VINCITORI SEZIONE PROSA-NARRATIVA

8° Premio Internazionale di Arte

Mecenate
 ORGANIZZATO DA

GIURIA
MEMBRI DI GIURIA D’ONORE: Aurelio De Rose e Luciano Bigazzi.
La Commissione di Giuria del Premio Mecenate sezione PROSA-NARRATIVA è la seguente:
prof. Massimiliano Badiali (Presidente), prof.ssa Isabella Forgione, Irene Sparagna, Mauro Montacchiesi,
Antonio Sangervasio, Salvatore Giorgio

IL GIUDIZIO DELLA GIURIA E’ INSINDACABILE

 

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      VINCITORI

 

1° PREMIO

Caruso Carlo di Roma

Labirinto a ritroso

MOTIVAZIONE CRITICA: E' il racconto compiuto della nausea che quasi sartrianamente si impadronisce del narratore che non distingue tra l'io e il magma nauseabondo, così che tutto l'universo sensoriale diviene un dedalo a ritroso.
Stamani provo uno strano senso di soffocamento e non vedo la luce che, alle prime ore del giorno, solitamente fluisce dalla finestra della mia stanza. Cerco di alzarmi dal letto ma un peso terribile mi schiaccia le membra doloranti di fratture; provo a sollevare le braccia che sembrano lentamente ricomporsi, mentre pian piano la coperta del mio letto, pesante tonnellate e pungente di spigoli appuntiti, si va sollevando e alleggerendo. Tutto si va gradualmente liberando, anche il mio volto sporco di terra  e di cemento ritorna liscio e fresco mentre una fiumana di detriti, di cemento e di tegole che mi trovavo addosso, scorre via dalla mia stanza, sale verso l’alto, esce dalla finestra e libera la luce del sole, mentre io mi sto muovendo ALL’INDIETRO. Procedendo all’indietro mi avvicino al divano dove trovo gli abiti gettati in disordine e mi vesto, all’indietro infilo le scarpe e sempre a ritroso scendo le scale, come se conoscessi a memoria quei passi, in un film che gira perfettamente al contrario. All’indietro esco da una povera casa dalla facciata di calcinaccio sporco e scrostato che mostra vistose crepe e logore macchie di umido, mentre altri inquilini in silenzio e a ritroso, salgono su vecchie biciclette e automobili usurate, e le madri conducono bimbi, a ritroso, verso fatiscenti scuole di periferia.
Sui cartelli pubblicitari leggo a ritroso, da destra a sinistra, raccomandazioni per la raccolta differenziata della spazzatura e le notizie della prossima conferenza sulla solidarietà verso il Terzo Mondo promossa dall’Associazione della gente Beninvista e quasi non vedo la buca sulla strada del quartiere, che mi avverte della sua presenza per il puzzo di fogna che emana; intanto i lavori sono fermi da mesi. Più avanti – o forse dovrei dire più indietro, visto che cammino al contrario – ci sono i cartelli che segnalano la presenza di una palazzina chiusa perché abusiva e pericolosa per gli abitanti, una palazzina sfortunata, visto che anche la mia è abusiva ma al proprietario che ne ha diverse -  di palazzine abusive-, non dice niente nessuno. Dando le spalle alla meta, mi affretto verso il mio lavoro (temporaneo): non faccio fatica a camminare all’indietro, come se mi guidasse la memoria del corpo. Tra poco scadrà il mio contratto, ma oggi vedo sul calendario elettronico di una pubblicità che mi sono sbagliato di un giorno, perché è il 30 gennaio, mentre credevo che fosse il 31.
Ma per la strada mi blocca una manifestazione di precari inquilini assegnatari di alloggi terminati ormai da dieci anni; quegli appartamenti non possono essere consegnati perché, dice il Comune, mancano ancora le rifiniture e gli infissi, in quanto i soldi sono finiti in corso d’opera.
Il Comune ha utilizzato tutti i soldi dell’appalto e ne ha chiesti e ottenuti anche altri, ma non c’è stato verso: i costi sono lievitati oltre ogni limite, poi tutto si è fermato, con le case - quasi - finite.
E adesso, passando – all’indietro – di lì, vedo quelle palazzine con le finestre vuote e le facciate piene di scritte, i piani bassi ricettacolo di rifiuti, siringhe e materassi luridi lasciati da occupanti occasionali.
Il mio percorso retrogrado mi conduce alla Regione, dove insieme con altri lavoratori precari debbo svolgere del lavoro lasciato inevaso dai sonnolenti impiegati: si tratta di istruire pratiche per l’erogazione  di spese inerenti forniture ospedaliere e opere edilizie. In diciotto lavoriamo in una stanza al pianterreno corrispondente per dimensioni a quelle del primo piano che ospitano solo tre impiegati.
Scende il Direttore Generale che minaccia per tutti l’immediata risoluzione del contratto se non gli sbrighiamo almeno mille pratiche al mese. Gli impiegati-satrapi non ne hanno concluse neppure un centinaio in due anni, ma per loro è diverso: sono parenti, amici, amanti, parrocchiani  “di” Qualcuno che nessuno sa o che non vuol sapere. E poi, il loro è un contratto a tempo indeterminato. Aleggia per tutta la Regione il silenzio dei computer inattivi sulle linde scrivanie degli impiegati, rotto solo dal loro vociare intorno alle macchinette del caffè che lavorano – loro sì – a ritmo forsennato.
Un fascicolo che torna a riaprirsi tra le mie mani mostra improbabili cifre “gonfiate” destinate per l’acquisto di aree pubbliche o per lavori di urbanizzazione valutati almeno tre volte il loro valore (sono un valido ed esperto geometra disoccupato!).
Per di più, per il ritardato il pagamento il contratto prevede un elevato tasso di interessi moratori. Vado a cercare i moduli da riempire per disporre i pagamenti, ma l’armadio è chiuso e l’impiegato consegnatario delle chiavi è in malattia. L’impiegato-aguzzino di turno mi redarguisce: dovevo pensarci prima a farmi dare i moduli!
Finalmente, in un archivio sommerso di polvere, trovo i sacri moduli che mi consentiranno di non perdere il mio precario obolo mensile. L’armadio sul quale sono appoggiati quei fogli quasi mi travolge, lacerandomi il maglione e la camicia coi suoi spigoli taglienti, giungendo a minacciare la mia spalla.
Faccio i calcoli: per un lavoro di illuminazione pubblica che potrà ammontare a trentamila euro, ne stiamo pagando centodiecimila!
Guardo la pioggia che risale in alto, dalle pozzanghere al cielo, una pioggia che ha invaso i cortili, il parcheggio, che ha riempito il lastrico che fa da tetto ai piani superiori. Accanto ai termosifoni, il pavimento mostra ampie macchie di umidità che trasuda abbondante. Il complesso ha solo quindici anni, ma la manutenzione è inesistente; nessuno provvede e tra poco le spese per le riparazioni lieviteranno alle stelle.
Butto uno sguardo sul giornale: leggo – sempre da destra a sinistra – che un uomo è morto durante un’operazione per l’improvvisa mancanza di corrente che alimentava il respiratore. La batteria era vecchia e priva di manutenzione: niente soldi per una batteria nuova, niente soldi per nuovi macchinari di emodialisi, niente soldi per nuovi posti letto.
Si riaccende la luce che era mancata: succede sempre da quando è stato rimodernato l’impianto elettrico alla modica cifra di cinquecentomila euro.
Leggo un’altra notizia a piè di pagina: un vice questore è stato denunziato per avere regalato un suo foglio intestato – valore venale zero -  a un bimbo malato di leucemia che voleva raccogliere i fogli intestati di persone importanti per realizzare un suo piccolo primato.
Passa il Direttore Generale con la sua testa di rapace, l’occipite aguzzo, i capelli dritti sulla testa e lo sguardo immobile che grida contro una mia collega che ha portato con sé il figlio che non sapeva a chi affidare. Il piccolo piange. Il gaglioffo ritorna nei piani alti, là dove si decidono le spese dissennate, là dove si lesina la fornitura di macchinari indispensabili per la vita delle persone, là dove gli impiegati satrapi sbadigliano per la loro olimpica noia, e intanto mangiano una spropositata quantità di risorse vitali. Le lacrime mi risalgono a ritroso dalle guance sino agli occhi e mi dirigo a passo di gambero verso le scale, con sicurezza, come se avessi già fatto quel percorso: questo pensiero mi spaventa un po’. Ho paura ma devo salire, salire, e poi procedere retrogrado verso la porta chiusa del Direttore. Entro - a ritroso - nella grande stanza e pronunziando parole al contrario, maledico quella testa di rapace dagli occhi vuoti e cattivi, gli urlo la rabbia per tutti quegli IDLOS ITACERSP (= soldi sprecati), per quelle spese dissennate, e ancora maledico il Comune e la Regione per quelle case popolari sfitte mentre la notte i barboni muoiono di freddo o bruciati da giovani pazzi e annoiati e mentre urlo e maledico e piango nel mio strano modo – le lacrime invece di scendere risalgono verso i canali lacrimali – quel Direttore Generale si gonfia di rabbia, assume un irreale e spaventoso colore rubizzo e SI ALLARGA, SI SDOPPIA, si moltiplica in miriadi di figure sconvolte e deformate da collera furibonda e da urla ossessive. Uno, cento, mille, miliardi di demoni che sbavano affamati e rossi di rabbia, di odio insaziabile, che rotolano come una valanga urlante ed io sono afferrato in quella massa che frana IN AVANTI inesorabile; la Clessidra dell’Universo è d’improvviso voltata e vomita verso il basso tutta la massa di materia che mi avvolge, tutte le persone e il mondo circostante; la massa schizza IN AVANTI risucchiata in una corsa istantanea e anch’io crollo e corro, scorro, scivolo IN AVANTI, frano accelerando come una valanga che piomba da una montagna ripida, scoscesa, sono sommerso in un vortice di terra  e di maledizioni, sempre IN AVANTI, dalla Regione alla strada, e passo vertiginosamente davanti ai palazzi popolari senza vita, corro oltre la fognatura rotta e alle case requisite e sono scagliato nella mia casa, nel mio letto, sotto a una massa di detriti, nella mia casa fatiscente che MI E’ CROLLATA ADDOSSO, così come mi sono crollate addosso le follie, gli sprechi, le omissioni, le truffe di migliaia di ladri. Mi ritrovo sepolto sotto l’odio, la pigrizia, l’ambizione, la fame di denaro che mastica le risorse vitali, sto morendo sotto al crollo della mia povera abitazione e sotto la dimenticanza di tutti, muoio sotto l’oblio e la mancata destinazione di soldi e di mezzi per farci vivere, mentre sento che sopra di me si muovono delle persone che scavano e sollevano i detriti che mi opprimono. Pian piano riesco a stendere le braccia doloranti.
Forse, si ricomincia tutto da capo.                   

2° PREMIO

Romeo Rita Carmela di Roccalumera (Messina)

Esmeralda e la casa bianca

MOTIVAZIONE CRITICA: Una fiaba rivissuta con un linguaggio mitico-fabulistico, a tratti orfico, in cui il lieto fine è circolarmente legato all'incipit stesso del racconto.

 

 


3° PREMIO

 Fabilli Ferruccio (Ferrù d'Effe) di Cortona (Arezzo)

Fine dell'incantesimo sull'isola

MOTIVAZIONE CRITICA: La spietatezza della pena di morte e la tematica della violenza vengono sceverate attraverso una tecnica di narrazione poliedrica e romanzesca.
 
<<Scrivi: Lettera di un condannato a morte…>>
<<Esagerato! E’ la lettera di un porco destinato al macello, dettata a un povero malato mentale!>>
<<Per la gente, sono salsicce, prosciutti, salami, culatelli, capicolli, fegatelli…, ma per te  - vecchio mattacchione mio - compagno di un’avventura di un anno, o no?>>
<<Di più! Di un’incredibile avventura in quest’Isola, quasi deserta, incantata; più che da un fratello: ho imparato a provvedere al cibo, a ripararmi dal freddo, dalla pioggia; ogni giorno abbiamo fatto tanti passi fianco a fianco!>>
<<Perciò, scrivi: Lettera di un condannato a morte.
Ricordo la notte di tempesta. Tuo padre disperato per la malattia che uccideva tutti - uomini e animali -, di soppiatto, ci pose amorevolmente in una barchetta nel giuncheto, spingendoci al largo; nella speranza che saremmo approdati in un lido incontaminato dal Male. Giovane folle, che la gente diceva affetto da autismo, terrorizzato, mi stringesti da soffocare: povero lattonzolo da poco divezzo.
Spinti dal vento e dalle correnti ci trovammo catapultati in un groviglio di pietre taglienti e radici di piante palustri. Metà della tua pelle rimase attaccata agli spunzoni.
La vidi brutta: “Questo muore dissanguato o di febbre infettiva!”.
Fortunati:di fronte c’era la casetta della dolce soccorritrice. Ancora non ho capito: se bambina cresciuta o  donna poco sviluppata.
Abituata a quegli interventi: ti trascinò al caldo di un camino accesso, ti unse con unguenti emostatici e anestetici, poi servì parte del suo minestrone di pesce e verdure: che prelibatezza! In quel caso, dalla cotica dura, me la cavai con pochi graffi che neppure si notavano: confusi nella ciccia rosea.
Al contrario di noi due, spinti al largo dal tuo adorato padre – chissà se già colpito dal Male? -, la bambina/donna fu dimenticata dalla folla dei popolani in fuga. Per nostra sorte!
Frastornata, ancora non si  capacitava del fuggifuggi precipitoso.
Avrei voluto spiegarle del grande Male: ragione dello sconvolgimento mentale della gente; da far dimenticare una persona, come un peso inutile.
Ma cavolo, come potevo comunicare? L’unico a capirmi sei tu, che parli da schifo: “bobo, baba, hamm, humm,…”. Intendere i tuoi borbottii è un’impresa difficile – con tanta pazienza - riesce solo ai pochi che ti amano.
A notte fonda, calmata la tua agitazione, il bruciore delle ferite, la tensione, la generosa fatina si presentò: “Mi chiamo Irma”.
A noi due tonti, ci battezzò: a me “Ciccio” – non ero grasso come ora; la mia sventura! – a te “Arti”, diminutivo di Arturo. Chi sarà stato l’Arturo a ispirarla? Il padre, uno zio, il prete? Boh!
Anime perse; vertebrati in difficoltà, ci legammo da un vincolo affettuoso.
Un trenino, che si muoveva agli inviti dello zuccherino in gonnella.
Mascherava il magone di persona abbandonata, occupando tutto il tempo da mattina a sera: a raccogliere legna, verdure commestibili, a mettere lenze per acchiappare pesci, a pulire la casa, a tenere in ordine i campi e l’oliveto.
Saliva rapida su e giù per l’erta collina; dalla sommità implorava con lo sguardo l’arrivo di qualche buona anima diretta all’Isola.
Nel pianoro brullo, a fianco della chiesta del Salvatore, era solita allargare le braccia e invitarci a fare un giro su noi stessi, guardando l’orizzonte.
Sospesi in aria. Le fresche brezze ci riempivano i polmoni, volavamo come uccelli, senza sentire il peso dei nostri corpaccioni.
E quella sera che ci ubriacammo con Irma, con l’ultima bottiglia di rosso rimasta?!... A te bastò un bicchiere, a me un paio di cucchiai; la ragazza con un paio di gotti si trasformò da Biancaneve in allegra baccante.
Salimmo allegramente allo spiazzo del Salvatore, spingendoci e facendoci sgambetti, come ragazzini sguaiati, dopo una lunga mattinata costretti sui banchi di scuola.
Con i zamponi all’aria, la mia pancia segnata dalle due file di sterili capezzoli, sembravo un tozzo signorino col panciotto bottonato: che spettacolo!
Irma, ci fece stendere sul prato per ammirare il cielo stellato: Orione, le Orse Maggiore e Minore, la via Lattea, i Mercanti, il Carro… Eri così fatto d’alcol che volevi acchiappare il Carro, brandendo le mani in aria, gorgogliasti: “harroo hhio, harroo hhio”… “Il Carro è mio!”. Puntando quella costellazione, scivolasti. Per trattenerti, ruzzolammo tutti e tre, trascinandoci ubriachi lungo i campi erbosi resi viscidi dalla rugiada; fino sopra i ruderi della chiesetta del s. Leonardo. Dove un tempo fu trovato un impiccato!
Quando Irma ci raccontò quella storia,  terrorizzati – come se avessimo visto l’impiccato a penzoloni – a gambe levate, il cuore in gola, ci trovammo chiusi in casa, felici, ma follemente scossi, a smaltire l’emozioni della serata! 
Per un anno non ci furono avvistamenti.
Sarebbe stato meglio per me: se nell’Isola fossimo rimasti, per sempre, soli, noi tre, e qualche sparuto coniglio!
Noi due naufraghi ci rendemmo utili: se c’era da cercare tuberi commestibili, funghi o altre leccornie date spontaneamente dalla terra, la bambina/donna si fidava di me. Alla fine imparai anche ad acchiappare i pesci.  Nascosti tra le cannucce a riva, pensavano di essere invisibili; ma ragazzi, il maiale non è stupido, una volta capito il concetto, si ingegna!
Se c’erano da alzare pesi,  interveniva la tua forza.
A fare le faccende sei sguaiato, ma non ti faceva pensiero sollevare i pesi  nei lavori faticosi, vero Arti?  Tanto ormai chi glielo dice a questi che non ti chiami Arturo, ma Osvaldo!
Anche sotto tortura - come sarà prima di sgozzarmi - che altro potrei dire se non “hiiiii!” dal dolore, o “grun, grun”, quando sono tranquillo, come ora? So che tuo padre ti chiamava “Osvaldo”; ma con me morirà  questa verità! … Fosse solo questo il guaio!?…Così come ricordo che di te dicevano: “Poveretto, gli manca la ragione!”.
Certo, la forza della “ragione” è importante: gli uomini ci hanno sottomesso gli animali e i loro simili. I più forti e scaltri condizionano i destini degli altri.
Ragione… razionale? A noi bestie la  natura ha concesso poca ragione, quel tanto che basta per vivere.  Però abbiamo conservato la capacità di vivere liberi, che, con alterigia,  l’uomo definisce “stato brado”. Una condizione difficile. Ma chi tra noi - animali o uomini - è più felice, a disporre della sua vita e morendo ha meno rimpianti?
La ragione è un’arma potentissima, di cui noi animali abbiamo solo accenni; ma quanta sofferenza è capace di infliggere all’uomo?! La razionalità offre all’uomo – teoricamente - una gamma infinita, a noi sconosciuta, di scelte, per compiere la vita. Ma con noi animali la vita sulla terra potrebbe durare all’infinito, mentre l’uomo, con prepotenza ed egoismo, sta distruggendo ogni giorno  pezzi di natura.
La ragione, perciò, è una qualità degli uomini da non invidiare. Il loro cervello evoluto – spesso - è fonte di infelicità.
Mentre la volontà di essere felici, che accomuna gli esseri viventi, è una qualità che va difesa. Spetta al destino di ognuno fare il resto.
Siamo stati un gruppo affiatato, guidato dalla reginetta alla quale ti lascio in custodia.
Vedi di volerle bene e non terrorizzarla con  quelle tue uscite incazzose da fuori di testa!
Quando avrai bisogno di qualcosa, stalle vicino, insisti: falle due palle; calmo e dolce.
…Mi pare già entrata nelle tue lunghezze d’onda.
Così come ci mise tempo a  intuire che non eri tranquillo senza il porcellino a fianco; in futuro, falle chiari i tuoi bisogni con pazienza e delicatezza.
D’altronde la civiltà di questi posti prevede il porco in stalla, non vicino al letto!
Subissata dalle tue  bizzacce, si arrese a lasciarmi dormire vicino a te.
La donna, pulita, ordinata: temeva che gli facessi la cacca in casa!
Ma non è detto. A noi maiali basta abituarci: siamo in grado di rispettare gli ambienti interdetti alla merda. Il tuo, invece, è un caso disperato, grande e grosso, la fai ancora nelle mutande!
Argomento chiuso. Da quest’orecchio non ci vuoi sentire: vero?
Forse inadatti al ruolo, ma, in quest’Isola, per un anno siamo stati: lei la regina, tu il re e io lo scudiero!
Un reame da ridere, ma l’armonia è stata sovrana, sotto il nostro regno … 
Mancavano i predatori!
Tutti pacifici. Salvo noi, coi pesci: non siamo stati tanto riguardosi! Soprattutto io. Onnivoro, meglio di voi umani riesco a mangiare tutto del pesce: buccia e  lisca comprese, anche crude.
Irma è molto religiosa.
Soffro e mi incazzo al pensiero che le sue preghiere di rivedere quegli ingrati dei suoi cari abbiano avuto effetto.
Ieri, insieme alla masnada di umani, rientrati nell’Isola – dopo un anno di latitanza - prima di andare incontro a Irma per abbracciarla e salutarla, i suoi si sono rivolti a me, che le ero accanto, gridando: <<Evviva domani abbiamo da salare un maiale grasso! Prenotiamo subito il norcino!>>
La mia condanna a morte!
La giovane ha provato a impietosirli. Ma quelli, capaci di dimenticare un familiare nell’Isola nel momento di salvarsi la pelle - se l’erano data a gambe levate  senza il pentimento di averla abbandonata! –  hanno finto di non ascoltarla, per non sciupare il fiato di una risposta scontata.
Arti, è stato un anno meraviglioso! Scrivilo...
 
La tua calligrafia sconcerta… Oddio… fai del tuo meglio.
Mi raccomando, prima di consegnare a qualcuno questi fogli, verifica che sia capace di leggerli. Finché non avrai trovato la persona giusta, conservali! Sono la tua polizza vita.
Che si sappia: per un anno in questa meravigliosa Isola, siamo vissuti come nelle favole: un Eden, prima del peccato originale.
I soliti umani civilizzati, tornati, stanno distruggendo la pace dell’Isola.
Per mano loro finirò i miei giorni a pezzetti in salamoia, sopra graticci di cannucce! Una schifosa ingiustizia!...
Torniamo ai giorni felici nell’isola.
Irma non voleva che entrassi nelle case o nelle chiese lungo il viale principale, lastricato a mattoni rossi, messi per taglio a spina di pesce.
Giusto. Teneva quell’angolo dell’Isola pulito come casa sua.
Temendo le mie scacazzate per terra, o le  intrusioni nelle case abbandonate dalle porte socchiuse, ma non sbarrate per darle aria, voleva che seguissi un percorso campestre parallelo al “Viale delle Spose”, l’unico viale degno di questo nome.
Facile per me: intrufolarmi nei verdi campi erbosi. Benzina per i miei muscoli e piacere nel palato.
Voi umani mangiate solo poche erbe scelte. Strappare bocconi d’erbe miste a bocca piena, anche scondite, è un sublime godimento: i profumi, i sapori, la morbidezza dell’erba fresca strappata dal campo… una libidine riservata a noi porci!
Apprensivo seguivi le mie cavalcate tra rovi, erbe, vecchi filari di viti, ulivi, finocchi giganti, che a primavera avevano una capocchia larga come un ombrellino. Sono tossici. Ma i funghetti che nascono alle radici, sono una leccornia. A volte li hai gustati: nei minestroni di verdure, o mescolati nelle zuppe di pescato. Buoni eh?!
E i tramonti, nei giorni chiari?… Quando l’acqua si faceva specchio e contenitore del sangue sparso dal sole cadente: momenti struggenti, lunghi. Un’altra dimensione dell’essere: lo spirito fuso alla luce. Intensa e fugace, come la vita.
Nel lato occidentale i tramonti; nel lato orientale, le albe non erano da meno.
Con poco sforzo salivamo in vetta, o attraversavamo in lungo e in largo l’Isola, godendo della luce a piacimento. L’enorme lama d’acqua circostante offriva una fantasia di colori mutevoli: declinando tutto lo spettro dell’arcobaleno… da impazzire!
Con le mie quattro zampette sono più rapido di te. Non saprei, quanti kilometri in più avrò macinato trotterellando, grugnendo allegramente?!
Ti vedevo bene, a fianco di Irma.
Nei pomeriggi sereni di autunno, primavera o estate, anche al chiaro di luna, la solita passeggiata: dal Palazzo del Capitano - con quella campana che non ho mai sentito tintinnare -, tra le due chiese, le case, fino al viottolo a nord, caro a s. Francesco. A levante: il monastero inglobato nella maestosa villa.  Infine a ponente: nell’accogliente cortile profumato dagli odori della cena.
Irma,  passando pigiava leggermente le porte delle case e delle chiese: quando le trovava cedevoli, dava un giro di chiave o le tirava in fuori per lo scatto della serratura. Assicurando che il vento non le sbattesse nelle notti di vento.
Davanti alle chiese si faceva il segno della croce, mulinando la bocca, gorgogliava preghiere incomprensibili.
Lungo il percorso a nord, sterrato, vedevi la faccia della bambina/donna trasformarsi.
Eppure era un sentiero disabitato, sopra una scarpata a precipizio sopra il Lago.
Ti guardava, cercando nel tuo volto, nel corpo – presumo - qualche rimando ad amori passati. Lo sguardo dolce e languido. Mi piace pensare che – forse - in quel tratturo abbia assaporato il primo bacio, o molto di più. Insomma, roba da innamorati.
Arti, non riesco a capire se sei capace di associare quel randello che porti fra le gambe con i rapporti che potresti avere con una ragazza. Mi è parso, Irma una sguardata ai tuoi pendenti, ogni tanto, l’ha data. 
E tu non mi buggeri: vedo come le dai i bacetti! Ti capisco birichino…
Scusa la rozzezza: sono inesperto sui sentimenti. Già in crisi a capire i miei: cresciuto in fretta, senza la fortuna neppure di un flirt!
 Ricordo la devozione di Irma, nella grotta in cui - si dice - si fosse appartato s. Francesco.
Sai, quel santo che parlava con gli animali?...  Non sarei così informato, senza quella memoria nella tradizione di noi bestie: la storia del frate e del lupo.
Nascosto agli occhi di altri, nel versante dell’Isola disabitato e inospitale, che ci faceva il sant’uomo?
A meditare… a pensare a Chiara, agli amici, alla terra lontana, alle fantasticherie.
Certo non oggi: con un carro bestiame, in un paio d’ore, ti portano da Isola ad Assisi! Ma a quei tempi, a furor di zoccoli, percorrere quella distanza, forse, non bastava un giorno.
Penso a quelle meditazioni: nostalgiche, malinconiche, sognanti desideri realizzabili o meno,  persone… sul tempo tiranno  che scorre.
Da quell’angolo dell’Isola, a sud, vedi rocce, a nord alberi e acqua, in lontananza, i dolci declivi delle colline umbre. Luogo ideale per meditare, riparato in un incavo di roccia. 
Incespicando sulle parole - ogni sera le cambiava, ma il concetto era lo stesso – Irma implorava: “Fai tornare i miei cari! Non sono più sola - è vero - ho due creature di Dio che mi fanno compagnia: un porco gentile, educato e un ragazzo un po’ tocco, ma amoroso. Ma non ho diritto anch’io ad un’altra vita? Compagnie… con cui parlare. Una famiglia vera anche per me?!”
Arturo, avrai capito, per la donna non eravamo il massimo delle aspettative.
Ma che illusione, l’ idea che si era fatta della sua famiglia!
Per me, da quei satanassi è arrivato il  peggio! Per la ragazza, la prova di essere considerata un oggetto!
Almeno, spero che Irma manterrà le attenzioni che ti ha riservato, perché sei il solo ad amarla.
Da domani – mio caro – sarò salami e salsicce; l’unico aiuto che potrò darti è quello… alimentare!
Ancora sulle nostre passeggiate.
La mastodontica villa  sul lato orientale, imponente, ci ha impauriti, scoraggiati a visitarla.
L’Isola era deserta, ma chi ci diceva che là dentro non ci fosse riparato uno stuolo di bucanieri?
Nei momenti di pandemia, come quelli, di gentaglia senza nulla da perdere, in giro, ce n’è a bizzeffe. Negli edifici  intricati e giganteschi, c’è il rischio di trovare approfittatori di un debole, di un povero di spirito, di gente umile e indifesa come noi.
Al castello, che ha inglobato anche un monastero, sono preferibili i labirinti di cespugli, rovi, ulivi e finocchi giganti! La vista aperta sul cielo, le pendenze dell’Isola, consentendo la visione dell’orizzonte basso, agevolano la ricerca di vie d’uscita.
Nessuna meraviglia se, approfittando di una nebbia diurna o notturna, fosse uscito - dalla darsena nel  ventre del castello - un galeone di pirati o una torpediniera, a seminare  il terrore con le bocche di fuoco.
Sarò stato un babbeo, ma quel lato dell’Isola non ho il dispiacere di non averlo visitato!
 Tra poco canterà il gallo.
I parenti di Irma stanno già armeggiando col pentolone dell’ acqua calda per farmi il pelo e contro pelo, come dal barbiere. Che mi frega: alla rasatura sarò bel che fottuto!
Invece, sono spaventato dal norcino: armato di soli coltelli. Non ho vista la mazza per stordirmi. Quel criminale non andrà a cercarmi il cuore con quei coltellacci, quando sarò ancora lucido!
Ti chiedo un gran favore. Sei un ragazzo robusto. Se ti accorgessi che altri non lo faranno, prima di scannarmi, alza una mazza e dammela in testa!... Oh, promesso?!>>
<<Promesso!?... Che compito mi lasci?.. Io, il tuo assassino?!... Se insisti, giuro di darti una mazzata in testa; ma si potrebbe spezzare il manico, sulla tua testaccia dura!…
Via, non mi terrorizzare, non è giunta la tua fine! Ti stai inventando tutto, per farmela fare sotto... Ignorante, cattivo, stronzo che non sei altro!>>
<<Come puoi pensare a uno scherzo? Sai il gusto: andare a morire!... Purtroppo ho l’intelligenza che è giunto il mio momento finale. Vorrei non capire un cazzo, come tanti pensano di noi maiali. Purtroppo non è così.
Quelli che Irma considera parenti, in realtà suoi padroni, ieri sera mi hanno indicato, senza dubbio, come carne da macello! Lei a piangere e implorare per me. Ma non è valso.
In famiglia la tengono come una servetta; mentre lei si considera una figlia!
La sua tragedia: essere la serva di casa! Questo spiega la fuga della famiglia e l’abbandono nell’Isola. In quel momento, per loro fu una zavorra, da scaricare!
Lei – poverina - a pregare perché tornassero quegli stronzi… accidenti, sono tornati!>>
<<Ma Ciccio, – amico caro - se mi lasci sono perso! Se in questa casa trattano Irma senza riguardo - per loro utilissima – io, che non servo a niente, sarò gettato nella spazzatura!?...>>
<<No, se mi ascolti ti salverai… Non girano letterati interessati alla storia di un porco, di un matto e di una donna nana. Perché ti ho dettato questa lettera? Per aiutarti a trovare la persona giusta che ti riporterà laddove siamo venuti.
Oramai la grande Malattia si è dissolta. Lo vedi: qui sono tornati tutti.
Hai l’amore di Irma, ma lei non conta una cicca, è solo una da sfruttare. Portala via dall’Isola! Cerca la buona anima di un rematore che, nottetempo, vi possa portare nell’altra riva. Dove comincerai la ricerca di quel buon padre che pose in una barchetta il figlio autistico col suo maialino….>>

 


4° PREMIO

Vallati Lenio di Sesto Fiorentino (Firenze)

Il colore dell'amore

MOTIVAZIONE CRITICA: La tematica dell'amore è ripercorsa attraverso un monologo mirabile del ricordo intriso di malinconia e di rimembranza
Quand’ero piccola, mio padre mi prendeva spesso sulle ginocchia. Lui era alto, robusto. Una folta barba incorniciava il suo viso scarno. Era buono mio padre, sapeva sempre farmi sorridere e i suoi occhi grandi avevano il colore del mare. Anche le sue parole erano onde sul far della sera, quando, accarezzandomi dolcemente  i capelli, mi diceva : “Ricordati, piccola mia, non permettere a nessuno di farti ciò che non vuoi. Tu sei una principessa!”. Poi tante cose accaddero, mio padre sparì in una sera d’estate ed io rimasi sola con la mamma. Non avevo tempo per piangere, dalla mattina alla sera dovevo pensare ai miei tre fratelli e alla locanda sul mare. Tanti uomini bruciati dal sole e dal sale venivano a rifocillarsi sotto quella veranda, e uno di loro fu il mio nuovo padre. Forse ero ancora troppo piccola, o troppo secca perché, dopo aver abbondantemente bevuto, si occupasse di me. La mamma non c’era quasi mai, era sempre a letto malata. Aveva segni strani sul corpo e sul volto, e spesso la vedevo piangere.  Divenni grande, e conobbi Zorad.  Lui era alto ma longilineo, occhi neri e sfuggenti. Credetti di aver trovato in lui l’amore. In fondo non desideravo altro che una vita tranquilla nel mio piccolo paese d’Albania, e di poter tirare avanti la locanda insieme al mio uomo. Ma Zorad un giorno mi disse che bisognava partire, non vedi, mi disse, con la locanda non si vive, non viene più nessuno, dobbiamo emigrare, andare in Italia dove ci sono tante possibilità di lavoro. Lo seguii. Niente più, se non l’amore per quelle case basse, allineate alla spiaggia, e per quei quattro muri dove avevo vissuto  mi legava alla mia terra. Anche la mamma era morta, e i miei fratelli se n’erano andati in cerca di fortuna chissà dove. Ma una volta arrivati in Italia le cose non andarono molto bene. Promesse, soltanto promesse, il lavoro non si trovava, e i pochi soldi che ci eravamo portati dietro, frutto della vendita della locanda,  stavano finendo. Eravamo riusciti solo, grazie ad un amico, a trovare due vecchie stanze dove abitare.  Un giorno Zorad mi disse che avrei dovuto vendere il mio corpo se volevamo andare avanti. “Lo devi fare, capisci? Non ci sono altre alternative!”. Gli risposi di no, per nessuna cosa al mondo lo avrei fatto, meglio morire. “Torniamo in Albania” proposi. Zorad si arrabbiò. I suoi occhi divennero ancora più cupi, le sue mani mi colpirono più volte. Non l’aveva mai fatto. Mi ritrovai così sulla strada, una sera, vestita di una gonna cortissima e di una camicetta che lasciava intravedere tutto. Al mio fianco pendeva una borsa di pelle nera. C’era una lunga fila di macchine. Una di esse di fermò, un uomo mi chiese quanto, io risposi cinquanta euro, come mi era stato ordinato di dire.  Le sue mani sudate, il fiato sul collo, l’ansimare della sua bocca vicino alla mia. Non era la prima volta che facevo all’amore. L’avevo già fatto con Zorad e mi era sembrato bellissimo. Quella volta, invece, provai solo  disgusto e un desiderio infinito di morire. Poi tutto diventò abitudine, si succedettero  altri uomini, grassocci mariti stanchi delle proprie mogli, ragazzini in cerca della prima esperienza, vecchi. Ogni volta  chiudevo gli occhi per non vedere, lasciavo  trascorrere il tempo sperando che tutto finisse, come in un film. Ma niente finisce, se non la speranza di avere una vita normale. Avrei voluto scappare, ma dove? Zorad mi avrebbe ammazzato se avessi tentato di farlo. E se anche fossi fuggita dove sarei andata? Mi accorsi ben presto che Zorad aveva sotto di se altre donne. Venivano anche loro dall’Albania, e lui ci portava ogni sera sulla strada per venire a riprenderci a notte fonda. Solo una misera parte di quello che guadagnavamo ci veniva lasciato. D’altronde a cosa mi sarebbe servito il danaro? Zorad ci  teneva segregate per timore che scappassimo. Ma una sera accadde qualcosa di diverso. Una macchina si fermò davanti a me, un ragazzo giovane mi chiese quanto, cinquanta euro, risposi macchinalmente. Poi, una volta raggiunto il solito posto, mi abbassai la gonna e attesi che venisse su di me. Ma il ragazzo non si mosse. “Che fai?” gli dissi “guarda che ho altri clienti!”. Il ragazzo annuì, ma rimase fermo a guardarmi. “Non ti preoccupare” proferì “io ho pagato e posso utilizzare il mio tempo come voglio”. Trascorsero dieci minuti, poi ritornammo di nuovo sulla strada. Il ragazzo tornava puntualmente ogni due-tre sere, e ogni volta si limitava a guardare il mio volto. “Sei bellissima” mi disse una sera. Una volta mi prese le mani, un’altra mi chiese se poteva  accarezzarmi i capelli. Accettai, mi sembrava il minimo che potessi concedergli. Perché si comportava così? Agli uomini che avevo conosciuto non interessavano certo gli sguardi, le carezze, era soltanto quella che volevano, ed erano disposti a pagarla a caro prezzo. Lui no, lui mi osservava  come se io non fossi una prostituta, come se qualcosa di umano fosse rimasto ancora in me. No, non ero irritata per quel suo comportamento, anzi, ero contenta non appena lo vedevo arrivare. Era come se una lucciola fosse arrivata a rischiarare con la sua fioca luce l’antro nero della mia esistenza. Ma non osavo chiedergli spiegazioni, temevo che se l’avessi assillato di domande  non sarebbe più tornato, e con lui se ne sarebbe andata ogni mia residua speranza. Fu all’improvviso, una sera, che mi accorsi che aveva gli occhi grandi e azzurri come il mare. Come avevo fatto a non notarlo prima? Mi guardava fissa.   Anch’io lo guardai fisso, e vidi riflesso nel suo sguardo un altro sguardo proveniente da un mondo lontano, che credevo perduto per sempre.  Rividi me bambina, e il volto di mio padre,  e sentii di nuovo quelle parole : “Ricordati, piccola mia, non permettere a nessuno di farti ciò che non vuoi. Tu sei una principessa!”. No, non avrei permesso ad un altro uomo di approfittarsi di me. Finalmente avevo trovato il motivo giusto per fuggire. Abbracciai forte quel ragazzo e gli dissi grazie.
Ecco, è l’ora. Sento il cuore che batte forte, e le gambe che mi tremano. Porto con me soltanto la borsetta con pochi soldi, mi guardo attorno per sincerarmi che non ci sia nessuno,  brancolo nel buio, sposto sedie. Un’ultima occhiata alla cucina, ancora piatti e bicchieri  sparpagliati sul tavolo, tazze e pentole  sul lavello. Sto per raggiungere la porta, afferro la maniglia, spingo in basso. “Ehi tu, dove credi di andare?”. E’ Zorad. “Volevi fuggire, eh?” e così dicendo mi afferra per il collo, e stringe forte con le sue mani scarne. Io mi divincolo, ma Zorad è forte, non ce la faccio, mi manca il respiro, forse grido.  Intravedo sul tavolo un lungo coltello da cucina, lo raggiungo e con tutta la forza che mi rimane lo spingo dentro Zorad. Un fiotto di sangue, “sei pazza?”,  neppure il tempo di rendermi conto se sta morendo e via, oltre la notte, oltre l’oscurità. Non so  se troverò oltre quella porta il ragazzo che si accontentava di guardarmi, che mi accarezzava dolcemente i capelli, non so se riuscirò a sopravvivere, so solo che nessuno potrà più farmi quello che non voglio, adesso che ho conosciuto il colore dell’amore.

       5° PREMIO

Settembre Marco di Roma

Una situazione anomala

MOTIVAZIONE CRITICA: Una scrittura dal ritmo di un videoclip con un ricorso massivo al linguaggio e lessico del quotidiano contemporaneo.

 

Alessio, venticinque anni e nervi sempre in subbuglio, non sapeva dove guardare, in genere, durante i tempi morti. Era troppo irrequieto già in condizioni normali, figuriamoci in una situazione come quella: aveva il campo prenotato, al circolo del tennis, tra venti minuti, e mentre prima rischiava di far tardi, q quel punto rischiava di non andarci affatto. L’ascensore s’era bloccato, le luci al neon, mezzo fulminate, lampeggiavano, il pulsante d’allarme a quanto pareva, non suo-nava, e lui, insolitamente, si decise, controvoglia, a guardare in faccia il suo sconosciuto compa-gno di sfiga, per chiedergli, retoricamente: “Che si fa, adesso?”
La domanda serviva per verificare come reagiva alla jella una persona diversa da lui, e quindi non tanto abituato ad averci a che fare. Alessio infatti si riteneva sfortunato e reagiva mostrandosi sempre ingrugnato e prevenuto con tutti.
“No, dico, che si fa adesso? Ha una soluzione, lei?”, insistè Alessio.
Il vecchio con i Ray-ban ed il loden marrone aprì la grossa sacca sformata con i manici di legno e mostrò il contenuto con un’espressione fiduciosa, dicendo: “Non giudicarlo per come appare, ma questa è davvero una testa pensante”.
Dentro alla sacca c’era una specie di impasto traslucido arancio-verdastro con grumi gelatinosi sporgenti, tra cui due occhi a palla socchiusi.
“Dannazione! – esclamò Alessio sdegnato – Sei uno schifoso mostro, ma con me non avrai vita facile!”, e brandì la sua racchetta da tennis, chiusa nel fodero ricoperto di adesivi punk, come se fosse una mazza.
“Ascolta quello che dice la testa, lezione cosmica numero uno: l’energia forse non si crea e non si distrugge, ma di sicuro cambia le carte in tavola”, sentenziò il vecchio.
“Eh? A che ti riferisci, balordo??”
“Io dico che tu sei il tipo che se la prende con la sfiga per cose come questa, vero?”
“Vedi un po’ che è pure colpa mia!”
“E allora sei tu, con la tua energia negativa, ad averci chiamato. Quella dentro la borsa è la sfiga, ed io sono la sua bocca parlante perchè lei è come te, non dà confidenza a nessuno”.
“Ah sì? E non puoi tenerla chiusa, quella bocca?”
“Non posso, perchè mi serve per mangiarti le palle”.
“Beh, mi sa che diventi vegetariano, povero stronzo!”
Alessio cercò di fracassare la racchetta sulla testa del vecchio, ma per pura sfortuna la sua arma improvvisata sbattè contro la plafoniera dell’ascensore determinando lo spegnimento definitivo delle luci in un’esplosione di ronzii elettrici. Il vecchio tenne bloccato il braccio del ragazzo e gli disse in un orecchio, al buio:
“No, sentimi bene; il tuo problema è che sei cambiato, la tua sfiga, che è brutta ma non è stupida, mi ha detto che da qualche giorno non sei più un povero ragazzo jellato perchè hai avuto un’e-sperienza sessuale senza amore, quindi adesso per punirti ti faremo piovere addosso solo di-sgrazie, e noi ti osserveremo con attenzione, ridacchiando”. In quel momento, infatti, dalla sacca uscì un risolino gutturale, e Alessio vide che dal fondo della borsa sbucava fuori un mazzo di fila-menti cicciotti ma angolosi che andava a saldarsi al ginocchio del vecchio, nel punto in cui esso sporgeva fuori da un taglio nei pantaloni, come un grosso nodo intestinale legato ad un ramarro di tre chili.
“Beh, vaffanculo, intanto voi siete degli aborti di natura ed io sono ancora un fichetto...”
“Per il momento!..”, lo interruppe il vecchio, ed il ragazzo, cercando di reagire, inciampò sui suoi lacci delle scarpe, scioltisi – ma tu guarda la sfiga – proprio in quel momento, e finì con le gambe e le braccia a ics sul pavimento dell’ascensore.
La testa dentro la borsa pulsava e mandava ora un tenue bagliore verde e violaceo, alla luce del quale Alessio allungando il braccio con in mano la racchetta, provò ancora a pigiare il tasto di allarme e contemporaneamente a gridare: “Aiuto, cazzo!”
Insperatamente, gli rispose la voce della sua ragazza, Ylenia, che aveva salutato qualche minuto prima, dopo esserla passata a trovare a casa sua, e proprio prima di prendere quell’ascensore maledetto. Peccato che la voce di Ylenia sembrava provenire da dentro la borsa del vecchio, e diceva:
“Alessio, aspetta lì, tra poco arriverà l’ascensorista e la polizia. Intanto che sei lì dentro, rifletti sui tuoi errori, tra cui la decisione di farti crescere quel pizzetto, che ti sta proprio male, perchè è inutile che ti atteggi, a letto sei troppo grezzone per i miei gusti e infatti mi hai messo incinta”.
Questo era decisamente troppo per Alessio, che ebbe un conàto prepotente e vomitò sul pavi-mento dell’ascensore, imbrattandosi non poco scarpe e pantaloni, mentre pensava:
“Alla sfiga non c’è mai fine”. Gli rivenne alla mente la volta che s’era fatto un taglio in testa apren-do troppo di scatto lo sportello della credenza, quell’altra volta in cui gli erano cadute le chiavi della macchina giù da un ponte sull’Aniene e soprattutto gli era capitato, ultimamente, di mettersi con una ragazza deficiente. Alla sfiga non c’è mai fine, pensò, e si accorse di sentirsi meglio; adesso che aveva rigettato, il ginocchio del vecchio non era più collegato con il contenuto della borsa... ed in quel momento il vegliardo acidone fece un mugolìo di disprezzo e disse:
“Che pena, non capisci proprio niente, non solo le donne. Sono lo zio di Ylenia, per tua sfortuna, e so che lei, per vedere se sei geloso, ti aveva detto che era stata importunata da quel nanerot-tolo cafone, Emiliano. Tu non hai voluto crederci e lei ci è rimasta male, e quando io l’ho sentito dire da sua madre mi sono precipitato ad andare a tagliare la testa a quel beccamorto di Emilia-no, tanto per essere sicuro di fare la cosa giusta, capito? Ed ora dirò che sei stato tu ad am-mazzarlo, dirò che l’hai fatto per dimostrare quanto amavi mia nipote! Andrai ad ammuffire in galera, ma tanto ormai lei di te se ne frega!!”
“Vecchiaccio fottuto! Ma che mi hai fatto? Prima mi sembrava che venissi direttamente dall’infer-no degli alieni di serie B!!”
“Ylenia a pranzo ti ha messo gli allucinogeni dentro al risotto, cretino! Purtroppo ora li hai vomi-tati, altrimenti lo spasso sarebbe durato ancora un po’...”
Alessio si scagliò contro il vecchio a mani nude, stavolta; ne seguì una lotta selvaggia e grotte-sca, durante la quale l’ascensore si rimise in funzione, portando i due, aggrovigliati come due pol-pi rivali, al pianterreno, dove le porte metalliche si aprirono di scatto facendo cadere al di fuori la borsa del vecchio, da dentro alla quale rotolò fuori la testa di un manichino per parrucchieri, gon-fiata con bolle di schiuma poliuretanica, a loro volta dipinte con vernice spray verde e arancio.
Ylenia era là fuori, insieme all’ascensorista e al portiere, ed era stravolta: “Cristo, che schifo, qua dentro”.
“Pure fuori, non è che sia tanto meglio!”, esclamò incazzatissimo Alessio, alludendo all’infamia del mondo.
L’ascensorista disse: “Ahò, l’ascensore non era bloccato, qualcuno aveva schiacciato lo stop, chè è stato lei?”
“Macchè io! Di sicuro è stato lui, mentre io non guardavo; tengo sempre lo sguardo in basso, in ascensore, quando ci sono estranei capaci di innervosirmi, con la loro presenza”, spegò Alessio indicando con un cenno del capo il vecchio, a terra svenuto.
“Mi dispiace – fece Ylenia rivolta ad Alessio– “Questo è mio zio Terenzio, è psicopatico e certe volte non prende le pasticche e sfugge al controllo. Sono mortificata, comunque non credere a tutto ciò che t’ha det-to, per carità!..”
“Non mi hai messo i funghi allucinogeni nel risotto?”
“Beh, veramente, ecco, io... L’ho fatto perchè li provassi anche tu, così avremmo avuto una cosa di più in comune...”
“E voglio sperare che tu non sia incinta, se non di Emiliano!”
In quel momento esatto il tetto dell’ascensore si sfondò sotto il peso di un enorme feto umido di liquido placentare, simile a quello di 2001 Odissea nello spazio, con la differenza che questo aveva la testa a fungo perchè era chiaramente il figlio di Ylenia ed Emiliano, anche se nato pre-maturo e gigantesco dal cavo dell’ascensore...
Nella navetta a forma di lingua di gatto che stava sorvolando la città di Avellino a 2500 metri di quota, l’alieno Oxfr’ott si svegliò di soprassalto nella sua cuccetta, guardò il co-pilota impegnato alla guida e tirò un respiro di sollievo:
“Che razza di sogno scemo, mi sembrava di essere un terrestre drogato a tradimento. Cosa potrà mai significare? Mah, da quando perlustriamo questo pianeta azzurro stracarico di fesserie, mi passano a volte per la mente strane idee tipo “soffiarmi il naso” cosa per me ridicola, e “conflitto d’interesse”, cosa che mi metterebbe alquanto in imbarazzo.

 Segnalazione

Brentani Katia di Bologna

  La fioraia degli amori felici

La vedevo ogni giorno quando noi ragazzi, come api impazzite, sciamavamo fuori dal portone di scuola. Camminava, dondolando il cesto pieno di piccoli mazzi di fiori, su e giù per le strade del centro
I suoi vestiti multicolori risaltavano nel grigiore della città. .Curava  ogni dettaglio del suo abbigliamento  con un’attenzione maniacale che incantava.
Amavo il suo cappotto giallo abbinato a un capello a tesa larga dello stesso colore con il cesto ricolmo di mimose,  adoravo il cappotto rosso e lo scialle bianco quando i piccoli mazzi di rose bianche e rosse facevano capolino dal suo magico cesto, colmando l’aria con il  profumo inebriante dei fiori.
Non conoscevo il suo nome, anche se rappresentava una figura familiare, e tutti in città la chiamavano “Violetta”, la fioraia degli amori felici.
I sui variopinti e originali mazzolini di fiori costavano molto meno delle algide composizioni dei negozi e noi studenti liceali,  perennemente al verde, ricorrevamo a lei per  ricorrenze che  non mancavano mai: il compleanno di un’amica, San Valentino, la festa della mamma e tante altre occasioni.
A volte anch’io compravo piccoli pensieri per le persone care  e  rimanevo affascinata dalla cura con cui vestiva, gli accessori, il trucco appropriato,
Ogni mazzolino di fiori poi era accompagnato da un biglietto con una frase di amicizia o d’amore famosa.
Solo molto tempo dopo, quando, ormai adulta, occupavo il mio tempo fra famiglia e lavoro, venni a conoscenza della sua vera identità.
Stavo mangiando un panino, come al solito, nella pausa pranzo, in un bar insieme a una collega e sfogliando svogliatamente un giornale locale, incappai in una sua fotografia sgranata, e per la prima volta associai il suo volto a un nome.
“Ortensia Carlini, detta “Violetta” nata a Bologna il 15 agosto 1921, conosciuta in città  per i suoi variopinti cesti di vimini colmi di fiori, aveva studiato recitazione e partecipato a qualche spettacolo teatrale prima della guerra. Il suo sorriso rimane indelebile fra gli abitanti della città. Il funerale si terrà domani alle ore 16 presso la Chiesa di San Giuseppe. Niente fiori, ma opere di bene”.
Ripiegai con cura il giornale e finii di sbocconcellare il mio insipido pasto.
Avvertivo un profondo dispiacere mentre mi chiedevo se avesse senso partecipare al funerale di una persona che aveva sfiorato marginalmente la nostra vita.
Il giorno dopo presi l’autobus per raggiungere il luogo della cerimonia.
Davanti alla chiesa un gruppetto di persone attendeva l’arrivo del feretro chiacchierando sommessamente; più discosti vecchi ragazzi di un tempo ormai lontano, passeggiavano guardandosi attorno.
La cerimonia fu semplice e il parroco ricordò come Violetta amava occuparsi dei ragazzi, la sua incessante opera in parrocchia a favore dei giovani.
Io osservavo la bara coperta da tanti piccoli mazzi di fiori variopinti, gli stessi che lei vendeva per le strade del centro anni fa.
La chiesa non era adornata da altri fiori e immaginai che fosse stata rispettata la volontà di Ortensia: opere di bene. Io stessa avevo fatto una donazione a un’associazione che si occupava di ragazzi in difficoltà.
Stavamo uscendo dalla chiesa quando un distinto signore, ormai avanti negli anni, con un cappotto grigio, mi si avvicinò.
“Conosceva Ortensia?” domandò, cortese.
I suoi occhi, ancora di un azzurro vivo, mi scrutarono curiosi.
Sorrisi, imbarazzata.
“Per me è sempre stata Violetta, la fioraia degli amori felici” ammisi “ero una delle tante ragazzine che frequentavano un liceo in centro e comprava i suoi fiori”.
L’uomo annuì.
“E ha avvertito il bisogno di venire al suo funerale” constatò “le avrebbe fatto piacere, lei amava i giovani, ricordava a tutti che rappresentavano il futuro”.
L’uomo mi fissò.
“Sapeva che era stata internata in un campo di prigionia?” senza darmi il tempo di rispondere l’uomo continuò “i suoi genitori morirono in quel luogo e lei quando tornò non era più la stessa, troppo dolore, troppa morte, anche se non ha mai perso la speranza in un mondo migliore”.
“Non si è mai sposata?” chiesi, curiosa.
L’uomo scosse la testa.
“No, mi confidò che non poteva avere figli, immagino che fosse collegato a quanto doveva aver patito nel campo di concentramento” la voce dell’uomo tremò, per un attimo “ma non amava parlare di quel periodo”.
“Io ho una bellissima famiglia di cui prendermi cura” queste sono le parole che ripeteva sempre” citò “i ragazzi di questa città, loro possono ancora ridere, amare anche per me, io ho già sofferto anche per loro”.
L’uomo si asciugò furtivo una lacrima.
“L’amava?” le parole uscirono dalla mia bocca senza volerlo.
“Tutti amavano Ortensia era una persona buona” affermò “e sì, l’avrei sposata anche se non le ho mai fatto nessuna proposta, sapevo che l’avrebbe rifiutata”.
Tornai con la mente a quella donna dai capelli biondi e gli occhi azzurri, che si era seduta accanto a me, sui gradini davanti alla scuola, una macchia di colore rosso in mezzo al grigio: Ortensia Carlini in arte “Violetta”.
Quel giorno in cui credevo che morire fosse l’unica soluzione alle mie pene d’amore si era seduta accanto a me e mi aveva aiutata a rimettere in ordine la scaletta delle priorità.
“Un mattino di tanti anni fa ha aiutato anche me” confessai, sentendo gli occhi umidi “a me pareva una tragedia che Giulio, il mio ragazzo di allora mi avesse lasciato proprio il giorno di San Valentino e lei mi fece vedere il suo braccio destro dove era marchiato un numero  e mi raccontò del campo di concentramento, della morte dei suoi genitori”.
Sospirai, sentivo la mia voce incrinarsi.
L’uomo mi ascoltava, attento.
“Mi diede il suo fazzoletto ricamato con piccoli cuoricini rossi e disse: “Non morirai tesoro, la vita riserva sorprese, vai a casa a dire ai tuoi genitori quanto li ami tu che puoi farlo e vedrai l’amore genera amore” e mi allungò un mazzo di minuscole rose rosse con un bigliettino attaccato”
Sorrisi al ricordo.
“Afferrai i libri e corsi a casa a regolare i fiori a mia madre che mi chiese se per caso avevo la febbre, non era abituata a mie dimostrazioni di affetto, quella sera conobbi Luciano, mio marito”.
“Quindi ha sentito il bisogno di venire a ringraziare Ortensia?” concluse l’uomo, anticipandomi.
“Mi ha insegnato a non aver paura di amare” confessai.
Il piccolo corteo si accodò dietro la bara colma di fiori, per accompagnare Ortensia al cimitero.
L’uomo dal cappotto grigio fu raggiunto da una signora con candidi cappelli bianchi, che lo prese sottobraccio, probabilmente la moglie.
Lui mi sorrise poi si chinò premuroso verso di lei per ascoltare le sue parole.
Guardandomi attorno notai un gruppo di vecchi ragazzi con un cartello a forma di cuore che diceva: “Addio per noi sarai sempre “Violetta”,  la dolce fioraia dei nostri amori felici”.
Ripensai al piccolo mazzo di rose rosse che custodivo come una reliquia nella mia camera da letto e alle parole scritte a mano da “Violetta” sul bigliettino allegato: “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Di doman non c’è certezza…..chi vuol esser lieto sia”.

 Segnalazione

Aliprandi Mario di Olginate (Lecco)

     L'ultima luna

indossavi una minigonna verde di tartan scozzese
 un morbido dolcevita nero,collant e scarpe in tinta.
 I capelli di un innaturale color rame
a nascondere qualcosa che cominciava a spaventarti
e sul naso un paio di occhiali a montatura sottile per quella diottria in meno.
Tra le dita svettava invadente un anello d’argento con una vistosa pietra nera
 e sul dolcevita, a fare pendant, un medaglione anch’esso nero e vistoso.
Ammirando le gambe ricordo che pensai ridendo, non c’è da stupirsi
se non tutti gli alunni riescono a seguire una sua lezione per intero.
 E’ un’eleganza sobria e discreta la tua, ma attenta mai scontata;
credo di non averti mai vista due giorni di seguito con lo stesso abito.
 T’ ho incontrata quando le primavere cominciavano a pesarti e dentro di te s’insinuava sottile
il timore di un’ultima luna
ancora di là da venire ma già così presente e minacciosa.
E allora, cosa c’è di meglio dell’immergersi nel lavoro, moltiplicare gli impegni
 e allungare le notti fino alle due a correggere compiti?
 Io ti osservavo, rallegrandomi dei tuoi sorrisi, dei tuoi occhi furtivi,
spendendomi ogni giorno tutte le battute per strapparti ancora una risata.
 Ammiravo l’ironia, il disincanto che usavi per esorcizzare le tue paure
 trovavo piacevole conversare con te
tipico quell’alzare il tono per dare enfasi a qualche parola
musicale quella erre francese che ti rendeva più snob quando ti comportavi da snob
e più simpatica sempre.
Poi, inaspettatamente un giorno, ti lasciai al lavoro e ti ritrovai a casa
tra i miei pensieri, nei miei pensieri… vagamente – confusa
 si faceva largo la mia idea di te
 ieri una simpatica presenza
 ora una dolce emozione senza la quale sono perso
 un ago impazzito che cerca il suo nord.
Guardo i tuoi occhi a volte assenti e mi domando dove sei in quei momenti,
dietro a quale sogno si sta perdendo la tua “angelica farfalla”,
quale chimera sta rincorrendo.
Ed è già novembre… un altro novembre.
Domani la luna ti lascerà, niente sarà più come prima… tutto sarà come prima
 non ci sarà buio, non ci sarà vuoto, non sarà dramma.
Un futuro radioso e leggero ti aspetta, romantico come un valzer sensuale come un tango.
 Quel capello bianco non più un pericolo, ma un filo di perle ad incorniciare il tuo volto.
Quella ruga, una trascurabile virgola tra passato e futuro
la linea di fuga di tutti i miei sguardi.
E sarai ancora fuoco ardente quando ti si chiederà passione
ancora fiamma di focolare quando ti si chiederà protezione materna
scoppiettante e brioso falò, darai gioia e calore a chi t’ama.
Comme un petit bijou tu brilleras lumineuse pour la vie
E se il mio amore ti offende, mi farò muto per amarti in silenzio.
Apprendista poeta ti farò poesia perché tu possa vivere sempre.

Presidente-Webmaster: prof. Massimiliano Badiali

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