per effetto del gelo sembravano
bruciati. Questo, dolcissima ribelle, è quello che ti
sei lasciata dietro, questo è quello che mi hai lasciato
dentro, un campo di battaglia, è l’effetto devastante
della tua assenza. Frana, incendio, straripamento,
valanga, sai di avere qualcosa di distrutto, una ferita,
ma non riesci a capire cosa, perché. So soltanto che là,
dove prima c’eri tu, con il tuo corpo, con il calore
della tua voce, con la tua disarmante infinita
femminilità, un misto di timidezza e audacia, adesso c’è
il vuoto, un vuoto della tua taglia, della tua misura,
dai tuoi lineamenti, la custodia di uno strumento
musicale dalla tua forma che solo e solamente tu puoi
empire.
-
Sono qui in balia di questo freddo che tutto marchia,
che di tutto si appropria. Dicono di dimenticare, di
portare pazienza, perché alla fine ce la farò, troverò
un’altra… Non sanno di cosa parlano.
- * * * *
*
- Non
so perché ti amo, lo sapessi forse sarei anche capace di
smettere; so soltanto di non poter amare nessun’altra,
perché, se è vero che in ogni donna si nasconde qualcosa
di te, è altrettanto vero che tu sei tutte le altre, che
solo in te è racchiusa l’essenza, il tutto di tutte le
donne. Non posso amare nessun’altra perché non hanno
abbastanza di te da sostituirti… Perché non sono te. E
tutto ciò non basta come giustificazione: quello che
provo per te è qualcosa che non si può spiegare con le
parole, con il razionale, io ti amo perché sei tu punto.
Così, ogni giorno mi consumo in un rito pagano,
fermandomi in tutti i posti dove eravamo soliti
incontrarci; affronto questa mia intima, sacrilega via
crucis con la sola speranza di vederti arrivare,
bellissima come una volta, come solo tu sai essere, come
solo tu puoi essere. E vado oltre, ti cerco tra i volti
anonimi che incrocio nelle strade, ti cerco nei luoghi
più improbabili, anche quelli che tu non frequenti,
sognando di trovarti lo stesso. Cerco qualcosa di
familiare, qualcosa di te in tutte le vie che
attraverso, la tua espressione distratta, il tuo profumo
di lavanda, quel modo tutto tuo di portare la sigaretta
alle labbra, ma i tuoi occhi, quelli no, facessi due
volte il giro del mondo, lo so, non ne troverei
d’eguali, quel bagliore, quella luce, sono una tua
esclusiva, occhi cosi belli… Non ne esistono altri due.
-
Così, qualche volta ho la gioia di incrociarti,
raramente, di sfuggita, ma capita, ed ogni volta è un
tuffo al cuore, fatto di te, sto lì, come un ladro di
notte a guardarti di nascosto, impotente, inutile
- ma
non riesco a sottrarmi; vivo in apnea questi attimi
interminabili che lasciano l’amaro in bocca quando
ritorno a respirare, sento la sofferenza che trabocca
copiosa da ogni poro, che fuoriesce dalle tasche, che
cola giù dai pantaloni, rivoli che vanno a formare pozze
di dolore in cui affogare, ma serve anche questo sai,
sono gli unici momenti in cui ho coscienza di me, le
uniche volte che, pur annaspando tra le macerie in cui
mi hai lasciato posso dirmi: “Nonostante tutto sei
ancora vivo”.
-
Dicono di dimenticare, perché tu eri la donna sbagliata,
che è giusto così, forse è vero. Vorrebbe dire che ho
amato la donna sbagliata, che sono stato amato dalla
donna sbagliata, cercando di costruire un futuro
sbagliato. Allora qualcuno dovrebbe spiegarmi perché,
perchè mentre ero distratto da tutte queste cose
sbagliate, vivevo la gioia più bella, la gioia più dolce
di tutta la mia vita. Tu sai darmi un perché?
Dimenticare… Ma che ne sanno loro. Io non voglio
dimenticare, non voglio smettere di stare male: voglio
nutrirmi di questa malinconia, di questa tristezza che
mi fa compagnia perché non sono altro che gocce di
felicità perduta, frammenti, scampoli di te, sono te.
L’alternativa è il nulla e “fra il dolore e il nulla io
scelgo il dolore”,
la solitudine, non voglio dimenticare, non voglio stare
bene: io voglio vivere di te, io voglio morire di te.
- Mi
trascino inerte lungo la mia via, con due sole certezze
- con due sole paure: ho la certezza che il nostro
incontro non è stata una cosa casuale, che c’è molto di
più; voglio crederci, convinto che siamo fatti l’uno per
l’altra, due spiriti affini che si sono trovati senza
cercarsi, uniti per costruire qualcosa di magico. Ma ho
paura, temo che nel tempo, se costretto, pur sentendo la
tua mancanza, pur non dimenticandoti mai, potrei fare a
meno di te, rassegnarmi ad una vita mediocre. Ho timore
di cadere nell’illusione di poter vivere, pur
perpetuando nell’errore di chiamarla con il tuo nome, a
fianco di un’altra donna, accontentarmi di un sorriso
qualsiasi, rendendo vani, proprio adesso che ne ero
felice, tutti i no di chi c’è stato prima di te. Questo,
cara, mi spaventa da morire: sapere di potermi adattare
a tutto il peggio che il futuro può riservarmi mi
terrorizza, perché, se posso farlo io che so di amarti
più della mia vita, immagino te, che non ricordi più il
mio nome. Vorrebbe dire perdersi, avere a portata di
mano un’occasione straordinaria, dei talenti da far
fruttare senza riuscirci. Ma ti rendi conto? C’è gente
che passa la vita intera a cercarsi, spingendosi sui
tram, sfiorandosi tra le vie, senza riconoscersi, senza
consapevolezza dell’altro, senza riuscire a guardarsi
negli occhi…Senza mai trovarsi. A noi è stato dato
questo dono, unico, inestimabile; sarebbe un crimine
sprecarlo così ed io, io non voglio essere tuo complice
in un simile reato.
- E
tu, tu come pensi di dimenticare? Di andare oltre? Ti
basterà ignorarmi? Mentirai a te stessa, ti dirai che
non era amore, che non mi hai mai incontrato, fingerai
che non sia mai esistito? Ingenua creatura, non mi farò
mettere da parte tanto facilmente, non mi farò scacciare
cosi da quell’angolo di cuore dove mi portavi sino ad
ieri; non puoi stracciarmi come un tuo disegno mal
riuscito. “Non omnis moriar”. In ogni anfratto, in ogni
fibra, in ogni angolo lasciato incustodito, ovunque
potrò intrufolarmi mi troverai. Ascoltati bene e mi
sentirai: io sono lì, in quello spazio che si crea; in
quel vuoto tra un battito e l’altro del tuo cuore
cercami, io sono lì.
- Io
sono lì, ancora adesso che la neve ha lasciato il posto
a tiepidi soli di primavera, io sono lì. Qualcuno
ostinato continua a ripetere, anche se con meno
convinzione, le solite ovvietà: che dimenticherò, che
queste sono lezioni di vita, esperienze che aiutano a
crescere a maturare, che il tempo galantuomo cicatrizza
tutte le ferite; ma io sono stanco di studiare la vita,
di studiare amore, ignorante voglio soltanto poterti
amare, ignorante voglio solo il tuo amore… Io voglio
solo te.
-
Pigramente mi guardo intorno, osservo, mi muovo.
Trascinato fuori dalla mia macchina fotografica registro
il risvegliarsi della vita. Nei prati le viole, le
primule… Le tue primule, annunciano l’arrivo di una
nuova primavera, gli alberi si preparano a mostrare il
loro guardaroba migliore, a vestirsi da sera, eleganti
nelle loro nuove fioriture, trionfo di colori e profumi.
Il lago fa la sua parte moltiplicando e rifrangendo a
milioni i riflessi cangianti di questo giovane sole
spezzati solo dal passaggio dei cigni con il loro
orgoglioso portamento, con il loro nobile andare. La
gente al pari delle rondini, anch’esse tornate a
macchiare l’aria di sfuggenti pois bianchi e neri, cerca
di liberarsi dal torpore invernale con le prime gite, le
prime passeggiate. I bambini rallegrano ancora cortili e
spiazzi con urla e giochi, ma loro in verità, impavidi,
incuranti del freddo, non hanno mai smesso.
-
Tutto muta, solo il mio amore per te è ancora qui,
indistruttibile, inattaccabile; lo sento aleggiare come
un fantasma tra gli avanzi del mio cuore, ed anche se lo
accoltello cento volte al giorno, di notte, appena
abbasso la guardia, per cento volte, come una fenice
risorge dalle sue ceneri per ritrovarlo l’indomani
ancora qui, al centro dei miei pensieri, al centro del
mio mondo. Mentre là fuori esplode la primavera, come la
primavera…Tu mi esplodi dentro. Vorrei che tu avessi del
rancore, che dicessi che ho colpe da espiare, da farmi
perdonare. Potrei così tentare ancora, discreto come un
servo muto farei di tutto per compiacerti, vincerei
quest’apatia, questa staticità, coglierei ogni piccola
chance, chiederei scusa, lo urlerei, se necessario
saprei anche implorare, umiliarmi. Per te mentirei, ne
sono capace lo sai, perché tu sei luce, sei emozione,
perchè senza di te sono un aquilone senza il vento, un
violino con le corde spezzate, perché io ti vivo, io ti
respiro.
- Mi
dicono di dimenticare; dimmi come posso dimenticare se
tutto mi parla ancora di te, se nella mia vita, nelle
mie giornate, era più discreta la presenza del tuo
sorriso, di quanto non lo sia adesso il suo ricordo?
Capisci quanto è difficile sottrarsi a te? Ignorarti? Tu
sei un’icona inutilizzata sul desktop che non riesco a
cestinare, sei il numero che non voglio cancellare dalla
rubrica, sei gli Evanescence che, vigliacchi, cospirano
contro con tenere note d’amore, sei la foto che continua
a tormentarmi dal cellulare, le mie gambe che ostinate
vengono a cercarti, sei i miei occhi smarriti, che in
ufficio, dietro la scrivania fissano la tua sedia vuota.
Tu sei quella scia di profumo che dopo mesi insiste a
non sparire, e che, lungi dal portare conforto, se
possibile, inebriandomi, scava ancor di più tra le
pieghe della mia sofferenza. Riesci a capire? Puoi
immaginare quanto è ingombrante quanto è invadente oggi
la tua assenza? Tu sei le mie mani che pazze, cieche,
carezzano nell’aria il tuo profilo che non c’è…Tu sei il
fascino di Capri col suo glicine d’aprile.
- * * * *
*
- La
finestra stanotte rimanda bagliori stellari, penso a te
lassù in collina, stella ribelle tra stelle sorelle e
cerco un punto nel buio, un punto dove collocare
idealmente casa tua, e se lo fisso, se v’indugio un
attimo riesco a trafiggerlo a trapassarlo, tanto che mi
sembra di vederti, ti vedo. Sei lì, finalmente felice
mentre sorridi ad un nuovo amore, e sarà folle, sarà che
voglio ancora farmi del male, ma mi dico che gli sorridi
perché in fondo agli occhi suoi tu cerchi i miei, tu
vedi i miei. Lui ignaro, ricambia la tua gioia, ancora
una volta sei diventata musa, musa per qualcuno già
pronto a poetare per te, già pronto a struggersi a
cercare rime da incatenare con la tua bellezza… Bellezza
da rubare come una poesia da inventare.
-
T’immagino sorridente e, sprezzante del dolore che mi
consuma, esorcizzati per un attimo tutti i miei
tormenti, anche sul mio viso si disegna melanconico,
fuggevole il tuo sorriso: è il tassello che mancava, è
la prova che ti amo, che ti appartengo, che sono
totalmente, ineluttabilmente nelle tue mani, un piccolo
anonimo satellite nell’orbita dei tuoi occhi. Riecheggia
forte il canto del poeta: “Se questo è errore e mi sarà
provato, io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato".
-
Dicono che dimenticherò, che presto tornerò a vivere ad
amare… Io aspetto, sto qui, ad un passo da te in questo
limbo dove mi hai posto, senza più un passato, senza più
un futuro, senza più sogni da sognare. Sono qui a vivere
il tempo del dopo con un secchio di blu per cancellare
questo nero, per colorare il mio prossimo mare, per
colorare il mio prossimo cielo. Esule involontario, vivo
qui ai margini della felicità, in questa terra di mezzo
dimenticato, senza un confine, un argine, a contenere
questa mia sconfinata malinconia, senza più nessuno a
difendermi da questo mio estremo, straripante bisogno di
te. Compagne di strada le memorie, le nostalgie, e se mi
graffia lo scascio della tua dolcezza, se mi punge il
ricordo del tuo vecchio maglione di lana nero (che vuoi
che sia) posso sempre chiedere alla pioggia: “Bagnami di
lei”; posso sempre chiedere al vento: “Strappale un
sorriso e portalo a me su quella foglia d’autunno”, lupo
ferito posso sempre abbaiare la luna. Dicono che
dimenticherò… Ma non sanno di cosa parlano.
-
-
-
5° PREMIO
Caruso Carlo di Roma
La voce del faro
-
-
C’era una volta un fanciullo che si era smarrito nel
labirinto dei ricordi.
-
Quando aveva nove anni e viveva di stenti nei
bassifondi di Città del Messico, fu adottato da una
coppia di coniugi del Vecchio Continente: lui era un
medico importante, lei un’insegnante di quelle che
sanno bene tutta la grammatica e ti correggono
sempre.
-
Josè Maria, questo era il nome del fanciullo,
cercava di ricordare la sua storia; il volto di suo
padre minatore svaniva nella polvere delle gallerie
dove si perse per sempre. Ma sulle sue gote ancora
riaffiorava la carezza di quelle mani callose.
-
La scuola non gli piaceva tanto, ma amava le canzoni
popolari di un poeta del suo paese; quando si
sentiva smarrire in quella grande città d’Europa,
affacciata sul mare, si allontanava lungo la
spiaggia, in compagnia di quei canti. A volte andava
a cercare rifugio nella Madre Maria, che lo sapeva
ascoltare; allora vedeva Lei, in veste azzurra, che
portava un pane alla sua povera famiglia, in
Messico, e con il suo sorriso placava ogni fame,
anche quella del cuore.
-
Per quelle frequenti fughe, sia a scuola che in
famiglia tutti dicevano che era un bambino cattivo.
-
Così tornava a rifugiarsi presso il mare, dove
assaporava il mistero del navigatore solitario che,
fra stracci di nuvole bizzarre, vede affiorare i
bagliori che illuminano la rotta. E nel limpido
specchio del suo silenzio, nel suo cuore spalancato
come la ciotola di un povero, piovevano piccole
benedizioni luminose.
-
Infine, si ritrovava lontano da casa, dove lo
raggiungeva il vecchio gendarme, divenuto ormai suo
amico.
-
Era un brav’uomo dai baffi grigi e le spalle larghe,
abituato a conoscere gli uomini per le parole non
dette, che aveva imparato ad ascoltare quel
fanciullo dallo sguardo attento eppure perso in
qualche luogo lontano.
-
A casa lo attendevano le percosse e nel suo
cervello vibravano dolorose le urla della
caritatevole mamma adottiva; il nuovo papà lo
guardava col muto rimprovero riservato a un
traditore.
-
Il gendarme, nel rapporto all’Autorità, raccontò
come trovasse sempre il ragazzo assorto dinanzi al
mare e come lui si lasciasse sempre docilmente
ricondurre a casa; l’Autorità ascoltò le
preoccupazioni di quelle due brave persone e collocò
il fanciullo in una Casa di correzione.
-
Un giorno Josè Maria fuggì dal collegio e
s’incamminò lungo la spiaggia. La sera lo sorprese
affamato e stanco in una piazzetta antistante il
mare.
-
Si raggomitolò in un cantuccio e cadde in un sonno
profondo.
-
Quando riaprì gli occhi vide che era notte e sentì
che faceva freddo. Nella piazzetta in cui si era
adagiato, squittivano le voci dei lampioni-spie.
“Questo fanciullo – dicevano- non vuol fare i
compiti, non rispetta la mamma e il papà e non
imparerà mai a comportarsi! Ma dove crede di
rifugiarsi? Non ci sarà una notte in grado di
nasconderlo, perché noi lampioni faremo sempre la
vigilanza e diremo dove sta. Così non potrà sfuggire
alle giuste conseguenze delle sue ribellioni, mentre
la nostra luce gli entrerà negli occhi e nel cuore,
lo scaverà nelle intenzioni.” “Siii, siii,!!”
dicevano in coro i lampioni, fermi nel loro posto di
guardia.
-
“State zitte, animucce vigliacche!”gridò una voce
grave e potente.
-
I lampioni per un attimo sobbalzarono, la loro luce
tremolò; poi, giacquero in un silenzio inanimato.
-
“Vili animucce che non sanno camminare, inchiodate
per sempre nello stesso posticino ad illuminare la
propria grettezza, che non hanno mai dubbi perché
conoscono solo quei pochi metri che vedono, e, nel
fulgore del giorno, tacciono addormentate, per
timore di volgere lo sguardo qualche palmo più in
là! Che cosa ne sapete voi delle navi, amiche delle
tempeste, dei fulmini, dei cieli imbizzarriti?”
-
Josè Maria alzò la testa, e vide un vecchio,
imponente Faro, che con il suo raggio scrutava le
profondità della notte; le sue mani ardite
s’inoltravano nella tenebra di cobalto.
-
E il mare spalancava i suoi misteri, narrava le
poesie che fioriscono nella notte, quando il
silenzio diviene specchio di dolci segreti.
-
“Questo ragazzo,”- disse il Faro con la sua voce da
gigante- “naviga nelle tempeste perché ama i misteri
della Luce; per questo rischia il naufragio e
procede anche quando il suo cuore di fanciullo
piange! Ho ascoltato la paura e il dolore delle navi
solitarie sbattute dalle onde, la loro ardimentosa
felicità e ho steso il mio cuore luminoso verso di
loro per confortarle, per ricordare loro che Dio le
ama infinitamente.”
-
Ormai i lampioni erano ammutoliti e l’occhio del
Faro scintillava come se sorridesse, immerso nel
sussurro del mare e nelle nebbie senza fine.
-
“Tu che navighi per la tua strada, fanciullo,
ricorda: non è la tempesta la tua vera minaccia,
perchè è sorella del tuo cuore traboccante, è la tua
felicità stellare che tracima nel pericolo e nella
passione, è il ritorno dei tuoi canti divenuti
movimento e inesorabile grido di vita. Tutto ciò che
si ferma nella stagnante paura e rinchiude i suoi
piedi in una bara di certezze, non ti perdonerà mai
di esistere.
-
Splendida anima, figlia e madre della tempesta, in
un giorno misterioso un Fuoco Celeste cadde sulle
acque del mare che s’incendiarono e ribollirono:
nelle scintille acquee, odorose di vapori elettrici,
gorgogliò il movimento irrequieto della Vita.
-
Allora quel primo impulso benedì se stesso e tutto
il futuro a venire, dove la Quiete Suprema non era
altro che l’Eterno Movimento della Sorridente
Armonia.
-
Da quel momento tutto vibra in una sinfonia diffusa
in una miriade di rivoli luminosi e uno di questi
gorgheggia nel tuo cuore.
-
Ho imparato ad ascoltare questi canti nel corso
delle lunghe notti, trattenendo il respiro quando
vedevo navi minacciate dagli scogli e dai venti,
gorghi famelici aprirsi d’improvviso, onde alte come
montagne. E allora soltanto il mio piccolo lume
poteva confortare quei naviganti che stavano per
perdersi nelle profondità della loro anima, dove il
solo pensiero delle discese negli azzurri abissi
toglie il respiro e, soprattutto, la Speranza.”
-
Il volto luminoso del Faro sorrideva nella notte
turchina; i venti carezzarono il capo di Josè Maria,
che chiese al suo nuovo amico: “Dove andrò? Io sono
più solo di una nave nella tempesta, non ho neppure
un Faro che mi mostri la strada!”
-
Il vento portò il sospiro assorto di un’onda; lo
sguardo del Faro brillò più intenso, illuminò una
piccola barca che scivolava lungo un sentiero
lunare.
-
“Anche quella barca, rispose il Faro, era dispersa
nella notte dell’anima e si sentiva sola, sinchè
imparò ad ascoltare la Luna; quando non c’era
neppure la Luna, ascoltava il bisbiglìo di una
stella o il mio grido lontano. Sarai tu stesso a
perdere la visione della Luce se farai naufragio
nella tua paura e nella tua rabbia.
-
In questo tenero silenzio, anche una scintilla
stellare riecheggia infinita e ti prende per mano.
Quando, contemplando la Bellezza che fu donata al
mondo, lascerai svanire l’eco del dolore, anche un
filo di luce sarà per te una guida e tu, leggero
come un soffio di etere, farai spontaneamente vela
verso l’Alba. Persino negli animi di chi crede di
sapere tutto e condanna ogni futuro sussurra un
Chiarore, anche se non sanno di averlo.
-
Allora, il tuo cuore diverrà limpido e trasparente
come il cristallo, finchè, quando non cercherai più
nulla, ti accorgerai di esserti seduto nel tuo
Splendore e diverrai tu stesso un Faro! Finalmente,
superati attaccamento e odio, rifulgerai per tutti!
Vedi, senza neppure volerlo, ti ho narrato la mia
storia!”
-
Josè Maria voleva restare ancora col suo amico,
mentre cominciava ad albeggiare. Nel primo respiro
solare, il soffio di una risposta : “Cosa ti
importa, ora, del tuo Faro? Noi non ci siamo mai
persi! Vai, mio piccolo amico, nel Chiarore della
tua Alba, vai oltre il tuo dolore, guarda i colori
che si accendono lungo i tuoi passi, ascolta il
ritmo del tuo cuore. E ricorda, come un fiume che
segue un corso tra due rive, sii fedele alle rive
che tu stesso scavi di istante in istante; segui il
ritmo che guida il canto della tua anima, non
lasciare che la pigra stanchezza o tristezza ti
dissolvano in una palude senza forma. I rigidi
conoscono solo una forma, i folli non conoscono
nessuna forma. Gli artisti, invece, danzano sulla
mutevole onda delle forme, fedeli all’armonia
dell’istante, in ascolto dei doni che piovono nella
nuova stagione.”
-
Il Faro tacque nell’abbraccio del mattino e Josè
Maria vide accendersi sul mare un sentiero
fiammeggiante; la riva mormorava con la voce del
vento, e fra i nascenti colori del giorno scorse la
figura del vecchio gendarme che si avvicinava.
-
I suoi occhi scintillavano di una luce ridente “per
fortuna sei vivo, ragazzo!” gli disse. “Stavolta
giuro che non ti picchierà nessuno! Il professore di
italiano ha letto il tuo ultimo tema e ha capito,
sai? Ma tu abbi coraggio e non fare più
sciocchezze!”.
-
Giunti all’auto, il poliziotto restò un attimo in
silenzio, poi, dopo una breve esitazione, gli porse
una vecchia chitarra. “Penso che le canzoni del tuo
poeta dovresti cantarle – disse-. Quando vuoi
imparare a suonarla, chiamami!“ Josè Maria guardò
stupito quell’uomo dall’aspetto imponente e dai modi
sbrigativi, che soggiunse “..ricorda, sii fedele
alle tue rive, ama, e non ti meravigliare mai di
nulla!”
-
-
6° PREMIO
(ex aequo)
Cicero Giovanni di
Sommacampagna (Verona)
48113
-
Stavolta ci siamo. Sento i loro
passi, giù in cortile. Puntuali,
come devono esserlo gli schiavi
che vivono in una caserma.
-
Quando poco fa il buio della
notte ha cominciato a cedere il
posto al primo impercettibile
chiarore, ho realizzato che la
fine è vicina e che il tempo che
mi rimane è davvero poco, ora.
-
Ho sempre pensato che la mia
ultima notte, se avessi avuto la
certezza che fosse stata
l’ultima, sarebbe stata più
lunga, e invece è incredibile
come il tempo scorra veloce
quando la mente è occupata a
pensare e a ripassare tutta una
vita, e tutta in una notte.
-
E’ stato anche per questo
motivo, per non perdere tempo
prezioso, che ieri sera ho
rifiutato la visita del
sacerdote, quell’ipocrita
baciapile che viene a dire un
mucchio di ovvietà proprio nel
momento in cui uno di tutto ha
bisogno, meno che di sentire
ovvietà. E poi, cosa è venuto a
fare? In nome di che cosa? In
nome forse di quella stessa
Chiesa che fa finta di non
accorgersi di niente e i cui
vescovi compaiono sorridenti in
televisione a fianco dei
generali di questo regime?
Gliel’ho anche detto, al
sacerdote che si è presentato da
me, e gli ho risposto che avrei
avuto tutto il tempo, stanotte,
per parlare con Dio, senza
intermediari di una Chiesa che
tutto rappresenta, su questa
Terra, tranne quello che Cristo
andava predicando duemila anni
fa.
-
Ma non ho parlato con Dio,
stanotte. Non si è fatto vedere,
nemmeno nei miei pensieri, anche
se l’ho cercato. Forse lo
incontrerò dopo, quando tutto
sarà finito, se rimane qualcosa
di noi, dopo la morte.
-
Dicono che rimanga…l’anima.
-
L’anima! Quante volte mi sono
chiesto, stanotte, prima che
cominciassi a scrivere queste
mie ultime righe, cos’è l’anima.
E cos’è, mi sono detto, se non
il pensiero che sopravvive al
corpo? Che sia questo l’ultimo
nostro cambiamento di stato,
l’unico vero, forse, di questa
nostra vita?
-
E sì che noi pensiamo, durante
la nostra misera esistenza, che
la vita è piena di cambiamenti
e magari lo crediamo
soprattutto quando incontriamo
un’altra persona. Illusi!
-
Soltanto ora, che sono qui
davanti a me stesso, ed alla
morte, mi rendo conto che
durante tutta la nostra
esistenza siamo sempre soli e
siamo sempre uguali a noi
stessi. Poi moriamo, ancora più
soli e solamente allora, forse,
diventeremo qualcos’altro, ma
fino alla fine non ci è dato
sapere se sarà così, né mai
nessuno è tornato per dircelo.
Il che mi insospettisce.
-
Dovevo arrivare in punto di
morte per fare questi
ragionamenti? E poi, sono
ragionamenti che valgono
qualcosa, alla fin fine? E se
anche li avessi fatti prima,
cosa sarebbe cambiato, nella mia
vita? Non avrei forse fatto lo
stesso quello che ho fatto,
ovvero combattere per il
cambiamento di questo Paese, per
la sua libertà dall’oppressione
di una giunta militare, che ha
preso il potere con l’unico modo
in cui può farlo, vale a dire
con la forza? Vero è, che avrei
potuto fare come ha fatto la
maggioranza delle persone, che
ha contrabbandato la scomodità e
il pericolo di una vita alla
macchia, ma lottando per la
propria dignità, con la comodità
di una vita tranquilla, anche se
senza libertà. Ma siamo in pochi
a pensare che lottare per la
libertà sia una questione di
dignità, e la fine che ci tocca,
in ultimo, è sempre la stessa ed
è quella che attende me.
-
Però, ho proprio paura di quel
momento, di quell’ultimo
istante, quando sentirò, anche
solo per una frazione di
secondo, la trafittura delle
pallottole e mi sentirò bruciare
il corpo. Chissà, poi, se è vero
che sarà solo per una frazione
di secondo. E quando il corpo è
tormentato da un dolore
insopportabile, forse anche una
frazione di secondo, per chi lo
subisce, può sembrare
un’eternità.
-
Ma eccoli, stanno arrivando.
Sento i loro passi che si
avvicinano, lenti, nel
corridoio. Oddio, quante cose mi
girano ancora per la testa che
vorrei scrivere su questi fogli,
prima di andarmene! Ma perché
non ci ho pensato prima, invece
di passare tre giorni e tre
notti a lambiccarmi inutilmente
il cervello su quello che avrei
potuto dire, o fare, per evitare
quello che mi sta accadendo?
-
Eccoli, sono entrati, sono in
due…è la fine…
-
Sono ancora qui, e sono ancora
vivo. Sono entrati in due, un
ufficiale e un subalterno. Il
primo, sprezzante, non mi ha
nemmeno guardato in faccia,
mentre il secondo aveva uno
sguardo spento ed inespressivo,
chiaramente lobotomizzato da una
vita passata ad eseguire ordini
che non capisce, e se li
capisce, peggio per lui. Si sono
solo accertati della mia
identità, perché così prevedono
le regole.
-
“Sei tu il numero 48113?”-
Qui dentro naturalmente ti danno
tutti del tu, anche se sei stato
il loro professore di lettere.
-
“Sì”.
-
“Vuoi il sacerdote?”. Di
nuovo.
-
“No”.
-
Sono state le uniche parole che
ho detto.
-
Ero ridotto a un numero, ma
questo lo sapevo già, perché è
così che credono di annullarti
la personalità. Quanto al resto,
le tracce di quella che è la tua
presenza in questo posto di
morte e quant’altro potrebbe far
risalire a te, vengono fatte
sparire per sempre, cancellate
dalla faccia della terra, perché
non si può mai sapere come
andranno a finire le cose da qui
a qualche anno e magari tornerà
il cancro della democrazia e
qualche giornalista o, peggio,
qualche magistrato, una mattina
si sveglia e vuole indagare su
che fine abbia fatto, durante
gli anni della dittatura, un
certo professore di lettere.
-
Prima di uscire, l’ufficiale ha
preso questi fogli su cui sto
scrivendo con questa minuscola
matita e ha preso a leggerli.
Temevo che li strappasse, invece
me li ha restituiti con un
sorrisino di compassione, ma
sempre senza guardarmi in
faccia. Ho un’altra mezz’ora, ha
detto il subalterno prima che
uscissero, poi tocca a me. Ma
ora ho davvero paura, paura
fisica, sento che le gambe non
mi reggono e mi sento la testa
come quando si sta per svenire,
anzi forse sto svenendo. Mi sono
sdraiato per terra ed è così che
sto scrivendo, ora, supino.
Dunque, è questa la paura della
morte, quando sei faccia a
faccia con lei e hai tempo per
pensare e sei lì ad attenderla
secondo dopo secondo, e già ti
sembra che la vita stilli via
goccia a goccia, ogni secondo
una goccia di vita che scorre
via e che non va sprecata,
perché una volta trascorsa, non
tornerà mai più. Mai più…
-
E’ proprio questa la sensazione
che ho, che la vita già mi stia
sfuggendo dalle mani. Le mani… A
proposito… ho le mani congelate,
fredde, così gelide che quasi
non riesco più a muoverle! E
anzi, sto proprio tremando
tutto, dalla testa ai piedi, e
anche scrivere mi riesce penoso
con tutto questo tremore. Non
devo fare una bella figura steso
a terra, tremante e, se qualcuno
mi tocca, freddo cadaverico. Ma
quando si è nella mia
situazione, davvero avviene un
cambiamento totale di se stessi
e si ha un altro concetto di
tutto, della vita della morte e
della propria dignità. Davvero
non mi interessa niente, ora, se
mi vedono così ridotto, così
piangente, così implorante, così
umiliato fisicamente. Mi sento
anche bagnato tra le gambe, ma
non capisco se è sudore o se me
la sono fatta addosso: ma chi se
ne frega, ora? Cosa può
succedermi di peggio, di quello
che mi sta già per accadere? E
se penso a quando ero ancora in
vita –ho scritto proprio così?-
e cercavo di immaginare come mi
sarei comportato se avessi
dovuto affrontare un plotone
d’esecuzione, nella mia testa e
nei miei pensieri mi vedevo lì,
eroico, ad attendere a piè
fermo, fiero ed eretto, le
pallottole che avrebbero
attraversato il mio corpo,
guardando negli occhi i poveri
cristi che uccidevano come
automi, costretti ad ubbidire ad
un ordine così aberrante. Che
illusi e infantili siamo, quando
siamo nel pieno della vita, nel
pieno delle forze, con le gambe
ben salde per terra e il futuro
ci sembra un tempo infinito che
quasi non esiste! La stessa
morte, anche quando ci tocca da
vicino, un amico, un parente,
gli stessi genitori, sembra
quasi che non debba mai
sfiorarci, sembra sempre che
debba riguardare gli altri…
almeno, per me è stato sempre
così. Perfino quando tre giorni
fa, al termine di quel processo
sommario, davanti a tre vecchi
ufficiali golpisti, mi è stato
comunicato che ero stato
condannato a morte, la cosa non
mi ha colpito più di tanto,
anche perché già me l’aspettavo,
sin dal momento in cui ero stato
catturato ed interrogato e,
comunque, il pensiero di essere
stato, proprio io, condannato a
morire, ma solo dopo tre giorni,
mi ha fatto apparire questo
lasso di tempo come bastevole e
sufficiente per vivere, quasi,
un’altra vita. Lì per lì, tre
giorni ancora da vivere mi sono
sembrati un’eternità, e mi ero
detto che avevo ancora un sacco
di cose da dire, e da fare,
anche nel chiuso d’una cella.
Invece, come sempre, il tempo
vola e maledico me stesso e la
mia superficialità per non
essermi reso conto, finchè sono
stato libero, che insieme al
tempo che passa, scorre via
anche la vita.
-
Ah, quante altre cose avrei
potuto fare e non ho fatto!
-
Ma perché quando viviamo, siamo
così inconsapevoli?
-
Ma adesso non mi sento bene,
sono confuso, ho appena vomitato
il nulla che ho nello stomaco,
rischiando di imbrattare questi
foglietti. Forse la paura
fottuta che ho, mi sta facendo
impazzire e mi sta facendo fare
questi discorsi.
-
Ho perso anche la cognizione del
tempo e non so se la mezz’ora è
passata. Queste ultime righe le
ho scritte riprendendo in mano
la matita e rialzando la testa,
ma non so se sono svenuto o se
mi sono addormentato. Sono anche
due giorni di fila che non
dormo, sempre per non sprecare
il poco tempo che resta. Mi
pento già di non averlo fatto:
mi sto rendendo conto che la
vita è tutto un susseguirsi di
azioni sbagliate, che ogni cosa
che si fa, ogni decisione che si
prende e poi si attua, una volta
fatta, ha nel suo contrario, col
senno di poi, la risposta
giusta…
-
Oddio, rieccoli, sento che hanno
aperto la porta del corridoio e
vengono verso la mia cella.
Guardo fuori per un attimo.
Piove! Non me n’ero accorto. Mi
sono messo a sedere. Sono
entrati i soliti due, ma sento
che ce ne sono altri che
aspettano fuori. Ho chiesto solo
qualche secondo per chiudere
dignitosamente questi fogli,
come volevo facessero sempre i
miei studenti con le loro
composizioni e ho chiesto che
potessero essere fatti
recapitare a mia madre.
L’ufficiale mi ha risposto di
sì, guardandomi schifato.
Speriamo sia di parola.
-
Dunque, la vita è stata.
-
E chissà cosa sarà, dopo…
-
Visto come è finita, spero
niente, per il bene
dell’umanità.
-
-
-
6° PREMIO
(ex aequo)
Romeo Carmela Rita di
Roccalumera (Messina)
-
L'albero dei desideri
-
A Lari, una località
circondata dalla superba
campagna Fiorentina, appena
fuori Livorno, vive il giovane
Oliviero.
-
Oliviero è un ragazzo dai modi
umili e gentili, ma al tempo
stesso carismatici;
estremamente intelligente
rispetto ai suoi coetanei.
Il suo aspetto esteriore ben
si accompagna a queste sue
caratteristiche.
-
I capelli lisci e castani,
brillano di sfumature solari;
gli occhi color nocciola,
grandi e leggermente orientali,
nella loro limpidezza,
lasciano immaginare tutto
quello che
-
la vita nella sua interezza può
riservare.
-
Il suo carattere solare e
quella saggezza non comune
ai ragazzi della sua età gli
gli concedono la libertà di
conversare con chiunque e di
qualsiasi argomento.
-
All’età di diciassette anni,
Oliviero aveva deciso di
prendersi la responsabilità
della propria vita per
gustarla intensamente, nel
rispetto di se stesso e degli
altri, fuori da certi canoni
sociali. Fu così che
allontanatosi dalla famiglia
d’origine decise che da quel
momento, il Mondo sarebbe
stata la sua casa. Dopo aver
lasciato la Sicilia, nel corso
di pochi anni, spostandosi
continuamente da un posto
all’altro era riuscito a
raggiungere l’altro capo del
Mondo arricchendosi delle più
svariate esperienze.
-
“Io posso ritenermi soddisfatto
della mia vita. Ho visto tutto
quello che d’importante c’è da
vedere,” disse, un giorno
parlando con la sorella
maggiore, quando, dopo soli
cinque anni d’assenza tornò a
casa dalla propria famiglia. Il
suo percorso di viaggiatore
solitario durò ancora, circa
diciotto anni, durante i
quali si concesse il privilegio
di toccare ogni Continente.
-
Un giorno, durante un viaggio in
Toscana ebbe occasione di
alloggiare in una gioiosa
casetta, circondata da un
Giardino, sempre fiorito. Rimase
talmente colpito dalla bellezza
quel posto da sentirsi
quasi invitato a rimanere,
tanto che quella casa è
diventata da un po’ di tempo la
sua dimora fissa. Oliviero ha
accettato un lavoro come
guardiano di un piccolo Parco,
dove, l’attrazione principale è
un laghetto con dodici Cigni e
proprio della manutenzione del
laghetto e della salute dei
dodici Cigni che Oliviero si
occupa.
-
Nel Giardino che circonda
l’allegra casetta del
guardiano dei Cigni, un
maestoso Albero di Arance ne
completa l’armonia e dato che
durante tutto il corso
dell’anno, lo splendido
Aranceto rimane sempre fiorito
non perde occasione di
socializzare con gruppi di
bambini provenienti da ogni
angolo d’Italia. Sì, perché è un
continuo via vai di gente che
viene a visitarlo.
-
Da molti anni, ormai, si è
sparsa la voce che l’Albero
d’Oliviero abbia un non so che
di magico e per questo motivo
viene ancora oggi chiamato
“l’Albero dei Desideri.”
-
A chi gli chiede come mai sia
sempre così pieno di fiori e
frutti, Oliviero risponde:
-
- D’allegri pensieri, si nutre
l’Albero dei Desideri.
-
- I rami gentili dai mille
bagliori, sono vestiti di ciuffi
di fiori.
-
- Hanno i colori
dell’Arcobaleno, ognun di quei
fiori porta, sempre, il sereno.
-
- Scuotendo i rami, assai
lunghi e leggeri, ogni fiore
caduto realizza sempre i
-
tuoi Desideri.
-
- Un giorno fu l’Albero a
desiderare che per mancanza
d’Amore, qualcun non
-
lo facesse seccare.
-
- Ed ecco, all’improvviso,
lievemente cominciò a sussurrare
e chi guardava lo sentì
-
anche parlare.
-
Una Domenica accadde qualcosa di
molto singolare. Un gruppo di
Boyscout si trovò a visitare il
Giardino d’Oliviero ed il magico
Albero dei Desideri. Margherita,
Sandrina, Celeste, Mari, Pietro,
Davide e infine, Giovanni,
vissero un’esperienza davvero
indimenticabile. Quella
mattina, il Sole ormai, alto
nel Cielo giocando a far le
capriole, invitava ogni cosa al
risveglio. Persino l’Albero dei
Desideri, svegliandosi nel
Giardino fiorito, tese le
braccia verso l’alto in segno
di ringraziamento. La Luce
solare, penetrando tra le
foglie dei rami, arrivava fino
alle sue radici emanando
bagliori colorati che
richiamavano alla mente i
sette colori dell’Arcobaleno,
tanti quanti erano quella
mattina, i bambini venuti a
visitarlo. Qualcuno aveva
loro raccontato che
confidando all’Albero i
propri segreti, questi lo
avrebbe ricompensato
realizzando almeno uno dei suoi
Desideri. Così, basandosi
sulla storia che conoscevano
decisero di organizzare il gioco
dell’Arcobaleno.
-
Margherita, la maggiore tra le
bambine rivolgendosi ai suoi
compagni, disse:
-
“Amici, ognuno di noi scelga
il colore che vuole essere;
uniamo, quindi, le nostre
-
mani e formiamo un Arcobaleno
intorno all’Albero.”
-
Il saggio Oliviero, in
disparte osservava
silenzioso, il loro gioco,
come se fosse già
-
informato d tutti i passaggi.
-
- Io sono Margherita e di
violetto sono vestita.
-
- Io sono Sandrina ed è blu la
mia catenina.
-
Io sono Celeste e porto il
nome del colore che mi riveste.
-
- Mari io mi chiamo ed è il
verde che io amo.
-
- Pietro è il mio nome ed il
giallo è anche il mio cognome.
-
- Davide è il nome che porto
con coraggio e alle Arance ne
faccio omaggio.
-
- Il mio, invece è Giovanni e
l’energia del rosso mi nutre
senza danni.
-
Così, a turno i sette bambini,
cantilenando a mo di filastrocca
presentarono all’Albero il
loro gioco. Cominciarono a
scandire i loro nomi
accompagnandoli ai rispettivi
colori, mentre questi era
rimasto in silenzioso ascolto,
senza manifestare nulla di ciò
che i bambini si aspettavano.
Non riuscendo ad udire la sua
voce, decisero che forse era
maglio cambiare il loro
gioco. Ad un certo punto
come per incanto, qualcuno
parlò loro:
-
“Cari Amici, non è lodevole
abbandonare un gioco prima
ancora d’averlo cominciato.” I
bambini, sbalorditi, ma
altrettanto pronti a capire da
dove provenisse quella voce,
risposero con un largo
sorriso, gridando, tutti
insieme “Finalmente!!
Finalmente! ci ha risposto” e
nel farlo abbracciarono
l’Albero generosamente. La
giovane pianta, a turno chiamò a
se i sette bambini ponendo a
ciascuno la domanda che si
aspettava. La prima ad
essere convocata fu
Margherita che sin dal
primo momento aveva stabilito
col generoso Aranceto un
contatto immediato.
-
“Avvicinati Margherita!
Abbracciami forte! Appoggia il
tuo viso sulla mia corteccia,
alza gli occhi verso i miei
rami e dipingi su uno di
essi il colore dei tuoi
segreti. Ascoltate queste
parole, Margherita seguì
silenziosamente la voce che
la guidava. Allontanatasi,
infatti, d’alcuni passi
dagli altri bambini, in
punta di piedi, quasi
danzando, si avvicinò
delicatamente all’albero e
l’abbracciò; volgendo, poi, gli
occhi verso l’alto, immaginò di
colorare uno dei suoi rami col
colore che aveva scelto.
All’improvviso, mentre il
Sole irradiava di Luce le
Arance, da uno di quei rami,
una leggera pioggia di colore
violetto si depositò sulle
spalle di Margherita. In quel
momento, lo stupore fece da
padrone. Fu poi, la volta di
Sandrina. Lei, portava al collo
una farfalla, sostenuta da
una catenina di colore blu.
Sorridendo e saltellando,
Sandrina senza indugiare corse
ad abbracciare l’Albero. Il
loro, somigliava tanto ad un
incontro tra amici di vecchia
data. Una voce le sussurrò in
un orecchio “Ciao Sandrina”, la
tua catenina ha il colore del
Cielo notturno. Sensibile
com’era, lei, ai complimenti,
l’abbracciò più forte ed ecco
che da un altro dei suoi
rami, simile ad un volo di
farfalle, un ciuffo di fiori
blu si staccò per depositarsi
sui capelli di Sandrina, nelle
sue mani aperte per accoglierli
e ai suoi piedi. Con
l’espressione sognante di
chi ha appena vissuto una
fiaba, la piccola tornò dagli
altri bambini, soddisfatta
del suo incontro. Senza
pensarci due volte, Celeste e
Mari, si afferrarono per
mano e si precipitarono
insieme incontro all’Albero che
già le aspettava. Il loro
abbraccio era talmente
grande da riuscire a formare
un girotondo intorno al suo
tronco.
-
“Tu, Celeste con il tuo colore
rivesti il Cielo, e tu Mari lo
completi formando un prato
verde.” Mie care Amiche unendo
le vostre mani, si uniscono
anche i colori dei vostri
cuori, quello del Cielo e
del Prato. Sentendosi parte di
una creazione così grande,
manifestarono all’Albero la
loro stima facendo un ultimo
giro intorno a Lui. Da due dei
suoi rami, un’improvvisa
nevicata di colori
celeste-verde si depositò
intorno alle bambine che
ancora si tenevano per
mano. Se non fosse stato per
gli altri che le chiamavano
a gran voce, Celeste e
Mari sarebbero rimaste
avvinghiate al tronco
-
dell’Albero come con il loro
stesso Padre. Pietro, Davide e
Giovanni impazienti di fare la
loro parte si guardarono negli
occhi e corsero velocemente
verso l’Albero. I tre si
aggrapparono ad esso, chiusero
gli occhi e aspettarono di
sentirlo parlare, ma non fu
così, perché il loro
contatto avvenne in maniera
diversa. Mentre tutto
intorno era silenzio, i
bambini energicamente
avvinghiati al tronco
sentirono i loro cuori
battere all’unisono e un
gran calore attraversare i
loro corpi, come se il
giallo, l’arancione ed il
rosso mischiandosi
magistralmente avessero la
stessa energia del Sole.
“Spettacolo!! Meraviglioso!”
gridarono le bambine.
Magicamente si videro dei
ciuffi di fiori di colore
giallo, arancio e rosso
staccarsi lentamente dai rami e
combinandosi artisticamente
nella loro Caduta creare
delle sfumature di colore
da sogno. A questo punto
Margherita, Sandrina, Celeste,
Mari, Pietro, Davide e Giovanni
formarono un semicerchio di
colori intorno all’Albero e
sintonizzando i loro pensieri,
senza neanche rendersene
conto, Intonarono un
melodioso canto che seguendo
i Raggi di Luce che
attraversavano i Rami, dalla
Terra saliva fino al Cielo.
Sembrava di assistere al
passaggio da un atto Creativo
all’altro. Mentre i sette
note si combinavano con i
sette colori dell’Arcobaleno,
scelti dai bambini, queste
parole ne accompagnavano il
motivo:
-
- Questo noi ti chiediamo, di
seguirci dove andiamo.
-
- Il rispetto per Madre Natura
è una boccata d’aria pura.
-
- L’incontrarti in questo
posto ha rivelato ogni nostro
Desiderio nascosto.
-
- L’Amore che ci concedi
rinnova sempre quello in cui
credi.
-
- Ogni raggio di Sole che
attraversa i tuoi rami, dona
abbondanza a piene mani.
-
- Lo spazio a te concesso nel
Giardino d’Oliviero è un
appezzamento assai
veritiero.
-
- Di giorno di notte e in ogni
momento accoglie i bambini,
curiosi e in fermento.
-
- Hai voluto conosce i nostri
segreti per scoprire in noi
sette comuni Desideri.
-
- Margherita vuole nel Mondo
salvare, almeno, una vita.
-
- Sandrina, in ogni famiglia
vorrebbe veder sbocciare
l’Amore, ogni mattina.
-
- Secondo Celeste dovremmo
tutti avere l’umore del colore
che la riveste.
-
- Mari che del verde fa il suo
vanto, nel cuore di ognuno
vorrebbe sempre viva la Speranza
come un Canto.
-
- Per Pietro sarebbe cosa
salutare, in ogni situazione non
tirarsi mai indietro, ma
piuttosto avanzare.
-
- Davide a cui sempre una
Stella sorride vorrebbe
cancellare dal Mondo tutto ciò
-
che divide.
-
- Giovanni vorrebbe, invece,
liberar il mondo dai suoi mille
affanni.
-
In un modo o nell’altro, i
bambini e i colori
dell’Arcobaleno erano diventati
per gioco i protagonisti di
una storia, il cui
palcoscenico era stato il
Giardino d’Oliviero e il
personaggio principale
l’eterno “Albero dei
Desideri.” Oliviero che fino
a quel momento aveva
taciuto, finalmente, prese la
parola e fattosi avanti
cominciò a distribuire loro
delle piccole Perle di saggezza.
Si sedette, infatti, ai piedi
dell’Albero riunendo intorno a
sé i bambini e memore di
esperienze, ormai, lontane
nel tempo, Proseguì dicendo:
“Quando avevo ancora la
vostra età vivevo in un
paese che si affaccia sul
mare. Mi bastava attraversare
il giardino della mia casa
per ritrovarmi direttamente su
un lungo fazzoletto di
spiaggia, allora incontaminata.
L’acqua cristallina del mare col
suo costante scrosciare,
durante l’estate, ogni giorno
mi chiamava a sé con fare
quasi materno e protettivo.
Nell’attraversare il vialetto
che mi conduceva al mare,
mi ritrovavo ad essere
scortato da poderosi alberi
di limoni che silenziosamente
sussurravano al mio orecchio:
-
- Mio piccolo Oliviero,
corri al mare seguendo il
sentiero, tornando a casa dopo
il Mare non devi mai
dimenticare, di rivolgere,
sopra i nostri rami, l’ultimo
saluto al Sole che oltre il
manto collinare si prepara a
tramontare.
-
- Prima di uscire domani
mattina, saluta il Sole dopo la
brina. Comincia a raccoglierne
il calore che durante il giorno
ti scalda il cuore. Con la su
lucei nostri rami sono il tesoro
di domani.
-
- Quando nei giorni di pioggia
non riesce a spuntare, al suo
posto, qualcuno deve sempre
brillare, per questo col ritorno
del sereno arriva sempre un
grande Arcobaleno. Assai leggero
come un velo, unisce la Terra
con il Cielo.
-
- L’armonia di suoi colori
somiglia a quella di tanti
fiori; raduna sempre adulti e
Bambini colmando d’Amore i loro
curicini. Protegge il Mondo
sotto la sua calotta e
rasserena gli animi che non
trovano la rotta. Nello stupore
di chi lo ammira svanisce
leggero prndendo la mira.
Ogni giorno tornando dal mare,
l’idea di riattraversare il
vialetto dl giardino di casa,
accolto dai sussurri degli
alberi di Limoni, dava alla mia
vita un significato
particolare. Riuscivo a vedere
l’interno del loro articolarsi
verso l’alto, fino a
Raggiungere i loro rami e
decorarli per finire con i
mediterranei limoni, simili
per Colore, al Sole alto di
Mezzogiorno. Oliviero da bambino
intelligente, attnto a tutto ciò
che lo circondava e predisposto
ad un particolare modo di
sentire aveva scoperto di
percepire la vita in tutte le
cose. Quando Oliviero finì di
raccontare, senza bisogno di
chiedere nulla ai bambini,
disse:
-
“Adesso, tutti insieme,
riuniti sotto questo nobile
Aranceto avete la possibiltà
di realizzare i vostri
Desideri.”
-
I piccoli Scout, dopo avere
ascoltato attentamente, le
parole di Oliviero, si
resero conto di avere già
realizzato i Desideri di cui
parlava l’Albero, nel momento
in cui erano riusciti a sentire
la sua voce sussurrare ai loro
cuori.
-
7° PREMIO
Barberi Iago di Medolla
(Modena)
I favolosi sixpence
-
Delle tradizioni musicali del
Paese si faceva fatica a trovare
qualche traccia significativa.
-
Per dirla.
-
La
banda sembra si fosse sciolta
agli inizi del ‘900.
-
Nei decenni successivi, le
cronache paesane non facevano
menzione di talenti musicali.
-
Bisognava arrivare alla fine
degli anni ‘50.
-
Un
chitarrista.
-
Bravo.
-
Oltre a suonare
professionalmente in un gruppo
che girava un po’ tutte le
balere della zona, curava
l’accompagnamento musicale a una
serie di spettacoli
pseudo-teatrali tenuti di tanto
in tanto al Teatro
Facchini come momento di
aggregazione paesana.
-
A
volere esagerare, si potevano
annoverare ancora un paio di
organisti allasperainDio
preposti ad accompagnare le
Messe di Natale e Pasqua, e a
cavare dalle canne dell’organo
malandato della chiesa dei
rantoli che, coppie di sposi nel
pieno del fervore estatico del
momento, riuscivano a
riconoscere come l’ “Ave Maria”
di Schubert.
-
Nient’altro.
-
Ma
i tempi stavano cambiando.
-
I
mitici sixties stavano
arrivando con il loro vento di
fronda innovatore.
-
-
Si
era ormai alla fine del
decennio.
-
A
Chico venne regalata una
chitarra come premio della
ottenuta promozione.
-
Una Eko acustica, di non
particolare pregio.
-
Ma
rappresentò un scintilla nel
Paese.
-
Diversi giovani coetanei
decisero di seguirne le tracce.
-
In
poco tempo fu chiaro che il
verbo di Segovia aveva trovato
dei discepoli.
-
…e
che discepoli.
-
Tutti rigorosamente autodidatti,
seguaci del metodo ‘a orecchio’,
questi aspiranti chitarristi
iniziarono a penetrare gli
arcani segreti degli accordi
musicali.
-
Passarono alcuni mesi.
-
Impiegati, più che altro, a fare
i ‘calli’ alle dita, per evitare
di dovere interrompere le prove
per il dolore che le corde
procurano sui polpastrelli.
-
Ma
il fato incombeva.
-
A
quattro, fra quelli che si erano
maggiormente frequentati nella
fase di apprendistato, venne
l’idea di dare vita a d un
complesso musicale.
-
Si
pose immediatamente un problema
di assegnazione dei ruoli: tutti
gli interessati si stavano
impegnando a suonare la
chitarra, ma Crosby, Still, Nash
& Young erano ancora lungi
dall’essere conosciuti e si
imposero delle scelte.
-
Chico, in quanto precorritore e
soprattutto perché era il meno
peggio alla chitarra, rimase
titolare dello strumento a sei
corde.
-
Jo
“Visioni” (da una canzone dei
New Trolls di cui era fanatico),
a condizione di potere avere uno
strumento simile a quello di
Paul Mc Carteney, si dichiarò
disponibile a provare il basso.
-
Andrea “Mano di ghisa”
(logicamente riferito
all’agilità e peggiorativo del
non già complimentoso “Mano di
pietra” affibbiato all’allora
mitico organista delle Orme ,
Pagliuca) era l’unico che aveva
seguito qualche lezione di
pianoforte, per cui fu
inevitabile il passaggio alla
tastiera.
-
Da
ultimo si stabilì che Omar “Bum
Bum”, a cui veniva riconosciuto
un innato senso del ritmo, si
sarebbe prodigato alla batteria.
-
Stabiliti i ruoli, si poneva il
problema della strumentazione.
-
Iniziò un dramma.
-
Tutti studenti, squattrinati
come pochi, mettere insieme un
po’ di attrezzatura che sapesse
di decoro fu un’impresa.
-
Ma
con inventiva, spirito di
abnegazione, risparmi sulle
paghette, già di loro
particolarmente parche, qualcosa
acquistando, qualcos’altro
prendendo in affitto, la nuova
band fu equipaggiata.
-
Mentre la situazione si andava
evolvendo, i componenti del
gruppo decisero che non era
comunque il caso di perdere
tempo: si sarebbe suonato
assecondando il principio
aiutaticheDiotiaiuta .
-
Al
giorno d’oggi parlare di
concerti unplugged è
diventato di uso corrente, anche
fra i cultori di musica non
particolarmente ‘iniziati’.
-
Ma
in quella serata
di inizio Giugno, con un caldo
‘maiale’ opportunamente
drammatizzato da uno di quei
tassi di umidità al
centottantapercento che solo
nella bassa padana è possibile
trovare, si verificò un evento
musicale rivoluzionario.
-
La
ormai mitica Eko nelle mani di
Chico, un’altra chitarra,
ugualmente scarsa, con le corde
molli per ottenere effetti da
basso affidata a Jo, una
tastierina ad unottavaemezzo
che Andrea aveva
vergognosamente sottratto al
cugino di tre anni, numero
quattro fustini Dash segati a
varie altezze per avere suoni
diversi affidati al batterista,
partorirono i primi gemiti
musicali del gruppo.
-
E
vista la modestia dei mezzi a
disposizione, se non era un
complesso da quattro soldi,
di sicuro lo era da pochi
pennies, tanto per darsi un
tono internazionale, e fu
individuato il nome: i SIXPENCE.
-
Le
prime prove ufficiali vennero
effettuate verso la fine
dell’anno scolastico nella
taverna del tastierista;
essendo evidente che il livello
qualitativo degli strumentisti
era assolutamente scarso, i
componenti furono d’accordo nel
teorizzare che, dove non poteva
la qualità del suono, avrebbe
sopperito la quantità.
-
Ai
volumi altissimi venne pertanto
delegato il messaggio di caos
assoluto del gruppo.
-
Che venne accolto benissimo dal
vicinato, le cui vibranti
proteste obbligarono presto il
complesso a cercare una nuova
sede per le prove.
-
Individuata in tempi abbastanza
solleciti in un isolato casolare
di campagna che un prodigo
benefattore del Paese mise a
disposizione.
-
Risolto il problema della quiete
pubblica, gli unici che si
poterono godere i progressi
della band nella fase iniziale,
furono gli animali domestici
alloggiati nel fienile del
casolare.
-
Non mancò neanche il sorgere di
leggende paesane che
raccontavano di galline che
avevano smesso di ovificare per
alcuni mesi e di una covata di
conigli venuti al mondo con
orecchie più corte, nel
verosimile tentativo di limitare
gli effetti del sound del
gruppo.
-
Si
andava logicamente definendo il
repertorio, impasticciato tra
l’italico genere melodico, buono
comunque per ogni stagione, e
gli aneliti psichedelici dei
Vanilla Fudge di ‘Some velvet
morning’ , gruppo statunitense
approdato ad un noto concorso
musicale in quella stagione.
-
Sul finire di Luglio i
componenti della band decisero
di interrompere le prove: chi
doveva andare al mare, chi ai
monti, chi si era iscritto alla
raccolta della frutta…..
-
Jo
la fece grossa.
-
Non si sa se ammaliato
dall’ambizione di gloria, o
esaltato da un prospettato
compenso di bendiecimilalire
, aveva accettato
un’esibizione del gruppo in
qualità di ospite d’onore ad una
festa popolare che si sarebbe
tenuta a giorni.
-
A
metà di Agosto il Paese era
tappezzato di manifesti in ogni
dove.
-
La
festa sarebbe stata organizzata
all’Arena Vallechiara ,
un ex dancing estivo, che a quel
tempo veniva per lo più
utilizzato per manifestazioni
partitiche, ma che in passato
aveva beneficiato di una certa
notorietà.
-
Vi
avevano calcato il palcoscenico
cantanti come Claudio Villa,
Celentano, Mina, e, in tempi
successivi, nel periodo dei
‘capelloni’, diversi complesi
beat come i Renegades, i Sorrows
di “Mi si spezza il cuore”, che
in Paese avevano lasciato un
ricordo più per l’olezzo
decisamente pesante che avevano
lasciato come scia durante una
passeggiata lungo i viali, che
per le virtù musicali.
-
Cribbio! Le tavole del palco,
cariche di cotanta gloria,
avrebbero assistito
all’iniziazione della prima rock
band del Paese.
-
La
sera del debutto, l’anfiteatro
riservato allo spettacolo era
stracolmo: il tam tam
pubblicitario aveva funzionato
alla grande.
-
L’emozione dei componenti il
gruppo era palpabile.
-
Chico, che nel suo trascorso
artistico vantava solo una
presenza nel coro alle scuole
elementari, tra l’altro con
risultati disastrosi, soffriva
di una sudorazione alle palme
modello cascate del Niagara al
punto che la tastiera della
chitarra gli scivolava
letteralmente via dalle mani.
-
Jo
andava in continuazione avanti e
indietro dalla toilette.
-
Andrea si era recato in chiesa
ad accendere una candela di un
metro, mentre Omar “Bum bum”
aveva delle visioni mistiche con
protagonista San Teopompo che
suonava i timpani nella banda
del Paradiso.
-
Alle ventidueinpunto la
band salì sul palco aggredendo
la platea col il pezzo dalle
intriganti atmosfere
psichedeliche ‘You keep me
hangin’ on’ (versione dei
Vanilla!!)
-
Purtroppo le canzoni che il
gruppo aveva potuto mettere a
punto si contavano sulle punte
delle dita di una mano.
-
I
componenti si erano premurati di
provare una serie di
‘stacchetti’ da inserire come
momento di passaggio fra un
pezzo e l’altro in modo da
allungare i tempi della
performance.
-
Fatto sta che in poco tempo
erano stati bruciati quattro
brani e relativi intermezzi e
restava una buona mezz’ora di
spettacolo da portare avanti.
-
Un
rapido cenno d’intesa e fu
inevitabile che il riff di
‘Satisfaction’ dei mitici
Rolling, inizialmente previsto
per una durata di un paio di
minuti, si dilatasse a
dismisura.
-
Fu
un’orgia di rumori, dapprima
lineari, poi sempre più sporchi;
il suono della chitarra
contaminato, fracassato, da un
distorsore fabbricato ad hoc da
un tecnico amico, mandava
rantoli lancinanti e acidi,
forse mai raggiunti neanche dal
geniale Jimi Hendrix.
-
Andrea “Mano di ghisa”, che si
era assicurato uno whaw-whaw,
imperversava con sonorità che
l’ingegnere Moog avrebbe fatto
sue nella realizzazione dello
strumento che prende da lui il
nome.
-
Qualcuno fra il pubblico
cominciava a dare segni di
panico.
-
Arrivò in soccorso l’ultimo
pezzo, il classicheggiante
‘Sonata al chiaro di luna’ di
beethoveniana memoria che, pur
eseguita in una versione
para-rock, servì a
tranquillizzare le genti.
-
Il
successo presso il pubblico
giovanile fu scontato.
-
Il
giudizio delle persone più in
età fu riassunto nel commento
del sindaco presente alla festa.
-
“A
si brev, ma an gho capii gnint”.
(= Siete bravi, ma non ci ha
capito niente)
-
Ma
il ghiaccio era stato rotto.
-
Dopo poco più di un mese arrivò
una nuova proposta: si trattava
di suonare in un paese vicino in
occasione della Sagra.
-
Le
cose si erano nel frattempo
andate evolvendo; il gruppo
aveva ripreso le prove e deciso
di rendere più nazional-popolare
il repertorio, introducendo
canzoni di Lucio Battisti, i
Pooh, e altri interpreti
conosciuti e in voga.
-
La
concessione procurò un successo
notevole presso il numeroso
pubblico presente, nonostante
qualche inghippo verificatosi
durante il concerto.
-
Ad
esempio la band si disunì
nell’interpretare un pezzo che
venne inopinatamente interrotto
a metà.
-
Avendo però quell’anno Celentano
fatto qualcosa di simile al
Festival di San Remo, il tutto
venne considerato parte dello
spettacolo e la cosa finì lì.
-
In
autunno i Sixpence parteciparono
ad una specie di concorso canoro
che si teneva in un paese nei
paraggi.
-
Si
trattava di eseguire un brano
ripreso dal Festival di San Remo
dell’anno in corso, mentre uno
era lasciato alla libera scelta
dei partecipanti: la band tirò
fuori tutto lo spirito
rocchettaro di cui disponeva,
torturando il pezzo “Gipsy”
degli Huriah Heep.
-
Fu
l’ultima esibizione del gruppo.
-
In
una notte nebbiosa di fine
Novembre, di ritorno assieme ad
alcuni amici da una serata di
festa, Omar “Bum Bum”raddrizzò
in auto la curva di una strada
di campagna andandosi a
schiantare nel piantone del
volante in fondo al fossato.
-
Fu
la fine anche dei Sixpence.
-
Un
finale amaro, tragico.
-
Neanche troppo dissimile da
quello di tanti protagonisti del
mondo musicale….….rock e
maledetto.
-
-
SULLA
PREMIAZIONE
-
7°
PREMIO
MECENATE
|
|