VINCITORI SEZIONE PROSA-NARRATIVA

8° Premio Internazionale di
Arte
Mecenate
ORGANIZZATO
DA

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GIURIA
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MEMBRI DI GIURIA D’ONORE:
Aurelio De Rose e Luciano
Bigazzi.
- La
Commissione di Giuria del Premio Mecenate sezione
PROSA-NARRATIVA è la
seguente:
- prof.
Massimiliano Badiali (Presidente), prof.ssa Isabella
Forgione,
Irene
Sparagna,
Mauro Montacchiesi,
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Antonio Sangervasio, Salvatore Giorgio
IL GIUDIZIO DELLA GIURIA E’ INSINDACABILE
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VINCITORI
1° PREMIO
Caruso Carlo di Roma
Labirinto
a ritroso
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MOTIVAZIONE CRITICA:
E' il racconto compiuto
della nausea che quasi
sartrianamente si
impadronisce del
narratore che non
distingue tra l'io e il
magma nauseabondo, così
che tutto l'universo
sensoriale diviene un
dedalo a ritroso.
- Stamani provo uno
strano senso di soffocamento e non vedo la luce che,
alle prime ore del giorno, solitamente fluisce dalla
finestra della mia stanza. Cerco di alzarmi dal letto ma
un peso terribile mi schiaccia le membra doloranti di
fratture; provo a sollevare le braccia che sembrano
lentamente ricomporsi, mentre pian piano la coperta del
mio letto, pesante tonnellate e pungente di spigoli
appuntiti, si va sollevando e alleggerendo. Tutto si va
gradualmente liberando, anche il mio volto sporco di
terra e di cemento ritorna liscio e fresco mentre una
fiumana di detriti, di cemento e di tegole che mi
trovavo addosso, scorre via dalla mia stanza, sale verso
l’alto, esce dalla finestra e libera la luce del sole,
mentre io mi sto muovendo ALL’INDIETRO. Procedendo
all’indietro mi avvicino al divano dove trovo gli abiti
gettati in disordine e mi vesto, all’indietro infilo le
scarpe e sempre a ritroso scendo le scale, come se
conoscessi a memoria quei passi, in un film che gira
perfettamente al contrario. All’indietro esco da una
povera casa dalla facciata di calcinaccio sporco e
scrostato che mostra vistose crepe e logore macchie di
umido, mentre altri inquilini in silenzio e a ritroso,
salgono su vecchie biciclette e automobili usurate, e le
madri conducono bimbi, a ritroso, verso fatiscenti
scuole di periferia.
- Sui cartelli
pubblicitari leggo a ritroso, da destra a sinistra,
raccomandazioni per la raccolta differenziata della
spazzatura e le notizie della prossima conferenza sulla
solidarietà verso il Terzo Mondo promossa
dall’Associazione della gente Beninvista e quasi non
vedo la buca sulla strada del quartiere, che mi avverte
della sua presenza per il puzzo di fogna che emana;
intanto i lavori sono fermi da mesi. Più avanti – o
forse dovrei dire più indietro, visto che cammino al
contrario – ci sono i cartelli che segnalano la presenza
di una palazzina chiusa perché abusiva e pericolosa per
gli abitanti, una palazzina sfortunata, visto che anche
la mia è abusiva ma al proprietario che ne ha diverse -
di palazzine abusive-, non dice niente nessuno. Dando
le spalle alla meta, mi affretto verso il mio lavoro
(temporaneo): non faccio fatica a camminare
all’indietro, come se mi guidasse la memoria del corpo.
Tra poco scadrà il mio contratto, ma oggi vedo sul
calendario elettronico di una pubblicità che mi sono
sbagliato di un giorno, perché è il 30 gennaio, mentre
credevo che fosse il 31.
- Ma per la strada mi
blocca una manifestazione di precari inquilini
assegnatari di alloggi terminati ormai da dieci anni;
quegli appartamenti non possono essere consegnati
perché, dice il Comune, mancano ancora le rifiniture e
gli infissi, in quanto i soldi sono finiti in corso
d’opera.
- Il Comune ha
utilizzato tutti i soldi dell’appalto e ne ha chiesti e
ottenuti anche altri, ma non c’è stato verso: i costi
sono lievitati oltre ogni limite, poi tutto si è
fermato, con le case - quasi - finite.
- E adesso, passando –
all’indietro – di lì, vedo quelle palazzine con le
finestre vuote e le facciate piene di scritte, i piani
bassi ricettacolo di rifiuti, siringhe e materassi
luridi lasciati da occupanti occasionali.
- Il mio percorso
retrogrado mi conduce alla Regione, dove insieme con
altri lavoratori precari debbo svolgere del lavoro
lasciato inevaso dai sonnolenti impiegati: si tratta di
istruire pratiche per l’erogazione di spese inerenti
forniture ospedaliere e opere edilizie. In diciotto
lavoriamo in una stanza al pianterreno corrispondente
per dimensioni a quelle del primo piano che ospitano
solo tre impiegati.
- Scende il Direttore
Generale che minaccia per tutti l’immediata risoluzione
del contratto se non gli sbrighiamo almeno mille
pratiche al mese. Gli impiegati-satrapi non ne hanno
concluse neppure un centinaio in due anni, ma per loro è
diverso: sono parenti, amici, amanti, parrocchiani “di”
Qualcuno che nessuno sa o che non vuol sapere. E poi, il
loro è un contratto a tempo indeterminato. Aleggia per
tutta la Regione il silenzio dei computer inattivi sulle
linde scrivanie degli impiegati, rotto solo dal loro
vociare intorno alle macchinette del caffè che lavorano
– loro sì – a ritmo forsennato.
- Un fascicolo che
torna a riaprirsi tra le mie mani mostra improbabili
cifre “gonfiate” destinate per l’acquisto di aree
pubbliche o per lavori di urbanizzazione valutati almeno
tre volte il loro valore (sono un valido ed esperto
geometra disoccupato!).
- Per di più, per il
ritardato il pagamento il contratto prevede un elevato
tasso di interessi moratori. Vado a cercare i moduli da
riempire per disporre i pagamenti, ma l’armadio è chiuso
e l’impiegato consegnatario delle chiavi è in malattia.
L’impiegato-aguzzino di turno mi redarguisce: dovevo
pensarci prima a farmi dare i moduli!
- Finalmente, in un
archivio sommerso di polvere, trovo i sacri moduli che
mi consentiranno di non perdere il mio precario obolo
mensile. L’armadio sul quale sono appoggiati quei fogli
quasi mi travolge, lacerandomi il maglione e la camicia
coi suoi spigoli taglienti, giungendo a minacciare la
mia spalla.
- Faccio i calcoli: per
un lavoro di illuminazione pubblica che potrà ammontare
a trentamila euro, ne stiamo pagando centodiecimila!
- Guardo la pioggia che
risale in alto, dalle pozzanghere al cielo, una pioggia
che ha invaso i cortili, il parcheggio, che ha riempito
il lastrico che fa da tetto ai piani superiori. Accanto
ai termosifoni, il pavimento mostra ampie macchie di
umidità che trasuda abbondante. Il complesso ha solo
quindici anni, ma la manutenzione è inesistente; nessuno
provvede e tra poco le spese per le riparazioni
lieviteranno alle stelle.
- Butto uno sguardo sul
giornale: leggo – sempre da destra a sinistra – che un
uomo è morto durante un’operazione per l’improvvisa
mancanza di corrente che alimentava il respiratore. La
batteria era vecchia e priva di manutenzione: niente
soldi per una batteria nuova, niente soldi per nuovi
macchinari di emodialisi, niente soldi per nuovi posti
letto.
- Si riaccende la luce
che era mancata: succede sempre da quando è stato
rimodernato l’impianto elettrico alla modica cifra di
cinquecentomila euro.
- Leggo un’altra
notizia a piè di pagina: un vice questore è stato
denunziato per avere regalato un suo foglio intestato –
valore venale zero - a un bimbo malato di leucemia che
voleva raccogliere i fogli intestati di persone
importanti per realizzare un suo piccolo primato.
- Passa il Direttore
Generale con la sua testa di rapace, l’occipite aguzzo,
i capelli dritti sulla testa e lo sguardo immobile che
grida contro una mia collega che ha portato con sé il
figlio che non sapeva a chi affidare. Il piccolo piange.
Il gaglioffo ritorna nei piani alti, là dove si decidono
le spese dissennate, là dove si lesina la fornitura di
macchinari indispensabili per la vita delle persone, là
dove gli impiegati satrapi sbadigliano per la loro
olimpica noia, e intanto mangiano una spropositata
quantità di risorse vitali. Le lacrime mi risalgono a
ritroso dalle guance sino agli occhi e mi dirigo a passo
di gambero verso le scale, con sicurezza, come se avessi
già fatto quel percorso: questo pensiero mi spaventa un
po’. Ho paura ma devo salire, salire, e poi procedere
retrogrado verso la porta chiusa del Direttore. Entro -
a ritroso - nella grande stanza e pronunziando parole al
contrario, maledico quella testa di rapace dagli occhi
vuoti e cattivi, gli urlo la rabbia per tutti quegli
IDLOS ITACERSP (= soldi sprecati), per quelle spese
dissennate, e ancora maledico il Comune e la Regione per
quelle case popolari sfitte mentre la notte i barboni
muoiono di freddo o bruciati da giovani pazzi e annoiati
e mentre urlo e maledico e piango nel mio strano modo –
le lacrime invece di scendere risalgono verso i canali
lacrimali – quel Direttore Generale si gonfia di rabbia,
assume un irreale e spaventoso colore rubizzo e SI
ALLARGA, SI SDOPPIA, si moltiplica in miriadi di figure
sconvolte e deformate da collera furibonda e da urla
ossessive. Uno, cento, mille, miliardi di demoni che
sbavano affamati e rossi di rabbia, di odio insaziabile,
che rotolano come una valanga urlante ed io sono
afferrato in quella massa che frana IN AVANTI
inesorabile; la Clessidra dell’Universo è d’improvviso
voltata e vomita verso il basso tutta la massa di
materia che mi avvolge, tutte le persone e il mondo
circostante; la massa schizza IN AVANTI risucchiata in
una corsa istantanea e anch’io crollo e corro, scorro,
scivolo IN AVANTI, frano accelerando come una valanga
che piomba da una montagna ripida, scoscesa, sono
sommerso in un vortice di terra e di maledizioni,
sempre IN AVANTI, dalla Regione alla strada, e passo
vertiginosamente davanti ai palazzi popolari senza vita,
corro oltre la fognatura rotta e alle case requisite e
sono scagliato nella mia casa, nel mio letto, sotto a
una massa di detriti, nella mia casa fatiscente che MI
E’ CROLLATA ADDOSSO, così come mi sono crollate addosso
le follie, gli sprechi, le omissioni, le truffe di
migliaia di ladri. Mi ritrovo sepolto sotto l’odio, la
pigrizia, l’ambizione, la fame di denaro che mastica le
risorse vitali, sto morendo sotto al crollo della mia
povera abitazione e sotto la dimenticanza di tutti,
muoio sotto l’oblio e la mancata destinazione di soldi e
di mezzi per farci vivere, mentre sento che sopra di me
si muovono delle persone che scavano e sollevano i
detriti che mi opprimono. Pian piano riesco a stendere
le braccia doloranti.
- Forse, si ricomincia
tutto da capo.
-
2° PREMIO
Romeo Rita Carmela di
Roccalumera (Messina)
Esmeralda
e la casa bianca
- MOTIVAZIONE CRITICA: Una
fiaba rivissuta con un linguaggio mitico-fabulistico, a
tratti orfico, in cui il lieto fine è circolarmente
legato all'incipit stesso del racconto.
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3° PREMIO
Fabilli Ferruccio (Ferrù d'Effe)
di Cortona (Arezzo)
Fine
dell'incantesimo sull'isola
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MOTIVAZIONE CRITICA: La
spietatezza della pena di morte e la tematica della violenza
vengono sceverate attraverso una tecnica di narrazione
poliedrica e romanzesca.
-
- <<Scrivi: Lettera di un
condannato a morte…>>
- <<Esagerato! E’ la lettera di
un porco destinato al macello, dettata a un povero malato
mentale!>>
- <<Per la gente, sono salsicce, prosciutti, salami,
culatelli, capicolli, fegatelli…, ma per te - vecchio
mattacchione mio - compagno di un’avventura di un anno, o no?>>
- <<Di più! Di un’incredibile
avventura in quest’Isola, quasi deserta, incantata; più che da
un fratello: ho imparato a provvedere al cibo, a ripararmi dal
freddo, dalla pioggia; ogni giorno abbiamo fatto tanti passi
fianco a fianco!>>
- <<Perciò, scrivi: Lettera di
un condannato a morte.
- Ricordo la notte di tempesta.
Tuo padre disperato per la malattia che uccideva tutti - uomini
e animali -, di soppiatto, ci pose amorevolmente in una
barchetta nel giuncheto, spingendoci al largo; nella speranza
che saremmo approdati in un lido incontaminato dal Male. Giovane
folle, che la gente diceva affetto da autismo,
terrorizzato, mi stringesti da soffocare: povero lattonzolo da
poco divezzo.
- Spinti dal vento e dalle
correnti ci trovammo catapultati in un groviglio di pietre
taglienti e radici di piante palustri. Metà della tua pelle
rimase attaccata agli spunzoni.
- La vidi brutta: “Questo muore
dissanguato o di febbre infettiva!”.
- Fortunati:di fronte c’era la
casetta della dolce soccorritrice. Ancora non ho capito: se
bambina cresciuta o donna poco sviluppata.
- Abituata a quegli interventi:
ti trascinò al caldo di un camino accesso, ti unse con unguenti
emostatici e anestetici, poi servì parte del suo minestrone di
pesce e verdure: che prelibatezza! In quel caso, dalla cotica
dura, me la cavai con pochi graffi che neppure si notavano:
confusi nella ciccia rosea.
- Al contrario di noi due,
spinti al largo dal tuo adorato padre – chissà se già colpito
dal Male? -, la bambina/donna fu dimenticata dalla folla dei
popolani in fuga. Per nostra sorte!
- Frastornata, ancora non si
capacitava del fuggifuggi precipitoso.
- Avrei voluto spiegarle del
grande Male: ragione dello sconvolgimento mentale della gente;
da far dimenticare una persona, come un peso inutile.
- Ma cavolo, come potevo
comunicare? L’unico a capirmi sei tu, che parli da schifo:
“bobo, baba, hamm, humm,…”. Intendere i tuoi borbottii è
un’impresa difficile – con tanta pazienza - riesce solo ai pochi
che ti amano.
- A notte fonda, calmata la tua
agitazione, il bruciore delle ferite, la tensione, la generosa
fatina si presentò: “Mi chiamo Irma”.
- A noi due tonti, ci battezzò:
a me “Ciccio” – non ero grasso come ora; la mia sventura! – a te
“Arti”, diminutivo di Arturo. Chi sarà stato l’Arturo a
ispirarla? Il padre, uno zio, il prete? Boh!
- Anime perse; vertebrati in
difficoltà, ci legammo da un vincolo affettuoso.
- Un trenino, che si muoveva
agli inviti dello zuccherino in gonnella.
- Mascherava il magone di
persona abbandonata, occupando tutto il tempo da mattina a sera:
a raccogliere legna, verdure commestibili, a mettere lenze per
acchiappare pesci, a pulire la casa, a tenere in ordine i campi
e l’oliveto.
- Saliva rapida su e giù per
l’erta collina; dalla sommità implorava con lo sguardo l’arrivo
di qualche buona anima diretta all’Isola.
- Nel pianoro brullo, a fianco
della chiesta del Salvatore, era solita allargare le braccia e
invitarci a fare un giro su noi stessi, guardando l’orizzonte.
- Sospesi in aria. Le fresche
brezze ci riempivano i polmoni, volavamo come uccelli, senza
sentire il peso dei nostri corpaccioni.
- E quella sera che ci
ubriacammo con Irma, con l’ultima bottiglia di rosso
rimasta?!... A te bastò un bicchiere, a me un paio di cucchiai;
la ragazza con un paio di gotti si trasformò da Biancaneve in
allegra baccante.
- Salimmo allegramente allo
spiazzo del Salvatore, spingendoci e facendoci sgambetti, come
ragazzini sguaiati, dopo una lunga mattinata costretti sui
banchi di scuola.
- Con i zamponi all’aria, la
mia pancia segnata dalle due file di sterili capezzoli, sembravo
un tozzo signorino col panciotto bottonato: che spettacolo!
- Irma, ci fece stendere sul
prato per ammirare il cielo stellato: Orione, le Orse Maggiore e
Minore, la via Lattea, i Mercanti, il Carro… Eri così fatto
d’alcol che volevi acchiappare il Carro, brandendo le mani in
aria, gorgogliasti: “harroo hhio, harroo hhio”… “Il Carro è
mio!”. Puntando quella costellazione, scivolasti. Per
trattenerti, ruzzolammo tutti e tre, trascinandoci ubriachi
lungo i campi erbosi resi viscidi dalla rugiada; fino sopra i
ruderi della chiesetta del s. Leonardo. Dove un tempo fu trovato
un impiccato!
- Quando Irma ci raccontò
quella storia, terrorizzati – come se avessimo visto
l’impiccato a penzoloni – a gambe levate, il cuore in gola, ci
trovammo chiusi in casa, felici, ma follemente scossi, a
smaltire l’emozioni della serata!
- Per un anno non ci furono
avvistamenti.
- Sarebbe stato meglio per me:
se nell’Isola fossimo rimasti, per sempre, soli, noi tre, e
qualche sparuto coniglio!
- Noi due naufraghi ci rendemmo
utili: se c’era da cercare tuberi commestibili, funghi o altre
leccornie date spontaneamente dalla terra, la bambina/donna si
fidava di me. Alla fine imparai anche ad acchiappare i pesci.
Nascosti tra le cannucce a riva, pensavano di essere invisibili;
ma ragazzi, il maiale non è stupido, una volta capito il
concetto, si ingegna!
- Se c’erano da alzare pesi,
interveniva la tua forza.
- A fare le faccende sei
sguaiato, ma non ti faceva pensiero sollevare i pesi nei lavori
faticosi, vero Arti? Tanto ormai chi glielo dice a questi che
non ti chiami Arturo, ma Osvaldo!
- Anche sotto tortura - come
sarà prima di sgozzarmi - che altro potrei dire se non “hiiiii!”
dal dolore, o “grun, grun”, quando sono tranquillo, come ora? So
che tuo padre ti chiamava “Osvaldo”; ma con me morirà questa
verità! … Fosse solo questo il guaio!?…Così come ricordo che di
te dicevano: “Poveretto, gli manca la ragione!”.
- Certo, la forza della
“ragione” è importante: gli uomini ci hanno sottomesso gli
animali e i loro simili. I più forti e scaltri condizionano i
destini degli altri.
- Ragione… razionale? A noi
bestie la natura ha concesso poca ragione, quel tanto che basta
per vivere. Però abbiamo conservato la capacità di vivere
liberi, che, con alterigia, l’uomo definisce “stato brado”. Una
condizione difficile. Ma chi tra noi - animali o uomini - è più
felice, a disporre della sua vita e morendo ha meno rimpianti?
- La ragione è un’arma
potentissima, di cui noi animali abbiamo solo accenni; ma quanta
sofferenza è capace di infliggere all’uomo?! La razionalità
offre all’uomo – teoricamente - una gamma infinita, a noi
sconosciuta, di scelte, per compiere la vita. Ma con noi animali
la vita sulla terra potrebbe durare all’infinito, mentre l’uomo,
con prepotenza ed egoismo, sta distruggendo ogni giorno pezzi
di natura.
- La ragione, perciò, è una
qualità degli uomini da non invidiare. Il loro cervello evoluto
– spesso - è fonte di infelicità.
- Mentre la volontà di essere
felici, che accomuna gli esseri viventi, è una qualità che va
difesa. Spetta al destino di ognuno fare il resto.
- Siamo stati un gruppo
affiatato, guidato dalla reginetta alla quale ti lascio in
custodia.
- Vedi di volerle bene e non
terrorizzarla con quelle tue uscite incazzose da fuori di
testa!
- Quando avrai bisogno di
qualcosa, stalle vicino, insisti: falle due palle; calmo e
dolce.
- …Mi pare già entrata nelle
tue lunghezze d’onda.
- Così come ci mise tempo a
intuire che non eri tranquillo senza il porcellino a fianco; in
futuro, falle chiari i tuoi bisogni con pazienza e delicatezza.
- D’altronde la civiltà di
questi posti prevede il porco in stalla, non vicino al letto!
- Subissata dalle tue
bizzacce, si arrese a lasciarmi dormire vicino a te.
- La donna, pulita, ordinata:
temeva che gli facessi la cacca in casa!
- Ma non è detto. A noi maiali
basta abituarci: siamo in grado di rispettare gli ambienti
interdetti alla merda. Il tuo, invece, è un caso disperato,
grande e grosso, la fai ancora nelle mutande!
- Argomento chiuso. Da
quest’orecchio non ci vuoi sentire: vero?
- Forse inadatti al ruolo, ma,
in quest’Isola, per un anno siamo stati: lei la regina, tu il re
e io lo scudiero!
- Un reame da ridere, ma
l’armonia è stata sovrana, sotto il nostro regno …
- Mancavano i predatori!
- Tutti pacifici. Salvo noi,
coi pesci: non siamo stati tanto riguardosi! Soprattutto io.
Onnivoro, meglio di voi umani riesco a mangiare tutto del pesce:
buccia e lisca comprese, anche crude.
- Irma è molto religiosa.
- Soffro e mi incazzo al
pensiero che le sue preghiere di rivedere quegli ingrati dei
suoi cari abbiano avuto effetto.
- Ieri, insieme alla masnada di
umani, rientrati nell’Isola – dopo un anno di latitanza - prima
di andare incontro a Irma per abbracciarla e salutarla, i suoi
si sono rivolti a me, che le ero accanto, gridando: <<Evviva
domani abbiamo da salare un maiale grasso! Prenotiamo subito il
norcino!>>
- La mia condanna a morte!
- La giovane ha provato a
impietosirli. Ma quelli, capaci di dimenticare un familiare
nell’Isola nel momento di salvarsi la pelle - se l’erano data a
gambe levate senza il pentimento di averla abbandonata! –
hanno finto di non ascoltarla, per non sciupare il fiato di una
risposta scontata.
- Arti, è stato un anno
meraviglioso! Scrivilo...
-
- La tua calligrafia sconcerta…
Oddio… fai del tuo meglio.
- Mi raccomando, prima di
consegnare a qualcuno questi fogli, verifica che sia capace di
leggerli. Finché non avrai trovato la persona giusta,
conservali! Sono la tua polizza vita.
- Che si sappia: per un anno in
questa meravigliosa Isola, siamo vissuti come nelle favole: un
Eden, prima del peccato originale.
- I soliti umani civilizzati,
tornati, stanno distruggendo la pace dell’Isola.
- Per mano loro finirò i miei
giorni a pezzetti in salamoia, sopra graticci di cannucce! Una
schifosa ingiustizia!...
- Torniamo ai giorni felici
nell’isola.
- Irma non voleva che entrassi
nelle case o nelle chiese lungo il viale principale, lastricato
a mattoni rossi, messi per taglio a spina di pesce.
- Giusto. Teneva quell’angolo
dell’Isola pulito come casa sua.
- Temendo le mie scacazzate per
terra, o le intrusioni nelle case abbandonate dalle porte
socchiuse, ma non sbarrate per darle aria, voleva che seguissi
un percorso campestre parallelo al “Viale delle Spose”, l’unico
viale degno di questo nome.
- Facile per me: intrufolarmi
nei verdi campi erbosi. Benzina per i miei muscoli e piacere nel
palato.
- Voi umani mangiate solo poche
erbe scelte. Strappare bocconi d’erbe miste a bocca piena, anche
scondite, è un sublime godimento: i profumi, i sapori, la
morbidezza dell’erba fresca strappata dal campo… una libidine
riservata a noi porci!
- Apprensivo seguivi le mie
cavalcate tra rovi, erbe, vecchi filari di viti, ulivi, finocchi
giganti, che a primavera avevano una capocchia larga come un
ombrellino. Sono tossici. Ma i funghetti che nascono alle
radici, sono una leccornia. A volte li hai gustati: nei
minestroni di verdure, o mescolati nelle zuppe di pescato. Buoni
eh?!
- E i tramonti, nei giorni
chiari?… Quando l’acqua si faceva specchio e contenitore del
sangue sparso dal sole cadente: momenti struggenti, lunghi.
Un’altra dimensione dell’essere: lo spirito fuso alla luce.
Intensa e fugace, come la vita.
- Nel lato occidentale i
tramonti; nel lato orientale, le albe non erano da meno.
- Con poco sforzo salivamo in
vetta, o attraversavamo in lungo e in largo l’Isola, godendo
della luce a piacimento. L’enorme lama d’acqua circostante
offriva una fantasia di colori mutevoli: declinando tutto lo
spettro dell’arcobaleno… da impazzire!
- Con le mie quattro zampette
sono più rapido di te. Non saprei, quanti kilometri in più avrò
macinato trotterellando, grugnendo allegramente?!
- Ti vedevo bene, a fianco di
Irma.
- Nei pomeriggi sereni di
autunno, primavera o estate, anche al chiaro di luna, la solita
passeggiata: dal Palazzo del Capitano - con quella campana che
non ho mai sentito tintinnare -, tra le due chiese, le case,
fino al viottolo a nord, caro a s. Francesco. A levante: il
monastero inglobato nella maestosa villa. Infine a ponente:
nell’accogliente cortile profumato dagli odori della cena.
- Irma, passando pigiava
leggermente le porte delle case e delle chiese: quando le
trovava cedevoli, dava un giro di chiave o le tirava in fuori
per lo scatto della serratura. Assicurando che il vento non le
sbattesse nelle notti di vento.
- Davanti alle chiese si faceva
il segno della croce, mulinando la bocca, gorgogliava preghiere
incomprensibili.
- Lungo il percorso a nord,
sterrato, vedevi la faccia della bambina/donna trasformarsi.
- Eppure era un sentiero
disabitato, sopra una scarpata a precipizio sopra il Lago.
- Ti guardava, cercando nel tuo
volto, nel corpo – presumo - qualche rimando ad amori passati.
Lo sguardo dolce e languido. Mi piace pensare che – forse - in
quel tratturo abbia assaporato il primo bacio, o molto di più.
Insomma, roba da innamorati.
- Arti, non riesco a capire se
sei capace di associare quel randello che porti fra le gambe con
i rapporti che potresti avere con una ragazza. Mi è parso, Irma
una sguardata ai tuoi pendenti, ogni tanto, l’ha data.
- E tu non mi buggeri: vedo
come le dai i bacetti! Ti capisco birichino…
- Scusa la rozzezza: sono
inesperto sui sentimenti. Già in crisi a capire i miei:
cresciuto in fretta, senza la fortuna neppure di un flirt!
- Ricordo la devozione di
Irma, nella grotta in cui - si dice - si fosse appartato s.
Francesco.
- Sai, quel santo che parlava
con gli animali?... Non sarei così informato, senza quella
memoria nella tradizione di noi bestie: la storia del frate e
del lupo.
- Nascosto agli occhi di altri,
nel versante dell’Isola disabitato e inospitale, che ci faceva
il sant’uomo?
- A meditare… a pensare a
Chiara, agli amici, alla terra lontana, alle fantasticherie.
- Certo non oggi: con un carro
bestiame, in un paio d’ore, ti portano da Isola ad Assisi! Ma a
quei tempi, a furor di zoccoli, percorrere quella distanza,
forse, non bastava un giorno.
- Penso a quelle meditazioni:
nostalgiche, malinconiche, sognanti desideri realizzabili o
meno, persone… sul tempo tiranno che scorre.
- Da quell’angolo dell’Isola, a
sud, vedi rocce, a nord alberi e acqua, in lontananza, i dolci
declivi delle colline umbre. Luogo ideale per meditare, riparato
in un incavo di roccia.
- Incespicando sulle parole -
ogni sera le cambiava, ma il concetto era lo stesso – Irma
implorava: “Fai tornare i miei cari! Non sono più sola - è vero
- ho due creature di Dio che mi fanno compagnia: un porco
gentile, educato e un ragazzo un po’ tocco, ma amoroso. Ma non
ho diritto anch’io ad un’altra vita? Compagnie… con cui parlare.
Una famiglia vera anche per me?!”
- Arturo, avrai capito, per la
donna non eravamo il massimo delle aspettative.
- Ma che illusione, l’ idea che
si era fatta della sua famiglia!
- Per me, da quei satanassi è
arrivato il peggio! Per la ragazza, la prova di essere
considerata un oggetto!
- Almeno, spero che Irma
manterrà le attenzioni che ti ha riservato, perché sei il solo
ad amarla.
- Da domani – mio caro – sarò
salami e salsicce; l’unico aiuto che potrò darti è quello…
alimentare!
- Ancora sulle nostre
passeggiate.
- La mastodontica villa sul
lato orientale, imponente, ci ha impauriti, scoraggiati a
visitarla.
- L’Isola era deserta, ma chi
ci diceva che là dentro non ci fosse riparato uno stuolo di
bucanieri?
- Nei momenti di pandemia, come
quelli, di gentaglia senza nulla da perdere, in giro, ce n’è a
bizzeffe. Negli edifici intricati e giganteschi, c’è il rischio
di trovare approfittatori di un debole, di un povero di spirito,
di gente umile e indifesa come noi.
- Al castello, che ha inglobato
anche un monastero, sono preferibili i labirinti di cespugli,
rovi, ulivi e finocchi giganti! La vista aperta sul cielo, le
pendenze dell’Isola, consentendo la visione dell’orizzonte
basso, agevolano la ricerca di vie d’uscita.
- Nessuna meraviglia se,
approfittando di una nebbia diurna o notturna, fosse uscito -
dalla darsena nel ventre del castello - un galeone di pirati o
una torpediniera, a seminare il terrore con le bocche di fuoco.
- Sarò stato un babbeo, ma quel
lato dell’Isola non ho il dispiacere di non averlo visitato!
- Tra poco canterà il gallo.
- I parenti di Irma stanno già
armeggiando col pentolone dell’ acqua calda per farmi il pelo e
contro pelo, come dal barbiere. Che mi frega: alla rasatura sarò
bel che fottuto!
- Invece, sono spaventato dal
norcino: armato di soli coltelli. Non ho vista la mazza per
stordirmi. Quel criminale non andrà a cercarmi il cuore con quei
coltellacci, quando sarò ancora lucido!
- Ti chiedo un gran favore. Sei
un ragazzo robusto. Se ti accorgessi che altri non lo faranno,
prima di scannarmi, alza una mazza e dammela in testa!... Oh,
promesso?!>>
- <<Promesso!?... Che compito
mi lasci?.. Io, il tuo assassino?!... Se insisti, giuro di darti
una mazzata in testa; ma si potrebbe spezzare il manico, sulla
tua testaccia dura!…
- Via, non mi terrorizzare, non
è giunta la tua fine! Ti stai inventando tutto, per farmela fare
sotto... Ignorante, cattivo, stronzo che non sei altro!>>
- <<Come puoi pensare a uno
scherzo? Sai il gusto: andare a morire!... Purtroppo ho
l’intelligenza che è giunto il mio momento finale. Vorrei non
capire un cazzo, come tanti pensano di noi maiali. Purtroppo non
è così.
- Quelli che Irma considera
parenti, in realtà suoi padroni, ieri sera mi hanno indicato,
senza dubbio, come carne da macello! Lei a piangere e implorare
per me. Ma non è valso.
- In famiglia la tengono come
una servetta; mentre lei si considera una figlia!
- La sua tragedia: essere la
serva di casa! Questo spiega la fuga della famiglia e
l’abbandono nell’Isola. In quel momento, per loro fu una
zavorra, da scaricare!
- Lei – poverina - a pregare
perché tornassero quegli stronzi… accidenti, sono tornati!>>
- <<Ma Ciccio, – amico caro -
se mi lasci sono perso! Se in questa casa trattano Irma senza
riguardo - per loro utilissima – io, che non servo a niente,
sarò gettato nella spazzatura!?...>>
- <<No, se mi ascolti ti
salverai… Non girano letterati interessati alla storia di un
porco, di un matto e di una donna nana. Perché ti ho dettato
questa lettera? Per aiutarti a trovare la persona giusta che ti
riporterà laddove siamo venuti.
- Oramai la grande Malattia si
è dissolta. Lo vedi: qui sono tornati tutti.
- Hai l’amore di Irma, ma lei
non conta una cicca, è solo una da sfruttare. Portala via
dall’Isola! Cerca la buona anima di un rematore che, nottetempo,
vi possa portare nell’altra riva. Dove comincerai la ricerca di
quel buon padre che pose in una barchetta il figlio autistico
col suo maialino….>>
-
-
-
4° PREMIO
Vallati Lenio di Sesto
Fiorentino (Firenze)
-
MOTIVAZIONE CRITICA: La tematica
dell'amore è ripercorsa attraverso un monologo mirabile del
ricordo intriso di malinconia e di rimembranza
-
Quand’ero piccola, mio padre mi prendeva spesso sulle
ginocchia. Lui era alto, robusto. Una folta barba
incorniciava il suo viso scarno. Era buono mio padre, sapeva
sempre farmi sorridere e i suoi occhi grandi avevano il
colore del mare. Anche le sue parole erano onde sul far
della sera, quando, accarezzandomi dolcemente i capelli, mi
diceva : “Ricordati, piccola mia, non permettere a nessuno
di farti ciò che non vuoi. Tu sei una principessa!”. Poi
tante cose accaddero, mio padre sparì in una sera d’estate
ed io rimasi sola con la mamma. Non avevo tempo per
piangere, dalla mattina alla sera dovevo pensare ai miei tre
fratelli e alla locanda sul mare. Tanti uomini bruciati dal
sole e dal sale venivano a rifocillarsi sotto quella
veranda, e uno di loro fu il mio nuovo padre. Forse ero
ancora troppo piccola, o troppo secca perché, dopo aver
abbondantemente bevuto, si occupasse di me. La mamma non
c’era quasi mai, era sempre a letto malata. Aveva segni
strani sul corpo e sul volto, e spesso la vedevo piangere.
Divenni grande, e conobbi Zorad. Lui era alto ma
longilineo, occhi neri e sfuggenti. Credetti di aver trovato
in lui l’amore. In fondo non desideravo altro che una vita
tranquilla nel mio piccolo paese d’Albania, e di poter
tirare avanti la locanda insieme al mio uomo. Ma Zorad un
giorno mi disse che bisognava partire, non vedi, mi disse,
con la locanda non si vive, non viene più nessuno, dobbiamo
emigrare, andare in Italia dove ci sono tante possibilità di
lavoro. Lo seguii. Niente più, se non l’amore per quelle
case basse, allineate alla spiaggia, e per quei quattro muri
dove avevo vissuto mi legava alla mia terra. Anche la mamma
era morta, e i miei fratelli se n’erano andati in cerca di
fortuna chissà dove. Ma una volta arrivati in Italia le cose
non andarono molto bene. Promesse, soltanto promesse, il
lavoro non si trovava, e i pochi soldi che ci eravamo
portati dietro, frutto della vendita della locanda, stavano
finendo. Eravamo riusciti solo, grazie ad un amico, a
trovare due vecchie stanze dove abitare. Un giorno Zorad mi
disse che avrei dovuto vendere il mio corpo se volevamo
andare avanti. “Lo devi fare, capisci? Non ci sono altre
alternative!”. Gli risposi di no, per nessuna cosa al mondo
lo avrei fatto, meglio morire. “Torniamo in Albania”
proposi. Zorad si arrabbiò. I suoi occhi divennero ancora
più cupi, le sue mani mi colpirono più volte. Non l’aveva
mai fatto. Mi ritrovai così sulla strada, una sera, vestita
di una gonna cortissima e di una camicetta che lasciava
intravedere tutto. Al mio fianco pendeva una borsa di pelle
nera. C’era una lunga fila di macchine. Una di esse di
fermò, un uomo mi chiese quanto, io risposi cinquanta euro,
come mi era stato ordinato di dire. Le sue mani sudate, il
fiato sul collo, l’ansimare della sua bocca vicino alla mia.
Non era la prima volta che facevo all’amore. L’avevo già
fatto con Zorad e mi era sembrato bellissimo. Quella volta,
invece, provai solo disgusto e un desiderio infinito di
morire. Poi tutto diventò abitudine, si succedettero altri
uomini, grassocci mariti stanchi delle proprie mogli,
ragazzini in cerca della prima esperienza, vecchi. Ogni
volta chiudevo gli occhi per non vedere, lasciavo
trascorrere il tempo sperando che tutto finisse, come in un
film. Ma niente finisce, se non la speranza di avere una
vita normale. Avrei voluto scappare, ma dove? Zorad mi
avrebbe ammazzato se avessi tentato di farlo. E se anche
fossi fuggita dove sarei andata? Mi accorsi ben presto che
Zorad aveva sotto di se altre donne. Venivano anche loro
dall’Albania, e lui ci portava ogni sera sulla strada per
venire a riprenderci a notte fonda. Solo una misera parte di
quello che guadagnavamo ci veniva lasciato. D’altronde a
cosa mi sarebbe servito il danaro? Zorad ci teneva
segregate per timore che scappassimo. Ma una sera accadde
qualcosa di diverso. Una macchina si fermò davanti a me, un
ragazzo giovane mi chiese quanto, cinquanta euro, risposi
macchinalmente. Poi, una volta raggiunto il solito posto, mi
abbassai la gonna e attesi che venisse su di me. Ma il
ragazzo non si mosse. “Che fai?” gli dissi “guarda che ho
altri clienti!”. Il ragazzo annuì, ma rimase fermo a
guardarmi. “Non ti preoccupare” proferì “io ho pagato e
posso utilizzare il mio tempo come voglio”. Trascorsero
dieci minuti, poi ritornammo di nuovo sulla strada. Il
ragazzo tornava puntualmente ogni due-tre sere, e ogni volta
si limitava a guardare il mio volto. “Sei bellissima” mi
disse una sera. Una volta mi prese le mani, un’altra mi
chiese se poteva accarezzarmi i capelli. Accettai, mi
sembrava il minimo che potessi concedergli. Perché si
comportava così? Agli uomini che avevo conosciuto non
interessavano certo gli sguardi, le carezze, era soltanto
quella che volevano, ed erano disposti a pagarla a caro
prezzo. Lui no, lui mi osservava come se io non fossi una
prostituta, come se qualcosa di umano fosse rimasto ancora
in me. No, non ero irritata per quel suo comportamento,
anzi, ero contenta non appena lo vedevo arrivare. Era come
se una lucciola fosse arrivata a rischiarare con la sua
fioca luce l’antro nero della mia esistenza. Ma non osavo
chiedergli spiegazioni, temevo che se l’avessi assillato di
domande non sarebbe più tornato, e con lui se ne sarebbe
andata ogni mia residua speranza. Fu all’improvviso, una
sera, che mi accorsi che aveva gli occhi grandi e azzurri
come il mare. Come avevo fatto a non notarlo prima? Mi
guardava fissa. Anch’io lo guardai fisso, e vidi riflesso
nel suo sguardo un altro sguardo proveniente da un mondo
lontano, che credevo perduto per sempre. Rividi me bambina,
e il volto di mio padre, e sentii di nuovo quelle parole :
“Ricordati, piccola mia, non permettere a nessuno di farti
ciò che non vuoi. Tu sei una principessa!”. No, non avrei
permesso ad un altro uomo di approfittarsi di me. Finalmente
avevo trovato il motivo giusto per fuggire. Abbracciai forte
quel ragazzo e gli dissi grazie.
-
Ecco, è l’ora. Sento il cuore che batte forte, e le gambe
che mi tremano. Porto con me soltanto la borsetta con pochi
soldi, mi guardo attorno per sincerarmi che non ci sia
nessuno, brancolo nel buio, sposto sedie. Un’ultima
occhiata alla cucina, ancora piatti e bicchieri
sparpagliati sul tavolo, tazze e pentole sul lavello. Sto
per raggiungere la porta, afferro la maniglia, spingo in
basso. “Ehi tu, dove credi di andare?”. E’ Zorad. “Volevi
fuggire, eh?” e così dicendo mi afferra per il collo, e
stringe forte con le sue mani scarne. Io mi divincolo, ma
Zorad è forte, non ce la faccio, mi manca il respiro, forse
grido. Intravedo sul tavolo un lungo coltello da cucina, lo
raggiungo e con tutta la forza che mi rimane lo spingo
dentro Zorad. Un fiotto di sangue, “sei pazza?”, neppure il
tempo di rendermi conto se sta morendo e via, oltre la
notte, oltre l’oscurità. Non so se troverò oltre quella
porta il ragazzo che si accontentava di guardarmi, che mi
accarezzava dolcemente i capelli, non so se riuscirò a
sopravvivere, so solo che nessuno potrà più farmi quello che
non voglio, adesso che ho conosciuto il colore dell’amore.
-
-
5° PREMIO
Settembre Marco di Roma
-
MOTIVAZIONE CRITICA: Una
scrittura dal ritmo di un videoclip con un ricorso massivo al
linguaggio e lessico del quotidiano contemporaneo.
-
Alessio, venticinque anni e nervi sempre in subbuglio, non
sapeva dove guardare, in genere, durante i tempi morti. Era
troppo irrequieto già in condizioni normali, figuriamoci in una
situazione come quella: aveva il campo prenotato, al circolo del
tennis, tra venti minuti, e mentre prima rischiava di far tardi,
q quel punto rischiava di non andarci affatto. L’ascensore s’era
bloccato, le luci al neon, mezzo fulminate, lampeggiavano, il
pulsante d’allarme a quanto pareva, non suo-nava, e lui,
insolitamente, si decise, controvoglia, a guardare in faccia il
suo sconosciuto compa-gno di sfiga, per chiedergli,
retoricamente: “Che si fa, adesso?”
-
La domanda serviva per verificare come reagiva alla jella una
persona diversa da lui, e quindi non tanto abituato ad averci a
che fare. Alessio infatti si riteneva sfortunato e reagiva
mostrandosi sempre ingrugnato e prevenuto con tutti.
-
“No, dico, che si fa adesso? Ha una soluzione, lei?”, insistè
Alessio.
-
Il vecchio con i Ray-ban ed il loden marrone aprì la grossa
sacca sformata con i manici di legno e mostrò il contenuto con
un’espressione fiduciosa, dicendo: “Non giudicarlo per come
appare, ma questa è davvero una testa pensante”.
- Dentro
alla sacca c’era una specie di impasto traslucido
arancio-verdastro con grumi gelatinosi sporgenti, tra cui due
occhi a palla socchiusi.
-
“Dannazione! – esclamò Alessio sdegnato – Sei uno schifoso
mostro, ma con me non avrai vita facile!”, e brandì la sua
racchetta da tennis, chiusa nel fodero ricoperto di adesivi
punk, come se fosse una mazza.
-
“Ascolta quello che dice la testa, lezione cosmica numero uno:
l’energia forse non si crea e non si distrugge, ma di sicuro
cambia le carte in tavola”, sentenziò il vecchio.
-
“Eh? A che ti riferisci, balordo??”
-
“Io dico che tu sei il tipo che se la prende con la sfiga per
cose come questa, vero?”
- “Vedi un
po’ che è pure colpa mia!”
-
“E allora sei tu, con la tua energia negativa, ad averci
chiamato. Quella dentro la borsa è la sfiga, ed io sono la sua
bocca parlante perchè lei è come te, non dà confidenza a
nessuno”.
-
“Ah sì? E non puoi tenerla chiusa, quella bocca?”
-
“Non posso, perchè mi serve per mangiarti le palle”.
-
“Beh, mi sa che diventi vegetariano, povero stronzo!”
- Alessio
cercò di fracassare la racchetta sulla testa del vecchio, ma per
pura sfortuna la sua arma improvvisata sbattè contro la
plafoniera dell’ascensore determinando lo spegnimento definitivo
delle luci in un’esplosione di ronzii elettrici. Il vecchio
tenne bloccato il braccio del ragazzo e gli disse in un
orecchio, al buio:
-
“No, sentimi bene; il tuo problema è che sei cambiato, la tua
sfiga, che è brutta ma non è stupida, mi ha detto che da qualche
giorno non sei più un povero ragazzo jellato perchè hai avuto
un’e-sperienza sessuale senza amore, quindi adesso per punirti
ti faremo piovere addosso solo di-sgrazie, e noi ti osserveremo
con attenzione, ridacchiando”. In quel momento, infatti, dalla
sacca uscì un risolino gutturale, e Alessio vide che dal fondo
della borsa sbucava fuori un mazzo di fila-menti cicciotti ma
angolosi che andava a saldarsi al ginocchio del vecchio, nel
punto in cui esso sporgeva fuori da un taglio nei pantaloni,
come un grosso nodo intestinale legato ad un ramarro di tre
chili.
-
“Beh, vaffanculo, intanto voi siete degli aborti di natura ed io
sono ancora un fichetto...”
-
“Per il momento!..”, lo interruppe il vecchio, ed il ragazzo,
cercando di reagire, inciampò sui suoi lacci delle scarpe,
scioltisi – ma tu guarda la sfiga – proprio in quel momento, e
finì con le gambe e le braccia a ics sul pavimento
dell’ascensore.
-
La testa dentro la borsa pulsava e mandava ora un tenue bagliore
verde e violaceo, alla luce del quale Alessio allungando il
braccio con in mano la racchetta, provò ancora a pigiare il
tasto di allarme e contemporaneamente a gridare: “Aiuto, cazzo!”
-
Insperatamente, gli rispose la voce della sua ragazza, Ylenia,
che aveva salutato qualche minuto prima, dopo esserla passata a
trovare a casa sua, e proprio prima di prendere quell’ascensore
maledetto. Peccato che la voce di Ylenia sembrava provenire da
dentro la borsa del vecchio, e diceva:
-
“Alessio, aspetta lì, tra poco arriverà l’ascensorista e la
polizia. Intanto che sei lì dentro, rifletti sui tuoi errori,
tra cui la decisione di farti crescere quel pizzetto, che ti sta
proprio male, perchè è inutile che ti atteggi, a letto sei
troppo grezzone per i miei gusti e infatti mi hai messo incinta”.
-
Questo era decisamente troppo per Alessio, che ebbe un conàto
prepotente e vomitò sul pavi-mento dell’ascensore, imbrattandosi
non poco scarpe e pantaloni, mentre pensava:
-
“Alla sfiga non c’è mai fine”. Gli rivenne alla mente la volta
che s’era fatto un taglio in testa apren-do troppo di scatto lo
sportello della credenza, quell’altra volta in cui gli erano
cadute le chiavi della macchina giù da un ponte sull’Aniene e
soprattutto gli era capitato, ultimamente, di mettersi con una
ragazza deficiente. Alla sfiga non c’è mai fine, pensò, e si
accorse di sentirsi meglio; adesso che aveva rigettato, il
ginocchio del vecchio non era più collegato con il contenuto
della borsa... ed in quel momento il vegliardo acidone fece un
mugolìo di disprezzo e disse:
-
“Che pena, non capisci proprio niente, non solo le donne. Sono
lo zio di Ylenia, per tua sfortuna, e so che lei, per vedere se
sei geloso, ti aveva detto che era stata importunata da quel
nanerot-tolo cafone, Emiliano. Tu non hai voluto crederci e lei
ci è rimasta male, e quando io l’ho sentito dire da sua madre mi
sono precipitato ad andare a tagliare la testa a quel beccamorto
di Emilia-no, tanto per essere sicuro di fare la cosa giusta,
capito? Ed ora dirò che sei stato tu ad am-mazzarlo, dirò che
l’hai fatto per dimostrare quanto amavi mia nipote! Andrai ad
ammuffire in galera, ma tanto ormai lei di te se ne frega!!”
-
“Vecchiaccio fottuto! Ma che mi hai fatto? Prima mi sembrava che
venissi direttamente dall’infer-no degli alieni di serie B!!”
-
“Ylenia a pranzo ti ha messo gli allucinogeni dentro al risotto,
cretino! Purtroppo ora li hai vomi-tati, altrimenti lo spasso
sarebbe durato ancora un po’...”
-
Alessio si scagliò contro il vecchio a mani nude, stavolta; ne
seguì una lotta selvaggia e grotte-sca, durante la quale
l’ascensore si rimise in funzione, portando i due, aggrovigliati
come due pol-pi rivali, al pianterreno, dove le porte metalliche
si aprirono di scatto facendo cadere al di fuori la borsa del
vecchio, da dentro alla quale rotolò fuori la testa di un
manichino per parrucchieri, gon-fiata con bolle di schiuma
poliuretanica, a loro volta dipinte con vernice spray verde e
arancio.
-
Ylenia era là fuori, insieme all’ascensorista e al portiere, ed
era stravolta: “Cristo, che schifo, qua dentro”.
-
“Pure fuori, non è che sia tanto meglio!”, esclamò
incazzatissimo Alessio, alludendo all’infamia del mondo.
-
L’ascensorista disse: “Ahò, l’ascensore non era bloccato,
qualcuno aveva schiacciato lo stop, chè è stato lei?”
-
“Macchè io! Di sicuro è stato lui, mentre io non guardavo; tengo
sempre lo sguardo in basso, in ascensore, quando ci sono
estranei capaci di innervosirmi, con la loro presenza”, spegò
Alessio indicando con un cenno del capo il vecchio, a terra
svenuto.
-
“Mi dispiace – fece Ylenia rivolta ad Alessio– “Questo è mio zio
Terenzio, è psicopatico e certe volte non prende le pasticche e
sfugge al controllo. Sono mortificata, comunque non credere a
tutto ciò che t’ha det-to, per carità!..”
-
“Non mi hai messo i funghi allucinogeni nel risotto?”
-
“Beh, veramente, ecco, io... L’ho fatto perchè li provassi anche
tu, così avremmo avuto una cosa di più in comune...”
-
“E voglio sperare che tu non sia incinta, se non di Emiliano!”
-
In quel momento esatto il tetto dell’ascensore si sfondò sotto
il peso di un enorme feto umido di liquido placentare, simile a
quello di 2001 Odissea nello spazio, con la differenza che
questo aveva la testa a fungo perchè era chiaramente il figlio
di Ylenia ed Emiliano, anche se nato pre-maturo e gigantesco dal
cavo dell’ascensore...
-
Nella navetta a forma di lingua di gatto che stava sorvolando la
città di Avellino a 2500 metri di quota, l’alieno Oxfr’ott si
svegliò di soprassalto nella sua cuccetta, guardò il co-pilota
impegnato alla guida e tirò un respiro di sollievo:
-
“Che razza di sogno scemo, mi sembrava di essere un terrestre
drogato a tradimento. Cosa potrà mai significare? Mah, da quando
perlustriamo questo pianeta azzurro stracarico di fesserie, mi
passano a volte per la mente strane idee tipo “soffiarmi il naso”
cosa per me ridicola, e “conflitto d’interesse”, cosa che mi
metterebbe alquanto in imbarazzo.
Segnalazione
Brentani Katia di
Bologna
La
fioraia degli amori felici
-
La vedevo ogni giorno quando noi
ragazzi, come api impazzite,
sciamavamo fuori dal portone di
scuola. Camminava, dondolando il
cesto pieno di piccoli mazzi di
fiori, su e giù per le strade
del centro
-
I
suoi vestiti multicolori
risaltavano nel grigiore della
città. .Curava ogni dettaglio
del suo abbigliamento con
un’attenzione maniacale che
incantava.
-
Amavo il suo cappotto giallo
abbinato a un capello a tesa
larga dello stesso colore con il
cesto ricolmo di mimose,
adoravo il cappotto rosso e lo
scialle bianco quando i piccoli
mazzi di rose bianche e rosse
facevano capolino dal suo magico
cesto, colmando l’aria con il
profumo inebriante dei fiori.
-
Non conoscevo il suo nome, anche
se rappresentava una figura
familiare, e tutti in città la
chiamavano “Violetta”, la
fioraia degli amori felici.
-
I
sui variopinti e originali
mazzolini di fiori costavano
molto meno delle algide
composizioni dei negozi e noi
studenti liceali, perennemente
al verde, ricorrevamo a lei per
ricorrenze che non mancavano
mai: il compleanno di un’amica,
San Valentino, la festa della
mamma e tante altre occasioni.
-
A
volte anch’io compravo piccoli
pensieri per le persone care e
rimanevo affascinata dalla cura
con cui vestiva, gli accessori,
il trucco appropriato,
-
Ogni mazzolino di fiori poi era
accompagnato da un biglietto con
una frase di amicizia o d’amore
famosa.
-
Solo molto tempo dopo, quando,
ormai adulta, occupavo il mio
tempo fra famiglia e lavoro,
venni a conoscenza della sua
vera identità.
-
Stavo mangiando un panino, come
al solito, nella pausa pranzo,
in un bar insieme a una collega
e sfogliando svogliatamente un
giornale locale, incappai in una
sua fotografia sgranata, e per
la prima volta associai il suo
volto a un nome.
-
“Ortensia Carlini, detta
“Violetta” nata a Bologna il 15
agosto 1921, conosciuta in
città per i suoi variopinti
cesti di vimini colmi di fiori,
aveva studiato recitazione e
partecipato a qualche spettacolo
teatrale prima della guerra. Il
suo sorriso rimane indelebile
fra gli abitanti della città. Il
funerale si terrà domani alle
ore 16 presso la Chiesa di San
Giuseppe. Niente fiori, ma opere
di bene”.
-
Ripiegai con cura il giornale e
finii di sbocconcellare il mio
insipido pasto.
-
Avvertivo un profondo dispiacere
mentre mi chiedevo se avesse
senso partecipare al funerale di
una persona che aveva sfiorato
marginalmente la nostra vita.
-
Il giorno dopo presi l’autobus
per raggiungere il luogo della
cerimonia.
-
Davanti alla chiesa un gruppetto
di persone attendeva l’arrivo
del feretro chiacchierando
sommessamente; più discosti
vecchi ragazzi di un tempo
ormai lontano, passeggiavano
guardandosi attorno.
-
La cerimonia fu semplice e il
parroco ricordò come Violetta
amava occuparsi dei ragazzi, la
sua incessante opera in
parrocchia a favore dei giovani.
-
Io osservavo la bara coperta da
tanti piccoli mazzi di fiori
variopinti, gli stessi che lei
vendeva per le strade del centro
anni fa.
-
La chiesa non era adornata da
altri fiori e immaginai che
fosse stata rispettata la
volontà di Ortensia: opere di
bene. Io stessa avevo fatto una
donazione a un’associazione che
si occupava di ragazzi in
difficoltà.
-
Stavamo uscendo dalla chiesa
quando un distinto signore,
ormai avanti negli anni, con un
cappotto grigio, mi si avvicinò.
-
“Conosceva Ortensia?” domandò,
cortese.
-
I
suoi occhi, ancora di un azzurro
vivo, mi scrutarono curiosi.
-
Sorrisi, imbarazzata.
-
“Per me è sempre stata Violetta,
la fioraia degli amori felici”
ammisi “ero una delle tante
ragazzine che frequentavano un
liceo in centro e comprava i
suoi fiori”.
-
L’uomo annuì.
-
“E ha avvertito il bisogno di
venire al suo funerale” constatò
“le avrebbe fatto piacere, lei
amava i giovani, ricordava a
tutti che rappresentavano il
futuro”.
-
L’uomo mi fissò.
-
“Sapeva che era stata internata
in un campo di prigionia?” senza
darmi il tempo di rispondere
l’uomo continuò “i suoi genitori
morirono in quel luogo e lei
quando tornò non era più la
stessa, troppo dolore, troppa
morte, anche se non ha mai perso
la speranza in un mondo
migliore”.
-
“Non si è mai sposata?” chiesi,
curiosa.
-
L’uomo scosse la testa.
-
“No, mi confidò che non poteva
avere figli, immagino che fosse
collegato a quanto doveva aver
patito nel campo di
concentramento” la voce
dell’uomo tremò, per un attimo
“ma non amava parlare di quel
periodo”.
-
“Io ho una bellissima famiglia
di cui prendermi cura” queste
sono le parole che ripeteva
sempre” citò “i ragazzi di
questa città, loro possono
ancora ridere, amare anche per
me, io ho già sofferto anche per
loro”.
-
L’uomo si asciugò furtivo una
lacrima.
-
“L’amava?” le parole uscirono
dalla mia bocca senza volerlo.
-
“Tutti amavano Ortensia era una
persona buona” affermò “e sì,
l’avrei sposata anche se non le
ho mai fatto nessuna proposta,
sapevo che l’avrebbe rifiutata”.
-
Tornai con la mente a quella
donna dai capelli biondi e gli
occhi azzurri, che si era seduta
accanto a me, sui gradini
davanti alla scuola, una macchia
di colore rosso in mezzo al
grigio: Ortensia Carlini in arte
“Violetta”.
-
Quel giorno in cui credevo che
morire fosse l’unica soluzione
alle mie pene d’amore si era
seduta accanto a me e mi aveva
aiutata a rimettere in ordine la
scaletta delle priorità.
-
“Un mattino di tanti anni fa ha
aiutato anche me” confessai,
sentendo gli occhi umidi “a me
pareva una tragedia che Giulio,
il mio ragazzo di allora mi
avesse lasciato proprio il
giorno di San Valentino e lei mi
fece vedere il suo braccio
destro dove era marchiato un
numero e mi raccontò del campo
di concentramento, della morte
dei suoi genitori”.
-
Sospirai, sentivo la mia voce
incrinarsi.
-
L’uomo mi ascoltava, attento.
-
“Mi diede il suo fazzoletto
ricamato con piccoli cuoricini
rossi e disse: “Non morirai
tesoro, la vita riserva
sorprese, vai a casa a dire ai
tuoi genitori quanto li ami tu
che puoi farlo e vedrai l’amore
genera amore” e mi allungò un
mazzo di minuscole rose rosse
con un bigliettino attaccato”
-
Sorrisi al ricordo.
-
“Afferrai i libri e corsi a casa
a regolare i fiori a mia madre
che mi chiese se per caso avevo
la febbre, non era abituata a
mie dimostrazioni di affetto,
quella sera conobbi Luciano, mio
marito”.
-
“Quindi ha sentito il bisogno di
venire a ringraziare Ortensia?”
concluse l’uomo, anticipandomi.
-
“Mi ha insegnato a non aver
paura di amare” confessai.
-
Il piccolo corteo si accodò
dietro la bara colma di fiori,
per accompagnare Ortensia al
cimitero.
-
L’uomo dal cappotto grigio fu
raggiunto da una signora con
candidi cappelli bianchi, che lo
prese sottobraccio,
probabilmente la moglie.
-
Lui mi sorrise poi si chinò
premuroso verso di lei per
ascoltare le sue parole.
-
Guardandomi attorno notai un
gruppo di vecchi ragazzi
con un cartello a forma di cuore
che diceva: “Addio per noi sarai
sempre “Violetta”, la dolce
fioraia dei nostri amori
felici”.
-
Ripensai al piccolo mazzo di
rose rosse che custodivo come
una reliquia nella mia camera da
letto e alle parole scritte a
mano da “Violetta” sul
bigliettino allegato:
“Quant’è bella giovinezza che si
fugge tuttavia! Di doman non c’è
certezza…..chi vuol esser lieto
sia”.
-
Segnalazione
Aliprandi Mario di
Olginate (Lecco)
L'ultima luna
- indossavi
una minigonna
verde di tartan
scozzese
- un
morbido
dolcevita
nero,collant e
scarpe in tinta.
- I
capelli di un
innaturale color
rame
- a
nascondere
qualcosa che
cominciava a
spaventarti
- e sul
naso un paio di
occhiali a
montatura
sottile per
quella diottria
in meno.
- Tra le
dita svettava
invadente un
anello d’argento
con una vistosa
pietra nera
- e sul
dolcevita, a
fare pendant, un
medaglione
anch’esso nero e
vistoso.
- Ammirando
le gambe ricordo
che pensai
ridendo, non c’è
da stupirsi
- se non
tutti gli alunni
riescono a
seguire una sua
lezione per
intero.
- E’
un’eleganza
sobria e
discreta la tua,
ma attenta mai
scontata;
- credo di
non averti mai
vista due giorni
di seguito con
lo stesso abito.
- T’ ho
incontrata
quando le
primavere
cominciavano a
pesarti e dentro
di te
s’insinuava
sottile
- il timore
di un’ultima
luna
- ancora di
là da venire ma
già così
presente e
minacciosa.
- E allora,
cosa c’è di
meglio
dell’immergersi
nel lavoro,
moltiplicare gli
impegni
- e
allungare le
notti fino alle
due a correggere
compiti?
- Io ti
osservavo,
rallegrandomi
dei tuoi
sorrisi, dei
tuoi occhi
furtivi,
-
spendendomi ogni
giorno tutte le
battute per
strapparti
ancora una
risata.
- Ammiravo
l’ironia, il
disincanto che
usavi per
esorcizzare le
tue paure
- trovavo
piacevole
conversare con
te
- tipico
quell’alzare il
tono per dare
enfasi a qualche
parola
- musicale
quella erre
francese che ti
rendeva più snob
quando ti
comportavi da
snob
- e più
simpatica
sempre.
- Poi,
inaspettatamente
un giorno, ti
lasciai al
lavoro e ti
ritrovai a casa
- tra i
miei pensieri,
nei miei
pensieri…
vagamente –
confusa
- si
faceva largo la
mia idea di te
- ieri una
simpatica
presenza
- ora una
dolce emozione
senza la quale
sono perso
- un ago
impazzito che
cerca il suo
nord.
- Guardo i
tuoi occhi a
volte assenti e
mi domando dove
sei in quei
momenti,
- dietro a
quale sogno si
sta perdendo la
tua “angelica
farfalla”,
- quale
chimera sta
rincorrendo.
- Ed è già
novembre… un
altro novembre.
- Domani la
luna ti lascerà,
niente sarà più
come prima…
tutto sarà come
prima
- non ci
sarà buio, non
ci sarà vuoto,
non sarà dramma.
- Un futuro
radioso e
leggero ti
aspetta,
romantico come
un valzer
sensuale come un
tango.
- Quel
capello bianco
non più un
pericolo, ma un
filo di perle ad
incorniciare il
tuo volto.
- Quella
ruga, una
trascurabile
virgola tra
passato e futuro
- la linea
di fuga di tutti
i miei sguardi.
- E sarai
ancora fuoco
ardente quando
ti si chiederà
passione
- ancora
fiamma di
focolare quando
ti si chiederà
protezione
materna
-
scoppiettante e
brioso falò,
darai gioia e
calore a chi
t’ama.
-
Comme un petit
bijou tu
brilleras
lumineuse pour
la vie
- E se il
mio amore ti
offende, mi farò
muto per amarti
in silenzio.
-
Apprendista
poeta ti farò
poesia perché tu
possa vivere
sempre.
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