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Alessandro Testa

SULL'INTERVENTO VASARIANO IN PIAZZA GRANDE

Città natale del grande artista, Arezzo non poteva non essere segnata dall’ audace creatività di Giorgio Vasari. Il più eclatante tra gli interventi architettonici vasariani nel tessuto urbanistico della cittadina, è da rintracciare nella sistemazione della splendida Piazza Grande; un vasto slargo trapezoidale, suggestiva sintesi delle esperienze architettoniche aretine e più in generale toscane, tra il tredicesimo ed il diciassettesimo secolo. E’ nel corso del 1200 che la piazza divenne il centro della vita cittadina di Arezzo. Già all’epoca presentava un aspetto non molto dissimile dall’odierno, dominata dall’alto a settentrione da due grandi palazzi turriti, quello del comune e quello del popolo. Caduti in degrado già a partire dal secolo successivo, i due edifici vennero definitivamente abbattuti nel sedicesimo secolo, allorché con i fondi versati dalla confraternita dei laici (in possesso di una maestosa sede nella piazza già dal 1363) si decise per un riassetto della stessa interpellando il grande ammiratore del genio michelangiolesco.

Al 1570 risale la delibera del Consiglio Generale del Comune di Arezzo sull’erezione di un maestoso edificio "a onore e comodo pubblico della città, nella piazza Grande". Due anni più tardi il Vasari procedeva alla stesura del suo progetto .

Al successivo novembre già risalgono gli scavi per la fondazione ed il 27 gennaio del 1573 si deponeva la prima pietra. Solamente un anno più tardi, il 27 giugno, il Vasari venne a mancare, ma i suoi disegni oramai compiuti, furono concretizzati in un arco di tempo che va grosso modo dal 1573 al 1595.

Sicuramente memore del recente intervento capitolino michelangiolesco, l’aretino ne riprese gli elementi spaziali e compositivi di fondo. Pur trovandoci in due contesti architettonico-urbanistici totalmente differenti come quello romano e quello aretino, i riferimenti alla michelangiolesca sistemazione del Campidoglio non devono apparire così avulsi, e non solo per la ben nota "dipendenza" da parte del Vasari, dal genio fiorentino, ma anche e soprattutto per l’analoga conformazione trapezoidale dei due vasti spazi. Se Michelangelo ideò spontaneamente tale conformazione, Vasari si trovò invece a dover rispettare un vincolo urbanistico che in ogni caso, non lo costrinse affatto. Il suo edificio esattamente come il Palazzo senatorio capitolino venne a chiudere maestosamente la base maggiore del trapezio scaleno della piazza, raccogliendo e distribuendo nell’armonioso gioco delle arcate, la spinta prospettica creata dai lati obliqui dello stesso. Il maestoso edificio si veniva così a porre come importante proscenio di un teatro aperto di alto valore storico-artistico.

Di sostanziale impostazione quattrocentesca il palazzo si presenta una stimolante fusione tra un gusto tipicamente quattrocentesco, (come non pensare ad eterni prototipi fiorentini quali lo Spedale degli Innocenti o il chiostro michelozziano di S. Marco) ed un gusto solenne di matrice cinquecentesca.

La semplicità modulare dei rapporti proporzionali imprime alla composizione una successione ideale di campate rettangolari voltate a vela, introducendo un gioco squisitamente pittorico nel contrasto tra la penombra del porticato nell’ordine inferiore e la severa scansione ritmica del superiore, raccordati dal motivo michelangiolesco della parasta gigante. Come un maestoso proscenio ed esattamente come il Palazzo senatorio capitolino, la mole vasariana venne a chiudere maestosamente la base minore del trapezio rettangolo della piazza, assorbendo e distribuendo nell’armonioso gioco delle arcate, la spinta prospettica creata dai lati obliqui dello stesso. Non c’è disaccordo, non ci sono elementi di stonatura, quella che potrebbe essere scambiata per anonimità è in realtà segno di un intelligente forma di rispetto nei confronti di un contesto urbanistico all’insegna della essenzialità e della sobrietà dei ritmi, come quello aretino. Nuovo e vecchio si fondono armoniosamente in un’ unità compositiva di rara coerenza ed eleganza.

Il porticato fa parte tanto dell’edificio quanto della piazza, riprende sapientemente il serrato schema compositivo degli edifici capitolini in particolare del Palazzo Senatorio, riproponendone la maestosa scansione a fasciature verticali inquadranti sezioni rettangolari suddivise in un ordine di finestre rettangolari timpanate, sormontato da un mezzanino trattato con classiche aperture quadrate.

Rispetto al prototipo michelangiolesco l’aggetto degli elementi è ragionevolmente portato al minimo così come gli stacchi cromatici ridotti solamente al contrasto tra gli elementi in pietra delle incorniciature e delle chiavi d’arco e la tenue tinta dell’intonaco.

Secondo i principi tipicamente cinquecenteschi della conformazione segnica, gli spazi interni vengono rigorosamente confermati dalle precise partiture orizzontali e verticali esterne; il risultato è d’ un’ intima unità tra contenitore e contenuto.

Il telaio in pietra che concatena la teoria delle arcate in un armonioso insieme, altro debito nei confronti del più genuino quattrocento toscano, si fa elemento di netta distinzione tra i due ordini di facciata; il raccordo è affidato alle severe paraste doriche ed alla fasciatura verticale dell’architrave con mensole aggettanti in corrispondenza delle finestre del piano nobile. Il risultato è di immediata comprensione, precisione proporzionale, severa sintassi degli elementi e vigore di massa. Ritmi nuovi e vecchi si sposano e si bilanciano mirabilmente mettendo in risalto il principio di essenzialità che informa la struttura di base dell’intervento vasariano in Piazza Grande, definito dal Tafi di una "semplicità commuovente" e di una coerenza quanto mai rara ben evidenziata dalle parole del Tavanti che descrive il palazzo come "corrispondente alla quiete di una città di provincia ma senza dubbio superiore per armonia di disegno e per grandiosità di proporzioni agli Uffizi" e come "uno dei più bei portici d’Italia". Parole che vanno un po’ a riscattare il valore del Vasari architetto, troppe volte adombrato dalla fama di scrittore e di pittore; personalità poco pretenziosa ed assai diligente, da sempre intimamente affezionato alla sua città, cui volle offrire un ultimo rispettoso omaggio.

 

 

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