|
NOEMI ISRAEL
Noemi Israel ha pubblicato
quattro opere teatrali (di cui le ultime due,
Mezza Castità
e Tertium non
datur terze classificate al Premio Mecenate
2008 e 2009); un libro di racconti umoristici; e
inseriti in antologie: un monologo e un racconto
(quest'ultimo edito da Mursia). Inoltre è
diplomata in Pianoforte (Conservatorio "Cesare
Pollini" di Padova). E' cofondatrice del
Labirintismo. E' referente Onlus mecenate per
Trieste e il Friuli Venezia Giulia.
"Da nove
anni sto affrontando una psicoterapia analitica
profonda di tipo freudiano (il che significa tre
sedute la settimana). Durante l'analisi capita
spesso di perdersi nei meandri di se stessi; per
questo è fondamentale la figura del terapeuta,
col quale si lavora assieme all'analisi del
materiale emotivo fornito dai sogni. Quando si
inizia un percorso di questo tipo, si conosce
soltanto il punto di partenza, ma l'approdo
appare confuso, incerto e a volte non
raggiungibile. L'inconscio è un labirinto
severo, ma anche attento e implacabile,
attraverso la decifrazione del quale è possibile
smascherare i segreti di noi stessi e vivere
meglio, in maniera più armonica con il resto del
mondo (Noemi Israel)".
- Foto 1. Noemi Israel presenta
L'Antologia Labirintismo
- Foto 2. copertina del Libro La
scrittura
- Foto 3. Noemi Israel consegna
il Premio Personaggio del labirintismo 2010 al prof. Silvio Cusin
-
-
Su You Tube la presentazione
dell'Antologia e la consegna
del Premio.
|
-

NEL LABIRINTO DI UNA SCRITTURA
LUCREZIA
FIGARO
Dulcamara
Maschere:
Arlecchino, Brighella, Zanni, Colombina, Mirandolina e
Tiberino
Al centro, verso sinistra, una specchiera con lampadine
bianche e la seggiola. A destra, una dormeuse di velluto
bordeaux con spalliera sul lato corto (solo da una parte).
Buttati sopra la dormeuse, una redingote di velluto blu coi
bottoni d’oro e un mantello nero, anch’esso di velluto, con
fodera di raso. Un paravento poco distante. Un attaccapanni
nero laccato. Un borsone scuro di qualità modesta sul fondo,
con qualche capo di biancheria sporca che straborda. Una
maglietta sul pavimento. A fianco della specchiera, un’altra
seggiola. A destra la porta. Accese solo le luci della
specchiera.
Figaro si sta struccando fiaccamente davanti allo specchio.
Indossa un’ampia camicia bianca di seta, calzoni beige a “coulotte”,
un giustacuore corto di raso blu, calze lunghe bianche fin
sotto i calzoni, mocassini neri di tipo ecclesiastico. Ha i
capelli lunghi fino alle spalle, raccolti da un fiocco di
raso nero. Sente dei passi. Qualcuno sta bussando alle porte
vicine. Il suono è lontano e man mano si avvicina. Bussano
anche alla sua porta. Figaro si volta e guarda chi c’è.
LUCREZIA: (indossa un abito nero da sera, corto al
ginocchio, e scarpe eleganti col tacco a spillo. I capelli
sono raccolti da un’acconciatura alla moda. Sul braccio
tiene il soprabito scuro e in mano una pochette di raso
nero. Col fiato corto) Finalmente. Ho bussato anche agli
altri camerini, ma sono tutti andati via. Temevo di non
trovarti più. (Lui la scruta con diffidenza) È piccolo
questo teatro. (Figaro riprende a struccarsi, fissandola
nello specchio) Sei bravo. (Lui piega appena in avanti il
capo. Lucrezia si siede sull’altra seggiola) Molto bravo.
(Figaro posa il dischetto di cotone) Infatti sono qui a
proporti un lavoro. Una scrittura. (Lui resta immobile)
Privata.
FIGARO: (si volta di scatto verso di lei) Non accompagno
donne sole!
LUCREZIA: (schermendosi) No, non è come pensi. (Silenzio e
imbarazzo) Però, che reazione... qualcosa mi dice che ti
hanno già offerto cose del genere. (Figaro versa ancora
crema sul dischetto e prosegue la pulizia del viso) Va be’,
non importa. La mia, è una scrittura seria. (Lascia dieci
banconote da cento, disposte a raggiera, vicino alla
trousse) Sono mille. Per tre ore. Un giorno la settimana. Mi
sembra non male, considerato che ti pago anche la prova.
(Figaro guarda i soldi e ascolta con più interesse) Non
voglio prestazioni di alcun tipo. Mi capisci, vero...? Ti
scrivo io un copione, tu lo studi e poi me lo reciti, una
volta alla settimana.
FIGARO: (grugnando) Non sono sicuro di riuscire a imparare a
memoria le battute. Lavoro anche altrove.
LUCREZIA: Lo so. Sei un cuoco.
FIGARO: Chef. Quasi.
LUCREZIA: Quasi?
FIGARO: Secondo, ma con un po’ di fortuna... la prossima
volta divento primo.
LUCREZIA: E il teatro?
FIGARO: Oh, arrotondo. (Abbassando il tono della voce)
Contingenze...
LUCREZIA: Qual è il tuo vero nome?
FIGARO: (sbuffa spazientito, con le mani appoggiate alle
cosce. Lei fa il tono professionale) Senti Figaro, il
giovedì pomeriggio so che non lavori da nessuna parte.
FIGARO: Ah, invadente, la signora, fa indagini per conto
suo.
LUCREZIA: Giovedì andrebbe bene anche a me. Qui ci sono otto
pagine. (Le mette sul ripiano) Se mi reciti le battute come
Figaro, sei perfetto. Ti scrivo l’indirizzo. (Tira fuori
carta e penna) Puntuale, per favore.
FIGARO: (si pulisce le mani e prende in mano il copione) Che
roba è?
LUCREZIA: Non è difficile. Ci vediamo giovedì. (Si alza. Fa
per uscire).
FIGARO: E se non vengo?
LUCREZIA: Uhm... mancia. (Lui incassa la frecciata) Ad ogni
modo, giovedì, vedi di far sparire questo tono sgarbato,
perché è proprio per sentire il contrario che ti pago.
Intesi? (Figaro si trattiene, inspira a fondo e si alza in
piedi. Lei gli dà la mano e sorride) Ciao. Studia, eh!
FIGARO: (meno ruvido) Farò quello che posso. In genere, sono
molto occupato. (Lucrezia se ne va e lo lascia solo sul
palcoscenico, I suoi passi si odono anche quando è dietro le
quinte. Figaro torna al suo posto, prende in mano il copione
e dà una rapida scorsa. Incredulo) Mille cucuzze per
prendere un tè ed essere gentili?! (Scoppia a ridere e
risfoglia il copione) L’ha pure sottolineato. «Comportarsi
con signorilità e stile». (Si fa una risatona) Chissà che
problemi ha questa signora? È una scena talmente banale,
insulsa. (Riguarda velocemente le pagine) Mai guadagnato
così facile. Qui in teatro non facciamo mille in tutta la
compagnia, in tre mesi! Il mondo deve essere pieno di maschi
imbecilli. (Rivolto alla sua immagine nello specchio)
Grazie... grazie... grazie... (Si manda un bacio e infila il
gruzzolo nella tasca dei calzoni. Poi inizia a leggere con
più attenzione) Però, se ha scelto me e paga in anticipo,
forse è una persona seria. (Pausa) Nessuno paga in anticipo,
mai. (Pausa) Certo, potrei non andare. (Pausa) Mancia, dice.
Ma non accetto mance senza merito. Sarebbe come...
un’elemosina. (Con una smorfia schifata). No, questo mai.
Sono un gentiluomo, anche se povero. (Pausa) Tre ore di
recita. In un mese fanno più dello stipendio che prendo in
cucina. Devo prepararmi bene. (Si slega i capelli, si
sbottona il giustacuore, che lancia sulla dormeuse) Quando
mi ricapita di raddoppiare le entrate così facile? Posso
finalmente mettere via qualcosa per me. E poi? (Cercando
nello specchio il da farsi) Me ne vado. Sì, sparisco.
(Riconta le banconote) Ha detto che sono bravo. E paga anche
la prova. (Riprende in mano il copione) Studierò. Non mi va
di fare brutta figura.
Buio. Musica di Simeon ten Holt (Canto Ostinato dalla
Sezione 60 in poi, escludendo il I Tema) fino a dove
indicato.
Le luci lentamente scoprono la scena.
Un tavolo rotondo di legno e due seggiole. Sopra al tavolo,
due tazze da tè, il samovar, la zuccheriera e un vassoio
d’argento colmo di dolcetti.
Lucrezia sistema due cucchiaini e le salviettine. Indossa lo
stesso abito di prima. Guarda l’orologio e si dirige verso
la quinta di destra.
LUCREZIA: Vediamo se è puntuale. (Esce e rientra
indietreggiando con Figaro davanti a sé, che indossa un
abito grigio scuro con camicia bianca e scarpe nere e ha i
capelli sciolti. Lui avanza baldanzoso e si guarda attorno.
Soddisfatta) Cinque esatte.
FIGARO: Sarei salito anche prima.
LUCREZIA: E perché non lo hai fatto?
FIGARO: Perché mi piace aspettare. (Lucrezia sorride) Ho una
bella notizia.
LUCREZIA: Davvero?
FIGARO: A-ha. (Ruba di strada un dolcetto e se lo mangia) Ti
farà piacere.
LUCREZIA: Cosa aspetti a dirmela?
FIGARO: No, sennò poi non ti interessa più di me.
LUCREZIA: (gli versa il tè nella tazza e gliela porge,
mettendogli in bocca un altro dolcetto) Dimmela. (Figaro
prende la tazza, beve un sorso, ma si nega e lascia la tazza
sul tavolo).
Avanzano entrambi sul proscenio, sul quale (circa a metà) è
collocato un piccolo cubo nero di legno. Si fermano a
contemplare l’orizzonte.
FIGARO: È bellissimo, qui.
LUCREZIA: Ti piace?
FIGARO: Sì.
LUCREZIA: Ho scelto questo appartamento per la vista e la
terrazza.
FIGARO: Solo tu, in questa città, potevi trovare una porta
sull’infinito. (Appoggia il piede sul cubo e il gomito sul
ginocchio).
LUCREZIA: Come sei lirico.
FIGARO: La bella notizia è... che oggi, ieri, l’altro ieri e
tutti i giorni prima non ho fatto che pensare a te.
LUCREZIA: Bella per te, allora.
FIGARO: No, anche per te. Appena ho potuto mi sono
precipitato qui.
LUCREZIA: E con ciò?
FIGARO: Non mi andava di essere altrove. Sono una nota di
colore e sto bene a casa tua.
LUCREZIA: Sei davvero tanto allegro?
FIGARO: Felice? Sì.
LUCREZIA: E cosa ti rende così felice?
FIGARO: Vedere... guardare... sentire... e starti vicino.
LUCREZIA: Vuoi ancora un po’ di tè?
FIGARO: Grazie, ma stavolta lo servo io. (Ritornano al
tavolo e lui versa a entrambi).
LUCREZIA: (si siedono) A parte gli scherzi, qual era la
buona notizia?
FIGARO: Non mi credi, vero?
LUCREZIA: Penso ci sia dell’altro.
FIGARO: (continuando a sorseggiare) Può darsi. Quanto
sarebbe diversa la mia vita se non ti conoscessi! Ci penso
spesso. (Pausa) Strano...
LUCREZIA: Cosa?
FIGARO: Come qualcosa di banale, per esempio una data, un
compleanno, a volte trasformano l’intero senso di una vita.
(Le prende dolcemente la mano) Sono felice perché ci sei.
Non è abbastanza?
LUCREZIA: (gioca con la mano di lui fino a intrecciare le
dita e, finché sono seduti, rimangono uniti) Sei l’unico che
mi parla in questo modo.
FIGARO: Lo so. Gli altri non esistono. (Mangia un dolcetto)
Resto con te fino al tramonto.
LUCREZIA: Va bene. (Sorride e allunga la ciotola dei
pasticcini) Goloso.
Le luci si abbassano. Le sagome di entrambi si fissano nella
penombra. Figaro si alza e lei lo accompagna fuori scena a
destra, consegnandogli un altro copione. Lucrezia rientra
sul palcoscenico. La luce del crepuscolo che si staglia
sulle pareti. Lei si aggira inquieta. Alla fine sparecchia
ed esce di scena dalla quinta di sinistra.
Termina la musica.
Buio.
(continua................................................)
|