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MARIA LETIZIA FILOMENO
Referente Milano e Lombardia Onlus Mecenate
Maria Letizia
Filomeno è nata a Gallarate il 12-9-1971 - È autrice di poesie,
racconti, romanzi. Ha pubblicato due raccolte personali di
poesie con le Edizioni «Il Grappolo». Con l’A.L.I. Penna
d’Autore di Torino ha pubblicato la silloge di poesie «Presunte
illusioni», e il romanzo breve «La ragazza di Porta Garibaldi».
Altre sue opere, sia in poesia che in prosa, sono presenti in
antologie. Ha conseguito riconoscimenti in vari concorsi e
collabora a riviste letterarie, tra cui Noialtri. E' socio fondatore del
Labirintismo.

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http://www.libreriauniversitaria.it/libri-autore_filomeno+m+letizia-letizia_m_filomeno.htm
GLI SMS CHE TI HO MANDATO...
A CUI TU NON HAI QUASI MAI RISPOSTO
Una volta non avevo questa mania
ossessivo-compulsiva.
Quando una persona ti è vicina, non ne senti la mancanza, è
logico.
Ma dopo, quando l’unica risposta al mio desiderio era il
silenzio, sono stata presa dalla smania irrefrenabile di
fargli sapere - anche con questo asettico ed elettronico
ritrovato della scienza - quanto lo amavo, quanto mi mancava
e quanto avrei voluto riprendere la nostra storia.
E questo ha fatto sì che mi ritrovassi - magari alle tre di
notte, di ritorno da una sera in discoteca - a battere
istericamente e febbrilmente sui tasti del mio Siemens C35,
per inviargli il mio ennesimo, silenzioso e sottilmente
disperato... SMS.
Mia cugina mi ha iniziato al rito degli SMS, i famigerati
messaggini, a Natale del '98.
Ho così utilizzato questo rapido mezzo, oltre che per
sperimentarne l’uso, per augurare a un certo numero di
persone di trascorrere un buon anno nuovo.
Ai tempi della mia storia con R., ero già un’esperta "messaggiatrice",
anche perché avevo conosciuto un ragazzo, carissimo amico,
che aveva l’abitudine di inviarmi una media di quattro o
cinque sms al giorno, a cui io, benché dotata del dono della
scrittura, rispondevo con laconici messaggi che lo
lasciavano invariabilmente deluso.
Con R., dopo i primi "buona notte" e "buon lavoro",
ho capito che non era il tipo da rispondere a messaggi,
preferiva parlare di persona, oppure al telefono.
Quando però, dopo la prima rottura, la sua lontananza
cominciò a pesarmi in maniera insopportabile – benché mi
capitasse, per motivi di lavoro, di vederlo di tanto in
tanto – ho iniziato a mandargli piccoli messaggi, un po’
timorosa che questo modo discreto di rientrare nella sua
vita potesse infastidirlo.
"Qualche volta penso di avere superato tutto, ma la
ferita fa ancora male. Vorrei parlarti, ma non mi vuoi
ascoltare... scusa, ma ti voglio ancora bene...".
Beh, certo, allora peccavo di eccessivo romanticismo, e
avevo ancora una dose deleteria di fiducia nel prossimo.
Miravo, insomma, a pizzicare le corde dell’altrui
sensibilità.
In altre parole, cercavo di incutere pietà, cosa di cui,
ora, non mi vergogno affatto... ma che mi imbarazza un poco.
Ma, insomma, che cosa si può rispondere a un messaggio così?
Soprattutto cosa può rispondere un uomo, poco avvezzo a
smancerie e a lunghe discussioni sentimentali, reo, tra
l’altro, di avere procurato la ferita di cui sopra e di
averlo ammesso, con accorate scuse? Niente.
Appunto quello che rispose. Silenzio.
Ora, ecco, si può fare della dietrologia anche di
fronte al silenzio. Negare al nemico la sua sofferenza?
Rendersi conto di non sapere cosa dire e sentirsi un po’ in
colpa? Non prendere nemmeno in considerazione l’idea di
rispondere, perché si considera chiuso l’argomento?
Comunque sia, questo vuoto elettronico mi tolse per vari
mesi la voglia di riprovarci.
Poi, però, venne Natale.
Non mi era bastato avere avuto l’opportunità di dargli un
bacio su entrambe le guance - anche se in maniera un po’
formale, in quanto di fronte ad altre persone – per fargli
gli auguri.
La mia mente, ma soprattutto il mio cuore, avevano da tempo
partorito una dolcissima frase, che mi sono perdonata solo
perché, appunto, a Natale si è tutti più buoni.
"Natale è uno di quei momenti in cui sentiamo di più la
mancanza delle persone che ci hanno lasciato. Vorrei esserti
accanto, ma ti sono vicina con affetto. Ciao".
Per comprendere il peso di queste righe, devo precisare che
R. aveva perso la mamma nel mese di giugno dello stesso
anno, e, benché avessi continuato la mia vita, soffocando il
dolore che ancora mi provocava la sua assenza, immaginai
come dovesse sentirsi in una circostanza come il Natale, in
cui si tende a essere più vicini - anche per semplice
opportunismo o formalità - alle proprie famiglie.
Contenta del mio pensiero, non mi aspettavo niente di più di
un ringraziamento, magari – anche se questo non è il suo
modo preferito di comunicazione – via sms.
Quell’anno, evidentemente, molta gente aveva deciso di
utilizzare il telefonino per inviare messaggi e fare
telefonate di auguri, tanto che le linee della TIM
collassarono, nel senso che i messaggi, come i treni,
arrivarono con ritardi di ore, ed era praticamente
impossibile comunicare.
Ma io, di questo, non me ne ero resa conto, finché, la
mattina del 25 dicembre, come un dono del cielo, arrivò la
sua chiamata, con relative scuse e spiegazioni del ritardo.
Inutile dire che mi sentii al settimo cielo, mi attaccai al
telefono – ora con le linee libere – e informai la mia
migliore amica. Stavo anche per diventare zia. Mi sentivo
completamente estasiata dall’atmosfera natalizia.
Presa dall’euforia, ripresi i messaggi. Un altro banale
"buon lavoro" sortì l’effetto di una chiamata e un’offerta
di incontro. La storia riprese.

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PERSONALE
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